Un mondo senza insetti

The rate of insect extinction is eight times faster than that of mammals, birds and reptiles.Leggo sulla Newsletter de La Repubblica del 11 Febbraio 2019 “Gli insetti stanno precipitando verso l’estinzione, minacciando un “catastrofico collasso dell’ecosistema”. Lo racconta il quotidiano britannico Guardian che riferisce dello studio pubblicato dalla rivista Biological Conservation.

Più del 40% delle specie di insetti stanno scendendo di numero e un terzo sono a rischio estinzione.

Il ritmo della sparizione è otto volto più veloce di quello dei mammiferi, degli uccelli e dei rettili. Ogni anno la popolazione mondiale degli insetti cala del 2,5%  e questo significa che di qui a un secolo potrebbero non esserci più.

Si è già detto che il pianeta sta assistendo all’inizio della sesta estinzione di massa della sua storia, con grandi perdite in vari tipi di animali. Ma gli insetti – che hanno la maggiore diversità e superiorità numerica nel mondo animale – sono essenziali per il funzionamento di tutti gli ecosistemi visto che rappresentano il cibo per altri animali, gli impollinatori per le piante e anche i riciclatori dei resti.

Tra le cause del disastro: l’agricoltura intensiva, l’uso dei pesticidi in particolare, ma anche l’urbanizzazione e il riscaldamento globale.”

Un mondo senza insetti purtroppo non può funzionare: niente insetti, niente Risultati immagini per insetto mortoimpollinazione e niente cibo per molti uccelli, rettili e mammiferi. Se davero gli insetti stanno scomparendo sempre più in fretta, la sesta estinzione di massa, ormai in corso, sarà difficile da fermare e anche noi, come esseri umani, ne saremo travolti.

Eppure si continua a far finta di nulla e a considerare altri problemi più gravi.

Un grado, forse due — strategie evolutive

Dal 14 al 21 ottobre sarà la Settimana del Pianeta Terra. È la sesta edizione. Da sei anni cerco di organizzare qualcosa qui in Astigianistan, ma pare che la weltanschauung locale non riesca ad arrivare oltre polenta e coniglio. E allora? E allora hai un blog, usa il blog. Si comincia il 14, ma noi […]

via Un grado, forse due — strategie evolutive

QUANDO UN LIBRO CAMBIA LA VITA A TAVOLA

Jonathan Safran Foer - Se Niente ImportaA volte qualcuno dice che un libro gli ha cambiato la vita. Non posso dire che “Se Niente Importa” me l’abbia cambiata, ma la sensazione che si ha leggendolo e che smuova qualcosa in noi. L’ho letto ormai da vari anni (era il 2012). Magari non mi ha cambiato l’esistenza, ma un po’ ha contribuito a cambiare il mio modo di mangiare. Se l’avessi letto un anno prima, forse me l’avrebbe cambiato di più, perché già allora avevo ridotto i miei consumi di carne al minimo e non per motivi morali, ma solo per questioni di salute e di dieta (la carne alza la pressione, diceva il mio medico).

Se Niente Importa” di Jonathan Safran Foer sottotitolo “Perché Mangiamo gli Animali?”, edito da Ugo Guanda, è un saggio sull’alimentazione e l’industria zootecnica americana, scritto da un ebreo americano (riferisco che è ebreo per il suo rapporto, citato nel volume, con la cucina Kosher, che richiede una grande attenzione alla qualità e alla preparazione del cibo).

Forse in Italia le cose non stanno come le descrive lui, che parla dell’America, ma non sarei troppo ottimista.

Nonostante l’autore dichiari di non essere né vegetariano (che non mangia carne e pesce), né vegano (che non mangia neppure latticini e uova), dopo aver letto il suo libro, nutrirsi di carne penso possa essere almeno un po’ più problematico per tutti.

In sostanza, con abbondanza di esempi e di documentazione, Foer ci spiega che gli animali negli allevamenti industriali americani soffrono molto più di quanto si possa immaginare, che vengono macellati in modi molto più violenti di quanto si possa pensare e sono molto meno sani di quanto si possa credere. Come se questo non bastasse sono fonte di molte più malattie di quanto si supponga comunemente.

L’autore esamina la produzione di carne aviaria, ovina, bovina e ittica, mostrando come nessuna di queste industrie si salvi (ma i polli sono messi proprio male!).

Il volume è piuttosto corposo e a volte anche un po’ ripetitivo, con trascrizione di dialoghi con addetti ai lavori, esempi personali e dettagli raccapriccianti, ma merita senz’altro una lettura.

Credo che sintetizzare qui il trattamento dei polli da carne (per quelli ovicoli è un’altra – brutta – storia), possa aiutare a dare una vaga idea di quello che si racconta.

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Jonathan Safran Foer

I polli sono animali geneticamente modificati e quindi incapaci di vivere in natura o di sopravvivere molto di più dei 36-43 giorni che vivono in allevamento. Vengono stipati a decine di migliaia in capannoni industriali, in gabbie stratificate, con superfici pro-capite pari a quella di un foglio di carta A4, con gli escrementi dei polli ai piani superiori che ricadono su quelli di sotto. Quando si dice che hanno “accesso all’esterno” c’è una porticina minuscola attraverso la quale possono andare in un quadrato di un metro quadro o poco più. Quando sono “allevati a terra”, semplicemente non hanno altri polli che gli cagano in testa. Sono così malati (oltre il 90% ha l’escherichia coli e hanno, in percentuali minori, varie altre malattie), che il loro mangime comprende costantemente farmaci e antibiotici (che in modo indiretto i consumatori assorbono, riducendo la propria resistenza alle malattie). Vengono trasportati al mattatoio appesi a testa in giù e in preda al panico. Lì sono uccisi con sistemi che non ne garantiscono la morte istantanea (taglio automatico della gola, successivo frettoloso taglio manuale dove non ha funzionato) quindi vengono fatti bollire (a volte sono ancora vivi, se qualcosa non ha funzionato nei passaggi precedenti) in acqua, dove rilasciano microbi, sangue, feci e urine. In tal modo assorbono dai pori dilatati percentuali di acqua sporca e infetta che superano l’8% del loro peso. Questa carne insapore viene “migliorata” con iniezioni di macellazione muccasoluzioni saline e di brodi.

I virus mutati dai polli (o dagli altri animali macellati) a volte si adattano all’uomo, avviando pandemie aviarie. Non credo sia noto a tutti che persino la terribile Spagnola del 1918 pare sia nata così. Si attende il prossimo ciclo di aviaria, che s’immagina almeno altrettanto letale.

Considerato che produrre carne comporta un utilizzo di terre assai maggiore che la coltivazione e che (secondo i nutrizionisti intervistati) nelle verdure ci sono tutte le proteine di cui abbiamo bisogno in ogni fase di crescita, dall’infanzia, alla maternità, alla vecchiaia, l’autore si chiede se non sia possibile un allevamento meno violento e pericoloso per la salute umana e animale. Sostiene di sì e ne porta esempi.

Il problema rimane però che con una popolazione mondiale crescente e con richieste pro-capite di carne in ulteriore aumento (specie nei paesi emergenti), la produzione di carne con metodi “civili” rischia di non avere nessuno spazio.

Vedi anche https://carlomenzinger.wordpress.com/2013/04/27/quando-un-libro-cambia-la-vita-a-tavola/

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TEMPO DI CAMBIARE ARIA

Risultati immagini per aria inquinataTrovo incredibile che i quotidiani dedichino sempre tante pagine a qualche fatto di cronaca che ha visto la morte di una singola persona e comunichino quasi di sfuggita notizie relative a drammi che hanno le dimensioni di genocidi. Persino i morti per terrorismo, da un punto di vista statistico sono un’inezia rispetto alle principali cause di morte. Persino i conflitti locali in atto sono piccola cosa rispetto ai danni ambientali.

Se alcune cause di morte sono naturali, altre sono causare dall’uomo e come tali rappresentano degli autentici delitti, di norma del tutto impuniti.

Mi riferisco ora a un nuovo studio dell’Health Effects Institute, secondo il quale, nel 2016 sono morte 6,1 milioni di persone per l’inquinamento atmosferico. Ovvero, se moltiplicassimo questo numero, vorrebbe dire che in dieci anni la cattiva qualità dell’aria che respiriamo fa più delle vittime della Seconda Guerra Mondiale (54 milioni). 6 milioni di morti all’anno che si aggiungono, quanto meno, al milione abbondante di morti per incidenti d’auto (1,3 milioni nel 2009).

60 milioni di morti in dieci anni. 600 milioni di morti in un secolo!Risultati immagini per aria inquinata

6,1 milioni di morti nel solo 2016. Non vi dice nulla questo numero? Non riuscite a vedere dietro questa cifra i volti di 6,1 milioni di uomini e donne, le mani di 6,1 milioni di vecchi, adulti, ragazzi e bambini? Non riuscite a vedere la sofferenza, il dolore, i sacrifici di 6,1 milioni di famiglie? Non riuscite a vedere 6,1 milioni di vite spezzate. Non riuscite a vedere i costi per la sanità, per la comunità, per il mondo? Questo è solo un numero e vi è già scivolato via?

Alla notizia di questi 6,1 milioni di morti sono aperti processi di dimensioni tali da far impallidire quello di Norimberga contro i crimini di guerra nazisti? Si sono cercati i colpevoli? Sono stati accusati coloro che hanno contribuito con atteggiamenti attivi e passivi a questo genocidio continuo, prolungato e ripetuto?

Le nazioni sono tutte in allarme e cercano soluzioni? Il problema è ai primi posti nei programmi elettorali dei partiti? La gente scende in piazza indignata reclamando il più basilare dei diritti, quello di respirare?

Respirare uccide. Lo scrivono sulle sigarette. Dovremo scriverlo sulle nuvole? Attenti a respirare! Non respirate. L’aria uccide. Siamo arrivati a questo?

Sempre secondo questo studio, il 95% della popolazione mondiale respira aria pericolosamente inquinata, ovvero i cui parametri eccedono quelli consigliati dall’Organizzazione Mondiale della Salute.

Maggiore risulta l’esposizione nei paesi sottosviluppati, sia nelle case che fuori.

Pensate forse per questo di essere nel 5% che respira aria buona? Anche considerando i parametri del WHO, meno stringenti di quelli dell’Organizzazione Mondiale della Salute, il 60% della popolazione mondiale non respira aria buona.

Voi no. Voi respirate aria fresca di montagna tutti i giorni. È chiaro.

Pensiamo di poter far finta che questi 6 milioni di morti, che si ripetono e si ripetono e si ripetono, anno dopo anno, non ci riguardino?

Se il 95% della popolazione “respira male”, anche noi respiriamo male e anche noi potremmo essere nel prossimo gruppo di 6 milioni di persone spazzate via da un colpo di tosse. Tutti gli abitanti di Roma e Milano morti in un anno! Un’apocalisse!

Dei 6,1 milioni di morti, 4,1 milioni derivano da inquinamento all’esterno delle case. L’inquinamento domestico, peraltro, può arrivare a superare di venti volte le soglie minime consigliate. Il riscaldamento è la fonte principale di inquinamento domestico.

 

Non si tratta di dati statici. La situazione peggiora e la cosa non ci stupisce. La popolazione aumenta, i consumi pro capite aumentano, perché non dovrebbe aumentare anche l’inquinamento? Nel 1990 i morti da inquinamento erano 3,3 milioni. L’incremento è stato del 19,5%. Se si applicasse lo stesso tasso di incremento, nel 2034 i decessi sarebbero 7,3 milioni (in realtà, già un precedente studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità contava in circa 7 milioni le persone morte nel 2012 a causa dell’inquinamento atmosferico).

Il 51% dei decessi avviene in India e Cina. Del resto la Cina e l’India hanno 1,4 miliardi di abitanti ciascuno sui 7,6 miliardi di popolazione mondiale e hanno regole ambientali assai meno stringenti di quelle europee, ma questo non vuol dire che da noi vada tutto bene. Per nulla!

Una sostanza è inquinante quando è un “contaminante” responsabile di effetti nocivi Risultati immagini per aria inquinatasull’ambiente. Un “contaminante”, invece, è qualunque cosa che, aggiunta all’ambiente, causa una deviazione dalla composizione geochimica media.

Non tutto l’inquinamento è causato dall’uomo. L’aria può essere resa poco respirabile anche da fattori naturali quali le eruzioni vulcaniche, gli incendi, la presenza di amianto o processi biologici.

L’inquinamento antropico, invece, può essere provocato dalle industrie e dalle attività artigianali, dall’agricoltura, dal riscaldamento, dal traffico veicolare, dai veicoli fuori strada (treni, trattori e altro). L’uomo, si sa, sta dando un contributo consistente e devastante all’inquinamento atmosferico.

I principali colpevoli sono l’industrializzazione e il traffico. Gli elementi inquinanti provengono soprattutto dall’utilizzo dei combustibili fossili, ma anche dai gas CFC, presenti negli impianti di refrigerazione e nelle bombolette spray, che liberano nell’aria molecole di cloro, intaccando lo strato di ozono naturale dell’atmosfera. L’anidride carbonica, tra le principali cause di inquinamento atmosferico, prodotta dalla combustione di petrolio e derivati, di carbone e di gas, contribuisce a incrementare l’effetto serra, provocando un anomalo aumento della temperatura terrestre.

Risultati immagini per camere a gasSe l’inquinamento incide direttamente sulla salute, lo fa anche indirettamente danneggiando l’ambiente, provocando l’effetto serra e le piogge acide, il buco dell’ozono e altri problemi su flora e fauna.

In Cina la maggior fonte di inquinamento è il carbone, mentre in India è la combustione di biomassa. Se in Cina l’inquinamento da carbone si sta riducendo, nel contempo aumenta in Pakistan, Bangladesh e India.

Da noi, le sostanze inquinanti più comuni sono:

– le polveri fini (Pm 10 e Pm 2,5), residuo della combustione proveniente dalle emissioni industriali, dagli scarichi dei veicoli, dall’usura dell’asfalto, dei freni, delle frizioni e degliRisultati immagini per smog pneumatici. Sono dannose per bambini, anziani, persone con problemi respiratori (asma, bronchite cronica, enfisema, allergia) o cardiovascolari;

– il monossido di carbonio (CO), che deriva da vari processi di combustione, principalmente dai veicoli a benzina e, in minore quantità, dalle raffinerie di petrolio e dalle combustioni con impianti a carbone o legno; è pericoloso per persone con malattie cardiache, feti, lattanti;

– il biossido di azoto (NO2) che si forma nei processi di combustione ad alte temperature, ed è prodotto dai veicoli, da industrie, dal riscaldamento domestico. È pericoloso per bambini e adulti in attività fisica intensa, persone con problemi respiratori. È  un gas fortemente irritante e cancerogeno;

– il biossido di zolfo (SO2), un prodotto della combustione, proveniente da impianti di centrali termoelettriche, raffinerie, da impianti di riscaldamento e, in minima parte, dal traffico veicolare. Crea danni a persone con problemi respiratori, bambini.

– l’ozono (O3): l’inquinamento, atmosferico determina, da un lato, l’assottigliamento della fascia d’ozono nella stratosfera ad alta quota (fenomeno noto come “buco dell’ozono”), e dall’altro un aumento, in particolar modo nelle ore calde dei giorni d’estate, dell’ozono in prossimità del suolo. L’ozono ad alta quota è “benefico”: serve a proteggerci dalle radiazioni solari. Nelle città la molecola d’ozono deriva da un complesso meccanismo di reazioni (smog-fotochimico) che coinvolgono ossigeno, ossidi di azoto, idrocarburi insaturi, radiazione solare e calore. I valori massimi di questi 4 parametri si ottengono in città, d’estate e nelle ore più calde. L’ozono è irritante per l’uomo (vie respiratorie) e per alcuni materiali (es. gomma). È dannoso per persone con problemi respiratori (asma, enfisema, bronchite cronica), bambini, anziani.

 

Non essendo possibile definire un ambiente incontaminato di riferimento, poiché la composizione dell’aria è variabile nello spazio e nel tempo, si è reso necessario introdurre degli standard convenzionali per la qualità dell’aria. Si considera dunque inquinata l’aria la cui composizione ecceda limiti stabiliti per legge allo scopo di evitare effetti nocivi sull’uomo, sugli animali, sulla vegetazione, sui materiali o sugli ecosistemi in generale.

 

Come si legge sul sto dell’Ospedale Pediatrico del Bambin Gesù, i bambini sono particolarmente vulnerabili ai fattori inquinanti per svariati motivi:

– respirano volumi di aria proporzionalmente maggiori rispetto agli adulti e quindi inspirano una maggiore quantità di inquinanti;

– hanno processi di assorbimento e metabolici accelerati;Risultati immagini per bambini smog

– respirano a una altezza più vicina al suolo, dove è presente una maggiore concentrazione di sostanze inquinanti prodotte dai veicoli stradali.

La correlazione tra i livelli di inquinamento atmosferico e le patologie respiratorie è ben noto, invece è ancora da meglio definire l’associazione diretta con l’asma.

I genitori moderni si preoccupano tanto di quello che mangiano i propri figli, che non si prendano freddo o caldo, di che amici frequentano, ma pare si preoccupino poco di quello che respirano.

Risultati immagini per bambini smogE in Italia come vanno le cose? Siamo forse quel 5% del mondo che respira, per ora, aria buona?

Si legge sul sito dell’Ansa che l’Italia ha l’aria più inquinata fra i grandi paesi europei, col maggior numero di morti per inquinamento atmosferico. Lo rivelerebbe il rapporto “La sfida della qualità dell’aria nelle città italiane” presentato lo scorso settembre 2017 al Senato dalla Fondazione sviluppo sostenibile.

L’Italia, secondo tale rapporto, ha circa 91.000 morti premature all’anno per inquinamento atmosferico, contro le 86.000 della Germania, 54.000 della Francia, 50.000 del Regno Unito, 30.000 della Spagna. Il nostro paese ha una media di 1.500 morti premature all’anno per inquinamento per milione di abitanti, contro una media europea di 1.000. La Germania è a 1.100, Francia e Regno Unito a circa 800, la Spagna a 600.

Dei 91.000 morti in Italia, 66.630 sono per le polveri sottili PM2,5, 21.040 per il disossido di azoto (NO2), 3.380 per l’ozono (O3).

Per le polveri sottili PM2,5 si contano nel nostro paese 1.116 morti premature all’anno per milione di abitanti, contro una media europea di 860. La zona dove il particolato fine uccide di più è l’area di Milano e dintorni, poi Napoli, Taranto, l’area industriale di Priolo in Sicilia, le zone industriali di Mantova, Modena, Ferrara, Venezia, Padova, Treviso, Monfalcone, Trieste e Roma.

Le quattro regioni del bacino padano (Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto), secondo i recenti dati dell’European Environment Agency, sarebbero la zona più inquinata del continente con una concentrazione di Pm10 (polveri sottili) è schizzata ben oltre i 50 microgrammi al metro cubo, ovvero oltre il livello guardia, con valori pressoché doppi (fonte: Wired).

Risultati immagini per smogE non si creda che sia solo colpa delle automobili. Il 35% delle polveri sottili PM10 di Milano (la zona d’Italia più inquinata dal particolato) proviene dall’agricoltura, sostiene il rapporto “La sfida della qualità dell’aria nelle città italiane”. L’agricoltura emette nell’atmosfera ammoniaca (NH3), dai fertilizzanti e dalle deiezioni degli allevamenti. L’ammoniaca nell’aria reagisce con nitrati e solfati (prodotti dagli scappamenti delle auto) e forma particolato fine. Per il rapporto, l’agricoltura è responsabile del 96% delle emissioni italiane di ammoniaca.

E la città in cui vivo? Firenze è la 31^ area più inquinata d’Europa per la forte presenza, oltre i limiti di legge, del Biossido d’azoto (NO2).

Non sarebbe tempo di adeguarsi, almeno, alle medie europee?

 

Non sarà ora di cambiar aria?

 

LIBERTÀ, UGUAGLIANZA E CITTADINANZA

IL REDDITO DI CITTADINANZA NON È UN SUSSIDIO DI DISOCCUPAZIONE

Image result for reddito di cittadinanzaIn questi giorni il dibattito politico è caduto sul reddito di cittadinanza, un concetto nuovissimo sul quale, per ignoranza o per malafede, sono state fatte circolare informazioni sbagliate e devianti. In un senso e nell’altro: “Un argine contro la povertà secondo i suoi sostenitori, un sussidio a pioggia che non è destinato a risolvere il tema della scarsa occupazione per i suoi detrattori.” (www.repubblica.it). Ma, in nessuno dei due casi stiamo parlando davvero del reddito di cittadinanza ma di un reddito minimo o, addirittura, di un sussidio di disoccupazione, concetto che di nuovo a ben poco.

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In Europa si parla più facilmente di reddito minimo garantito per distinguerlo dal reddito di cittadinanza, che è invece un contributo universale concesso indipendentemente dal reddito e dalla disponibilità o meno a lavorare.” (www.repubblica.it).

Il presunto reddito di cittadinanza di cui parlano (o “sparlano”) ii politici italiani in questi giorni è, nei fatti, una forma di reddito minimo garantito, confuso a sua volta con il sussidio disoccupazione.. Non è quindi, in alcun modo, il reddito di cittadinanza! Infatti, ai possibili beneficiari verrebbe richiesto di iscriversi ai centri per l’impiego, il che è un assurdo, perché il reddito di cittadinanza dovrebbe, appunto, prescindere dal reddito e dallo stato di lavoratore o di disoccupato.

Che cosa intendiamo allora con reddito di cittadinanza?

Come indica il nome stesso, il reddito di cittadinanza (chiamato anche “reddito di base”, in inglese “basic income”) è un trasferimento monetario erogato dallo stato che viene ricevuto da tutti i cittadini, a prescindere da ogni altra considerazione. È un reddito, quindi, che spetta a qualcuno per il solo fatto di essere cittadino di un certo paese. La sua caratteristica è che viene erogato in assenza di qualsiasi altra condizione: ricchi e poveri, occupati e disoccupati, tutti i cittadini di uno stato che prevede il reddito di cittadinanza ricevono questo sussidio.”  (www.ilpost.it)

Qualcosa del genere pare ci sia solo in Alaska, dove chiunque riceve 1.000-2.000 dollari l’anno (a seconda del periodo) senza distinzione di reddito, età o occupazione.

In Finlandia sono concessi 560 euro al mese a 2.000 disoccupati estratti a sorte. Lo riceverà anche chi trova lavoro. Siamo qui, però, più vicini a un sussidio, anche se si conserva dopo aver trovato lavoro, ma riguarda comunque una popolazione minima e non tutti i finlandesi (www.ilfattoquotidiano.it).

Poca cosa, invero, e ben lontano da un vero reddito di cittadinanza, che rimane concetto di pura speculazione, senza vere applicazioni pratiche.Image result for rivoluzione francese

Il reddito di cittadinanza potrebbe essere invece un concetto rivoluzionario, che affonda le sue radici, per l’appunto, nella più celebre delle rivoluzioni, quella francese del 1789-99. Chi non conosce, infatti, il suo celebre motto “Liberté, égalité, fraternité”? Ebbene, la politica, da allora si è molto concentrata sui concetti di libertà e uguaglianza (persino nelle ultime elezioni una formazione politica ha pensato di farvi riferimento, dimenticandosi però del terzo elemento del motto e chissà se non sia stato questo a portar loro sfortuna!). Il reddito di cui parliamo si rifà proprio al concetto di fratellanza. Il sussidio di disoccupazione, invece, si riallaccia a quelli di solidarietà e uguaglianza.

Perché oggi, dopo oltre due secoli, la fratellanza dovrebbe tornare di moda?Image result for rivoluzione industriale

In realtà in quel termine, usato sul finire del XVIII secolo c’era una grande lungimiranza, che coglieva un’esigenza che si stava sviluppando con l’avvio di un processo che proprio ora comincia a rendersi più palese: la rivoluzione del lavoro. Stava partendo, infatti, la rivoluzione industriale, il modo di lavorare stava cambiando e il lavoro diveniva “un fattore di produzione”, ancor più che nell’epoca della prevalenza dell’agricoltura. I lavoratori si “vendevano” sul mercato, come schiavi mercenari, o, se preferite, vendevano il loro tempo, divenendo schiavi part-time. Il lavoratore agricolo era assoggettato ai tempi della natura (giorno e notte, alternarsi delle stagioni), ma non vendeva il suo tempo in pacchetti orari, remunerati con salari e stipendi.

Con la rivoluzione industriale, prima, con quella elettronica e informatica poi, il lavoro, inoltre, progressivamente perdeva spazi e valore, perché il lavoro umano poteva essere sostituito dal lavoro meccanico. E i cittadini,  i lavoratori che cosa guadagnavano in tutto ciò? Dire nulla sarebbe sbagliato,  ma credo si possa dire che ci hanno guadagnato poco, rispetto al progresso che abbiamo avuto. Alcuni di loro, i così detti capitalisti, beneficiavano dell’automazione grazie ai minori costi di produzione che si trasformavano in maggiori guadagni. Contemporaneamente, però, la società si è evoluta e sviluppata, maggiori quantità di denaro sono entrate in circolazione. I “ceti inferiori” oggi hanno servizi e beni impensabili un tempo. La società offre loro scuole, ospedali, cure mediche, strade, infrastrutture, pensioni… Tutto questo serve a far beneficiare i Image result for robot industrialicittadini, tutti i cittadini, del progresso che si è ottenuto grazie, anche, al lavoro dei loro antenati e di loro stessi. Il reddito di cittadinanza è qualcosa di simile. Qualcosa che si aggiunge a ciò che lo Stato dà a tutti i suoi cittadini.

Credo che possa aiutare immaginare lo Stato come una famiglia. Se si fa parte di una famiglia, questa mette a disposizione di tutti i suoi membri, a prescindere da età, stato di occupazione, salute o reddito prodotto, una casa in cui abitare, cibo e assistenza per ogni genere di situazione. Se la famiglia è ricca, offrirà di più. Se la famiglia è povera, offrirà di meno. Non chiederà però (di norma) ai bambini o ai vecchi di lavorare. Una famiglia povera offrirà lo stretto indispensabile. Una famiglia ricca pagherà le vacanze, i corsi di lingua o di sport ai figli, bei vestiti, giocattoli, elettrodomestici, la badante ai genitori anziani. Che diritto hanno costoro a ricevere tutto questo? Il loro forse non è neanche un diritto. Nasce dal fare parte di una comunità.

Image result for bancomat nuova generazioneSe apparteniamo a una comunità più ampia, questo non può funzionare? Di sicuro è più difficile e non ci sono i legami di sangue e amore a rendere tutto più semplice, ma uno Stato è una comunità in cui i membri si riconoscono. Se si riconoscono in quella comunità, dovrebbero accettare di condividere con gli altri cittadini qualcosa. E già lo facciamo! Lo facciamo con tutto quello che chiamiamo welfare, con i servizi e le infrastrutture che la comunità offre ai suoi membri.

Perché il reddito di cittadinanza potrebbe diventare un diritto come la libertà e l’uguaglianza? Perché il benessere della comunità non nasce oggi all’improvviso, ma è il frutto del lavoro e del capitale di tutti noi e di tutti coloro che ci hanno preceduto.

C’è però un problema. Per pagare un sussidio di disoccupazione basta guardare nei conti dello Stato e dire, come si sta facendo ora, okay, ci servono 15 miliardi o magari 30 miliardi. C’è la copertura di bilancio? Ovvero lo Stato si può permettere di pagare, ad alcune persone, per esempio 4 milioni di indigenti, 780 € al mese?

Invece, dare un reddito di cittadinanza, significativo, a tutti e un’altra cosa. L’Italia potrebbe permettersi di pagare € 1.000 al mese a 60.000.000 di abitanti? Non si tratterebbe solo di cercare dei fondi. Si tratterebbe di immaginare una società del tutto diversa, un modo di vivere diverso, un modo di rapportarci gli uni agli altri del tutto diverso.

Image result for robot cameriereDisporre di un reddito di cittadinanza significherebbe accrescere la capacità di consumo di tutti, avviando, forse, meccanismi virtuosi di sviluppo. Significherebbe però anche poter dire, a tutti, che possono lavorare un po’ meno, che 37 ore lavorative settimanali magari potrebbero diventare 30 senza per questo impoverirsi. Più tempo libero potrebbe essere dedicato a se stessi e, magari, a un po’ più di arte, di bellezza, di vita e di scambio sociale. Forse una parte potrebbe trasformarsi in risparmi per un minore uso di strutture pubbliche come asili o assistenza a infermi e anziani, avendo la gente più tempo e risorse da dedicare ai propri cari. Andrebbe ridefinito l’intero welfare. Le risorse dovrebbero trovare una diversa destinazione, trasformando una parte dei servizi in reddito individuale.

Il reddito di cittadinanza, quello vero, non quello taroccato di cui si parla per propaganda politica, sarebbe un cambiamento epocale. In un tempo in cui tutto sta diventando automatizzato, in cui tanti lavori scompaiono, si potrebbe davvero tutti lavorare meno e anche la disoccupazione si potrebbe ridurre.

Il reddito di cittadinanza è la risposta a un mondo in cui le macchine prendono il posto dei lavoratori. Chi deve beneficiare del lavoro delle macchine? Solo i proprietari di queste macchine? Chi le produce? Chi le vende? Certo anche loro, ma anche tutta la comunità. Non si tratta di togliere valore alla proprietà privata, si tratta di ridare valore all’uomo, proprio mentre il suo lavoro va sparendo, il suo valore come fattore produttivo si riduce.

Arrivare a un reddito di cittadinanza sarebbe possibile? Penso di sì, ma non oggi, non domani. Ci si potrà arrivare solo cambiando molte cose, per primo il modo di pensare, quindi il mondo in cui lo Stato trasforma le tasse in servizi. In realtà, andrebbe rivoluzionato anche il sistema fiscale. Che senso avrebbe chiedere pagare un reddito, se poi venisse ripreso sotto forma di tasse? Forse una forma di reddito di cittadinanza o un suo compendio potrebbe essere la riduzione della tassazione sul reddito. Oggi lo Stato prende soldi sui redditi, sulla proprietà e sui consumi. E se decidesse di prendere solo le imposte sui consumi? Si perderebbe del tutto il principio della proporzionalità dell’imposta o chi più guadagna e più spende non sarebbe tassato di più di chi meno ha e quindi meno potrebbe spendere? E il reddito di cittadinanza non potrebbe essere un modo per far spendere anche chi ora ha meno, trasformandoli in pagatori di imposte ma nel contempo attivando i consumi e con questi l’economia?Image result for vacanza

Difficile, molto difficile, perché sarebbe un cambiamento immane, ma non impossibile.

Il fatto che se ne parli è già un bel passo avanti.

Il mondo non deve essere come lo conosciamo. Può cambiare, come cerco di dimostrare anche con le mie ucronie, come con l’ultimo romanzo “Il sogno del ragno”, in cui descrivo un mondo in cui le cose funzionano in modo del tutto diverso da oggi. Mi rifaccio al mondo di Sparta, in cui i pasti e gli alloggi erano comuni, dati ai cittadini (che si definivano tra loro “Uguali”) per il solo fatto di appartenere a una comunità.

Peccato che un’idea tanto sconvolgente sia stata trasformata in una buffonata elettorale che ha ingannato e confuso le persone.

STORIA DI UN GENOCIDA CHE SA INVENTARE MONDI IMMAGINARI

Quando ho iniziato a leggere “Da animali a Dei” (2014) dello storico israeliano Yuval Noah Harari (Kiryat Ata – Israele -24/02/1976) non pensavo che questo saggio potesse aiutarmi ad approfondire il tema di cui ho parlato nel mio recente articolo Image result for estinzione di massaSopravvivremo alla Sesta Estinzione di Massa?

Il volume, invece, presenta alcuni capitoli assai importanti per comprendere che l’umanità non ha cominciato a danneggiare in modo grave l’intero pianeta solo negli ultimi 200 o 500 anni per effetto della rivoluzione industriale e dell’incremento demografico. Da questo saggio emerge con evidenza come persino gli antichi coltivatori-raccoglitori di epoca pre-agricola, vissuti cioè tra 70.000 e 15.000 anni fa, sono stati in grado di provocare l’estinzione di un grandissimo numero di specie, in particolare gli animali terrestri di grossa taglia, che furono sterminati in maniera quasi totale soprattutto nei continenti in cui l’homo sapiens si trasferì in modo pressoché improvviso, ovvero l’Australia e, ancor più, le due Americhe. Se in Africa ed Eurasia gli animali avevano imparato a temere, poco per volta, gli uomini man mano che questi miglioravano le proprie tecniche di caccia, nei continenti “nuovi” l’arrivo di questa scimmia dall’aria fragile non impensierì i grandi abitanti di quelle zone, che sottovalutarono il pericolo, lasciandosi avvicinare e uccidere con facilità dai cacciatori. L’abitudine a bruciare boschi e giungle per creare radure in cui fosse facile scorgere i predatori e cacciare piccoli animali, contribuì sin da allora a devastare interi eco-sistemi.

Image result for specie di homoUn’altra osservazione interessante di questo libro è nel fatto che a estinguersi, presumibilmente per causa nostra, non furono solo altri “animali”, ma persino i nostri “fratelli” delle altre specie di homo. L’homo sapiens non è, infatti, l’evoluzione diretta dell’uomo di Neanderthal, dell’homo abilis, dell’homo erectus e di molte altre specie di homo ma ne è una sorta di “fratello” allo stesso modo in cui non discendiamo dagli scimpanzé attuali ma da un antenato comune. Il sapiens è divenuto una specie concorrente delle altre e come tale ha contribuito alla loro estinzione, vuoi predando e raccogliendo cibo negli stessi territori, facendo morire di fame  i membri delle altre specie, vuoi, magari, compiendo autentici genocidi. Insomma, l’homo sapiens, ancor prima di diventare un essere tecnologico ha contribuito all’estinzione di un enorme numero di specie animali, compresi i suoi “fratelli” della famiglia biologica homo e a distruggere gli habitat di molte altre specie animali e vegetali.

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Altra osservazione affascinante di questo saggio è l’importanza della capacità di raccontare storie nel successo della nostra specie.

È relativamente facile concordare sul fatto che solo l’Homo sapiens può parlare di cose che non esistono veramente, e di mettersi in testa cose impossibili appena sveglio. Non riuscireste mai a convincere una scimmietta a darvi una banana promettendole che nel paradiso delle scimmiette, dopo morta, avrà tutte le banane che vorrà.”

La capacità di inventare storie è stata la base della creazione di grandi gruppi organizzati:

Ma la finzione ci ha consentito non solo di immaginare le cose, ma di farlo collettivamente. Possiamo intessere miti condivisi come quelli della storia biblica della creazione, quelli del Tempo del Sogno elaborati dagli aborigeni australiani e quelli nazionalisti degli stati moderni. Questi miti conferiscono ai Sapiens la capacità senza precedenti di cooperare tra grandi numeri di individui.”

Image result for narratore“Come ha fatto l’Homo sapiens ad attraversare questa soglia critica, arrivando a fondare città con decine di migliaia di abitanti e poi imperi che governavano centinaia di milioni di persone? Il segreto sta probabilmente nella comparsa della finzione. Grandi numeri di estranei riescono a cooperare con successo attraverso la credenza in miti comuni.”

Questa nostra capacità di immaginare e rendere reali le cose, ci ha anche permesso di inventare categorie giuridiche e considerare quindi reali cose che non esistono nella realtà. Per esempio: “La Peugeot appartiene a un particolare genere di finzioni giuridiche chiamate “società a responsabilità limitata”. “Il concetto che sta dietro queste società è tra le più ingegnose invenzioni dell’umanità.”

“Gran parte della storia gira intorno a questa domanda: come si fa a convincere milioni di

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Karl Marx

persone a credere a storie tanto particolari circa gli dèi, le nazioni o le società a responsabilità limitata?”

Questa capacità di immaginare e credere nell’immaginario ha permesso al sapiens di creare le religioni e le ideologie. Tra le ideologie ci sono anche il capitalismo e il consumismo.

Harari, poi, sfata il mito che con l’avvento dell’agricoltura le condizioni di vita dell’umanità siano migliorate rispetto a quando eravamo solo cacciatori-raccoglitori: “Il tipo di vita del cacciatore-raccoglitore differiva notevolmente da una regione all’altra e da stagione a stagione, ma nel complesso pare che questi Sapiens abbiano potuto godere un’esistenza più confortevole e gratificante di quella vissuta dalla maggior parte dei contadini, pastori, operai e impiegati che sono venuti dopo di loro.”

Image result for DeiCon l’agricoltura peggiora la dieta, meno varia, e peggiora la qualità del tempo: “Mentre nelle attuali società opulente una persona lavora in media quaranta-quarantacinque ore la settimana e nei paesi in via di sviluppo lavora tra le sessanta e le ottanta ore la settimana, i cacciatori-raccoglitori esistenti oggi negli habitat più inospitali – come il deserto del Kalahari – lavorano in media tra le trentacinque e le quarantacinque ore settimanali. Si occupano della caccia solo un giorno su tre, e la raccolta comporta giornalmente un lavoro fra le tre e le sei ore.”

La Rivoluzione agricola è stata la più grande impostura della storia.Image result for Contadini

Chi ne fu responsabile? Né re né preti né mercanti. I colpevoli furono una manciata di specie vegetali, compreso il frumento, il riso e le patate. Furono queste piante a domesticare l’Homo sapiens, non viceversa. Si pensi per un momento alla Rivoluzione agricola dal punto di vista del frumento. Diecimila anni fa il frumento era un’erba selvaggia, confinata in una zona piuttosto limitata del Medio Oriente. Improvvisamente, nel giro di qualche millennio, esso cresceva in tutto il mondo. Secondo i princìpi evoluzionistici basilari di sopravvivenza e di riproduzione, il frumento è diventato una delle

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Frumento

piante di maggior successo nella storia della Terra. In regioni quali le grandi pianure del Nord America, dove diecimila anni fa non cresceva un solo gambo di questa pianta, oggi si può camminare per centinaia e centinaia di chilometri senza imbattersi in alcuna altra pianta. A livello mondiale, le piantagioni di frumento coprono circa 2,25 milioni di chilometri quadrati della superficie terrestre, quasi dieci volte l’estensione della Gran Bretagna. Come fu che quest’erba diventò, da insignificante, a ubiqua?

Il frumento ci riuscì manipolando l’Homo sapiens a proprio vantaggio. Questa scimmia, diecimila anni fa, stava vivendo una vita tutto sommato confortevole, cacciando e raccogliendo; ma poi cominciò a investire sempre più impegno a coltivare il frumento. Nel giro di un paio di millenni, in numerose parti del mondo, gli umani, dall’alba al tramonto, ormai facevano poco altro a parte prendersi cura delle piante di frumento.”

Se furono le piante ad addomesticare l’uomo e non viceversa, analogo discorso può valere per animali come mucche, pecore e galline, con la differenza, che per il frumento la simbiosi con l’uomo ha portato solo vantaggi riproduttivi e ben pochi svantaggi (almeno fino a a quando non si dimostrerà che anche le piante hanno dei sentimenti e soffrono come gli animali).

Per gli animali “domestici”, il discorso è un po’ diverso, perché, se è vero che ci hanno “addomesticato”, al punto che oggi ci sono molte più mucche, pecore e galline di quante ci sarebbero probabilmente state in natura senza il nostro aiuto.  Questi animali, però, sono stati introdotti nella produzione industriale e, se i loro geni (malati) ora si riproducono più facilmente (e questo è un successo evolutivo), peraltro, come anche Harari evidenzia, la qualità della loro vita ha subito un declino drammatico. In merito si potrebbe approfondire leggendo l’interessante saggio “Se niente importa” di Jonathan Safran Foer. Caso ancora diverso quello degli animali da compagnia, che oggi sono serviti e riveriti.

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Altre interessanti citazioni sulle origini della nostra specie sono:

Nell’Homo sapiens il cervello vale circa il 2-3 per cento del peso corporeo totale, ma consuma il 25 per cento dell’energia del corpo quando questo è in stato di riposo. Facendo il confronto, i cervelli delle altre scimmie richiedono solo l’8 per cento dell’energia in stato di riposo. Gli umani arcaici pagarono in due modi il fatto di avere cervelli grandi. In primo luogo, spesero più tempo alla ricerca di cibo. Secondariamente, atrofizzarono i loro muscoli.”

 

Il fatto di poter vedere più dall’alto e di usare mani industriose, l’umanità lo pagò con mal di schiena e colli rigidi. Alle donne costò anche di più. L’andatura eretta richiedeva fianchi più stretti, venendo a così restringere il canale vaginale – e ciò mentre le teste dei bambini diventavano sempre più grosse. Per le femmine degli umani, la morte per parto diventò un pericolo enorme.”

 “Addomesticando il fuoco, gli umani acquisirono il controllo di una forza totalmente gestibile e potenzialmente illimitata.”

 “I gruppi vaganti dei Sapiens raccontatori di storie costituirono la forza più importante e più distruttiva che il regno animale avesse mai prodotto.”

 “Tutto ruotava intorno al fatto di raccontare storie e di convincere gli altri a crederci.”

 Da animali a Dei” non si occupa solo della preistoria.

I suoi capitoli sono:

Parte prima. La Rivoluzione cognitiva

  1. Un animale di nessuna importanza
  2. L’albero della conoscenza
  3. Una giornata nella vita di Adamo ed Eva
  4. L’inondazione

Parte seconda. La Rivoluzione agricola

  1. La più grande impostura della storia
  2. Costruire piramidi
  3. Memoria sovraccarica
  4. Non c’è giustizia nella storia

Parte terza. L’unificazione dell’umanità

  1. La freccia della storia
  2. L’odore del denaro
  3. Visioni imperiali
  4. La legge della religione
  5. Il segreto del successoImage result for allevamento intensivo

Parte quarta. La Rivoluzione scientifica

  1. La scoperta dell’ignoranza
  2. Il matrimonio tra Scienza e Impero
  3. Il credo capitalista
  4. Le ruote dell’industria
  5. Una rivoluzione permanente
  6. E vissero felici e contenti
  7. La fine dell’Homo Sapiens

Postfazione. L’animale che diventò un dio

Nella terza e quarta parte del saggio (e in parte anche nella seconda) Harari tratta il periodo “storico” della nostra specie, anche se piuttosto che usare la scoperta della scrittura come spartiacque, preferisce parlare di rivoluzione cognitiva, facendo partire tutto da lì e ridimensionando il ruolo della scrittura (che, del resto, di questi tempi sembra stare per morire e cui l’umanità e la Storia potrebbero riuscire a sopravvivere).

Se la parte iniziale mi è parsa la più interessante e densa, anche le altre offrono affascinanti temi di riflessione, come l’idea che le tre forze unificanti dell’umanità siano: denaro, imperi e religioni e come la tendenza generale dell’umanità, grazie all’azione di queste forze, sia verso l’unificazione delle culture.

A qualcuno potrebbe sembrare semplicistico descrivere in poche centinaia di pagine la storia dell’umanità da 70.000 anni fa, quando i soli strumenti che sapevamo usare erano pietre e bastoni, a oggi, ma “Da animali a dèi” non ha la pretesa di descrivere tutti gli eventi di tutte le culture che si sono succedute in questi millenni sulla Terra. Quella che Image result for ricchezza e povertàfa è un’analisi della nostra evoluzione-storia, con uno sguardo diverso. Come Jared Damond in “Armi, acciaio e malattie” analizzava il prevalere degli euro-asiatici sugli altri popoli con lo sguardo di un ornitologo, riuscendo a cogliere aspetti generali che agli storici attenti ai dettagli di norma sfuggono, così questo saggio di Harari riesce a portarci a riflettere sulle tendenze generali della nostra storia e sulle pulsioni che la muovono.

Nella parte finale, per esempio, lo storico s’interroga su come sia cambiata la felicità dell’uomo dall’antichità a oggi, cercando, innanzitutto, di capire che cosa s’intenda con “felicità”, come sia misurabile e come sia un concetto tipico del nostro tempo.

Gli ultimi cinquecento anni hanno assistito a una serie sbalorditiva di rivoluzioni. La terra è stata unificata in un’unica sfera ecologica e storica. L’economia si è sviluppata in misura esponenziale, e l’umanità oggi gode di un tipo di ricchezza un tempo riservato solo alle fiabe. La scienza e la Rivoluzione industriale hanno conferito all’umanità poteri sovrumani e un’energia praticamente illimitata. L’ordine sociale si è trasformato completamente, così come la politica, la vita quotidiana e la psicologia umana.

Ma siamo più felici?”

Oggi abbiamo un livello di sopportazione del dolore e della sofferenza assai più basso che nel passato e una percezione della violenza che ci circonda assai maggiore. Questo ci inganna facendoci credere di vivere in un tempo violento, ma come questo testo dimostra (e molti altri studi con esso), stiamo vivendo nell’epoca meno violenta e più pacifica che l’umanità abbia mai attraversato.

Ciò che nessuno può negare è che la violenza internazionale è scesa a un minimo storico.”

Image result for fungo atomicoTra le varie ragioni che hanno contribuito a rendere le guerre degli eventi eccezionali e non più abituali, Harari elenca “Primo fra tutti, il prezzo della guerra è salito drasticamente. A Robert Oppenheimer e ai suoi colleghi artefici della bomba atomica avrebbe dovuto essere stato attributo il Nobel per la pace, avendo reso inutile questo premio dopo di loro.”.

In secondo luogo, mentre il prezzo della guerra s’impennava i profitti della guerra declinavano. Nel corso di gran parte della storia le nazioni potevano arricchirsi depredando o annettendo territori nemici. Il grosso della ricchezza consisteva di campi coltivati, bestiame, schiavi e oro, per cui era facile far bottino di queste cose. Oggi la ricchezza consiste principalmente di capitale umano, di know-how tecnico e di complesse strutture socioeconomiche quali le banche. Di conseguenza è difficile portare via questi beni o incorporarli nel proprio territorio.”

“Mentre la guerra diventava meno proficua, la pace diventò più lucrativa che mai.”

“Ultimo ma non da meno, nella cultura politica globale ha avuto luogo uno spostamento tettonico. Nella storia, numerose élite – come i condottieri Hun, i nobili vichinghi e i sacerdoti aztechi – consideravano la guerra un bene positivo. Altri la vedevano come un male, ancorché inevitabile, da ricondurre possibilmente a proprio vantaggio. La nostra è la prima epoca nella storia in cui il mondo è dominato da un’élite amante della pace”.

Infine, Harari lancia, infine, uno sguardo verso il futuro, immaginando dove potrebbero portarci lo sviluppo della biotecnologia e della genetica:

i Sapiens, malgrado gli sforzi e conquiste da essi compiuti, non sono capaci di liberarsi dai loro limiti biologici. All’alba del ventunesimo secolo, questo sembra non essere più vero: l’Homo Sapiens sta valicando i propri limiti. Egli comincia ora a spezzare le leggi della selezione naturale, sostituendole con quelle della progettazione intelligente.”

Image result for protesi ciberneticheOggi il sistema di selezione naturale, vecchio di quattro miliardi di anni, sta affrontando una sfida completamente differente. Nei laboratori di tutto il mondo gli scienziati stanno progettando esseri viventi.”

“Al momento in cui scrivo, la sostituzione della selezione naturale da parte della progettazione intelligente potrebbe avvenire in uno di questi tre modi: attraverso la bioingegneria, la cyberingegneria (i cyborg sono esseri che combinano parti organiche con parti non organiche) e l’ingegneria della vita inorganica.”

“La nostra capacità di programmare non soltanto il mondo che ci circonda, ma soprattutto il mondo dentro i nostri corpi e le nostre menti, sta sviluppandosi a velocità vertiginosa.”

 

In sintesi questo libro ci dice che “Settantamila anni fa l’Homo sapiens era ancora un animale insignificante che si faceva i fatti suoi in un angolo dell’Africa. Nei successivi millenni si trasformò nel signore dell’intero pianeta e nel terrore dell’ecosistema. Oggi è sul punto di diventare un dio, pronto ad acquisire non solo l’eterna giovinezza ma anche le Image result for bionicacapacità divine di creare e di distruggere.”

Il volume si conclude con un’angosciante interrogativo su cui tutti dovremmo riflettere (e agire) “Può esserci qualcosa di più pericoloso di una massa di dèi insoddisfatti e irresponsabili che non sanno neppure ciò che vogliono?” Questi dèi insoddisfatti siamo noi.

Credo che un primo passo per trovare la soluzione a questo problema, che ha fatto sì che l’homo sapiens (unica specie, per quanto ne sappiamo, a essere arrivata a tale grado di distruttività) stia mettendo a repentaglio l’esistenza di tutte le altre specie viventi e, presumibilmente, anche la propria, sia proprio leggere libri come questo, che ci aiutano a vedere il mondo in modo diverso.

SOPRAVVIVREMMO ALLA SESTA ESTINZIONE DI MASSA?

È vero che è già iniziata una grande estinzione di massa che sta portando alla scomparsa di elevate percentuali delle specie viventi sul nostro pianeta? È vero che la causa di questo disastro è l’attività dell’uomo? Potremo sopravvivere alla Sesta Estinzione di Massa?

Extinction Intensity.pngLe estinzioni di massa sono fenomeni che hanno interessato il nostro pianeta anche prima della comparsa dell’uomo. Per cinque volte la Terra e la Vita sono sopravvissute, pur attraverso grandi cambiamenti. Se è vero che è iniziata la Sesta Estinzione di Massa, possiamo, se non altro cominciare a ragionarne con un pizzico di “ottimismo”: magari l’umanità scomparirà dal pianeta, ma non è detto che questo si riduca per sempre a un deserto desolato. Non vi sembra molto ottimistico. Bene. Allora è tempo di ragionare su quali scenari si stiano prospettando, perché ce ne potrebbero essere anche di peggiori. Per quel che posso, nel seguente articolo, vorrei cominciare una riflessione che altri più autorevoli e qualificati di me spero possano riprendere e approfondire.

 

Le estinzioni di massa sono anche dette “transizioni biotiche” e sono periodi geologicamente brevi durante i quali si assiste a un massiccio sovvertimento dell’ecosistema terrestre, con scomparsa di un grande numero di specie viventi e, sinora, sopravvivenza di altre che divengono dominanti.

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È chiaro a tutti che cosa intendiamo con “specie”? Che cosa vuol dire che una specie si sta estinguendo? Il concetto di specie è alla base della classificazione degli organismi viventi, trattandosi del livello tassonomico obbligatorio gerarchicamente più basso. Secondo Mayr (1983): «Una specie è una comunità riproduttiva di popolazioni, riproduttivamente isolata dalle altre, che in natura occupa una nicchia specifica». Le specie sono poi raggruppate in generi e i generi in famiglie. I raggruppamenti successivi sono: ordini, classi, phylum, regno e dominio.

Per intenderci, noi siamo la specie Homo Sapiens, unico rappresentante vivente del genere Homo, appartenente all’ordine degli ominidi, che fa parte della famiglia dei primati (assieme a scimpanzé, gorilla e altri). Quando si dice che una specie si è estinta, credo sia utile immaginare che quella specie potrebbe essere la nostra e che quindi sia come dire che tutti gli esseri umani siano spariti. Forse parlare della fine dell’homo sapiens fa più effetto che dire che i dodo si sono estinti.

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Per individuare una transizione biotica, occorre valutare il tasso di estinzione, che è dato dal numero di famiglie biologiche di invertebrati e vertebrati estinte in ogni milione di anni.

Nella vita del pianeta si stima che tale tasso sia di solito intorno a 2-5 famiglie. Fanno eccezione cinque grandi picchi di estinzione, definiti appunto “estinzione di massa”. Alcuni studiosi sostengono che sia in corso la sesta.

In epoca preistorica si estinguevano tra 100 e 1.000 specie di mammiferi ogni millennio. I mammiferi estinti in epoca storica sono stati circa 90.000 per millennio. Le stime per il futuro sono di tassi di estinzione (per tutte le specie) tra i 1 milione e i 12 milioni per millennio (ovvero da grande Estinzione di Massa).

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Con la Prima Estinzione di Massa, circa 450 milioni di anni fa, si stima che scomparve circa l’85% delle specie allora esistenti. Con la Seconda, 375 milioni di anni fa, l’82%. Con La Terza, 250 milioni di anni fa, il 96% delle specie marine e il 50% delle famiglie animali. Con la Quarta, 200 milioni di anni fa, si estinse il 76% delle specie viventi.

Infine, con la Quinta, 65 milioni di anni fa, scomparve il 75% delle specie viventi, compresi i dinosauri.

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Ogni transizione biotica determina una drammatica e drastica perdita di biodiversità (che rende la vita sul pianeta ancor più vulnerabile). Per ritornare al livello di biodiversità del passato sono serviti sempre parecchi milioni di anni. Se è vero che, in passato, la vita ha sempre prevalso, la strada è stata lunga. Davvero lunga. Gli ominidi, per esempio, si sono separati dagli scimpanzé circa 4-6 milioni di anni fa. Il primo Homo compare 2 milioni di anni fa. L’Homo sapiens circa 200.000 anni fa. Sembra che in media, ogni specie di vertebrati dia origine a una nuova specie una volta ogni 10 milioni di anni. Distruggere una specie può essere questione di pochi anni, ricrearne una nuova è tutt’altra questione.

Alcuni ricercatori sostengono che le estinzioni possono essere sostenute dagli ecosistemi fino ad un certo punto, poi si ha il collasso senza possibilità di ritorno, anche se per ogni ecosistema non si conosce quale sia il punto di non ritorno. “Quel che è certo – dice Stuart Pimm della Duke University a Durham (che ha sostenuto nel 2014 una stima del tasso di estinzione pari a 1.000 volte quello naturale) – è che le estinzioni ad un tasso 1.000 volte superiore a quello naturale non possono essere sostenute a lungo da tutti gli ecosistemi noti”.

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Ancora non abbiamo tassi di estinzione storici tali da dire che la Sesta Estinzione di Massa sia davvero iniziata, ma non mancano analisi che indicano che questa sia la direzione che stiamo prendendo.

Due studi inglesi del 2004, per esempio, sembrerebbero supportare l’ipotesi dell’avvio della Sesta Estinzione di Massa. La differenza rispetto alle precedenti transizioni è che questa volta la colpa sarebbe di una specie animale: l’homo sapiens. Noi.

Image result for farfallaJeremy Thomas, direttore del centro per l’ecologia di Dorset in Inghilterra, che ha condotto uno di questi studi, ha analizzato le informazioni relative a uccelli, piante e farfalle inglesi degli ultimi 40 anni, raccolte attraverso i dati di oltre 20.000 naturalisti. Da quest’analisi emergerebbe che il 71% delle specie di farfalle sono drasticamente diminuite negli ultimi 20 anni. Lo stesso è avvenuto per il 54% degli uccelli e il 28% delle piante studiate. Due specie di farfalle e sei di uccelli si sarebbero completamente estinti. Chi come me ha superato la cinquantina forse ricorderà, anche da noi in Italia, quante farfalle c’erano quando eravamo bambini. Dove sono finite?

Secondo Thomas, il declino della popolazione è uniforme in tutta l’Inghilterra e sembrerebbe causato dalla perdita di un habitat in cui non interagiscano l’attività dell’uomo e, in particolare, l’inquinamento.

 

Secondo l’altro studio, l’inquinamento da azoto starebbe provocando la riduzione del numero di specie. Il suolo inglese (e quello dell’Europa centrale) ricevono una media di 17 chilogrammi di composti d’azoto per ettaro all’anno. Troppi per i ricercatori che mettono in guardia: potrebbero uccidere il 20% delle specie di piante erbose.

Avete mai sentito parlare delle “zone morte” dell’Oceano? Sono quelle in cui manca l’ossigeno. Sono determinate dal nostro impiego di fertilizzanti, visto che l’azoto usato nei campi finisce nei fiumi e da lì in mare.

 

Secondo uno studio pubblicato nel 2015 su Science Advances e riportato da National Geographic, l’attuale tasso di estinzione sarebbe di circa 100 volte più elevato del normale (ma come vedremo ci sono stime assai più pessimistiche). E questo tenendo conto solamente di quel tipo di specie che conosciamo bene. Gli oceani e le foreste ospitano un numero inimmaginabile di altre specie, molte delle quali probabilmente scompariranno prima ancora di essere state descritte.

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Secondo Elizabeth Kolbert, autrice del saggio “La sesta estinzione”, almeno i tre quarti delle specie animali potrebbero essere estinte nel giro di poche generazioni umane. Secondo quanto riporta la Kolbert, già nel 1500 il tasso di estinzione era molto elevato e nel tempo non ha fatto che peggiorare. Per la studiosa sarebbe sicuro che “viviamo in un momento storico in cui il tasso di estinzione è estremamente elevato, proprio nell’ordine in cui si verifica una perdita di specie in un’estinzione di massa”.

Parrebbe incontrovertibile che davvero pochissime estinzioni dell’ultimo secolo (forse nessuna) si sarebbero verificare in assenza di attività umane. Insomma, finora la causa delle estinzioni siamo noi.

La Kolbert individua così le cause di questa perdita di biodiversità: “Abbiamo cacciato, abbiamo importato specie invasive e ora stiamo modificando il clima molto, molto rapidamente se ci si basa su standard geologici. Inoltre abbiamo cambiato la chimica di tutti gli oceani e plasmato a nostro piacimento la superficie del pianeta. Tagliamo foreste e insistiamo con la monocoltura, nociva per molte specie. Peschiamo selvaggiamente. La lista potrebbe continuare all’infinito.”

La Kolbert si chiede, e noi con lei, se possano oltre 7 miliardi di persone (che presto saranno otto e poi nove) convivere su questo pianeta con tutte le specie che lo abitano ora.

 

Anche secondo un gruppo di ricercatori del MIT di Boston, sarebbe già iniziata la lenta scomparsa di specie animali e vegetali e la scadenza per la Sesta Estinzione di Massa sarebbe il 2100. Le cause individuate sarebbero principalmente l’inquinamento e le emissioni di CO2 nocive per l’ambiente.

Lo studio, pubblicato sulla rivista “Science Advances” e condotto presso il Lorenz Center del MIT, è basato su modelli matematici: gli studiosi hanno preso in esame le cinque precedenti estinzioni. Il professor Daniel Rothman, che co-dirige il Centro, ha ipotizzato che le alterazioni nel ciclo naturale del carbonio nell’atmosfera, negli oceani, nella vita di piante e animali abbiano giocato un ruolo determinante nella scomparsa massiccia delle varie forme viventi.

Il professor Rothman ha riscontrato che quattro su cinque delle estinzioni di massa passate si sono avute quando le emissioni di CO2 nell’atmosfera hanno superato una certa soglia.

In realtà le ipotesi sulle cause delle precedenti Estinzioni di Massa sono le più disparate, anche se questo potrebbe essere vero, in particolare, per la Terza grande estinzione, del permiano-triassico (250 milioni di anni fa): a seguito di un periodo di intenso vulcanismo, la percentuale di anidride carbonica presente in atmosfera potrebbe essere aumentata oltre un valore limite stimato in 1.000 ppm. In conseguenza di ciò, il chemioclino (zona di equilibrio tra acque sature d’acido e ricche d’ossigeno) avrebbe lambito la superficie oceanica, rendendo di fatto anossico (privo di ossigeno) il mare e liberando tremende bolle di gas venefico su tutto il pianeta. Il gas avrebbe avuto in seguito effetti deleteri anche sullo scudo dell’ozono.Image result for vulcano attivo

Al termine del Triassico (200 milioni di anni fa), la temperatura salì di circa 5 gradi Celsius. Tra le cause proposte per spiegare questa Quarta estinzione, oltre a impatti di corpi extraterrestri, ricordiamo variazioni climatiche verso una crescente aridità, variazioni del livello del mare e diffusa anossia dei fondi marini a causa della divisione di Pangea o, con l’ultima ipotesi in ordine di tempo, rilascio di grandi quantità di metano dal fondo degli oceani, come suggerirebbe una recente ricerca sviluppata da Antony Cohen e colleghi della Open University.

La causa della Quinta Estinzione rimase un mistero a cui si diedero le spiegazioni più diverse e assurde, finché, nel 1980, il premio Nobel per la fisica Luis Alvarez, suo figlio Walter e Frank Asaro misurarono in alcuni livelli geologici risalenti al limite K-T (abbreviazione per Cretaceo-Terziario), campionati vicino a Gubbio, la presenza di una concentrazione insolita di iridio, un elemento chimico piuttosto raro sulla Terra, ma comune nelle meteoriti. Si avanzò pertanto l’ipotesi che l’estinzione di massa fosse stata provocata dall’urto con un meteorite.

 

Le specie, di solito, non scompaiono all’improvviso. Ci sono dei segnali che ne annunciano la fine, innanzitutto la riduzione della numerosità della sua popolazione. I segnali in tal senso, purtroppo, sono molteplici.

Secondo una ricerca sulla rivista scientifica Pnas e condotto da tre biologi dell’università di Stanford, il numero di animali che ci circonda in poco più di un secolo (dal 1900 al 2015) si sarebbe dimezzato.

I ricercatori hanno analizzato la distribuzione geografica di 27.600 specie di vertebrati. A cui hanno aggiunto i dati dettagliati di un campione di 177 esemplari di mammiferi, ben studiati, dal 1900 al 2015. Utilizzando la riduzione dei luoghi in cui si possono trovare questi animali sono arrivati alla conclusione che “il calo demografico è estremamente alto, anche nelle specie considerate a basso rischio”. In particolare, i risultati mostrano che più del 30% dei vertebrati è in declino, sia in termini di dimensioni sia di distribuzione geografica. Dei 177 mammiferi presi in considerazione, tutti hanno perso almeno il 30% delle loro aeree di residenza, mentre oltre il 40% ne ha abbandonato più dell’80%.

Il fenomeno del depauperamento progressivo di popolazione e areali dei vertebrati viene descritto dagli autori come un “annichilimento biologico” e conferma il possibile avvio della Sesta Estinzione di Massa della storia della Terra.

Secondo quanto riportato sulla rivista “Le scienze”, sotto accusa sono la perdita di habitat, la diffusione di organismi invasivi, l’inquinamento, la dispersione di sostanze tossiche e il cambiamento climatico.

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Secondo i dati raccolti dal Wwf nel mondo le popolazioni di pesci, uccelli, mammiferi, anfibi e rettili si sono ridotte del 58% tra il 1970 e il 2012 ed entro il 2020 la popolazione globale di specie animali e vegetali potrebbe crollare del 67%. Un importante indicatore delle condizioni ecologiche del pianeta è, infatti, l’Indice del pianeta vivente (Living Planet Index) che misura lo stato della biodiversità attraverso i dati sulle popolazioni di varie specie di vertebrati. L’indice si basa su dati scientifici ottenuti da 14.152 popolazioni monitorate di 3.706 specie di vertebrati (mammiferi, uccelli, pesci, anfibi, rettili) provenienti da tutto il mondo. “Dal 1970 al 2012 – rileva il report – questo indice mostra un calo complessivo del 58% dell’abbondanza delle popolazioni dei vertebrati”. I Image result for mammiferi estintidati, inoltre, mostrano un calo annuo del 2% e non vi è ancora alcun segno che questo tasso possa diminuire. Negli ultimi 4 decenni le popolazioni terrestri sono diminuite complessivamente del 38%, le specie di acqua dolce dell’81%, mentre l’indice ‘marino’ delle specie mostra per lo stesso periodo un calo complessivo del 36%. Sia chiaro che qui parliamo della numerosità degli individui che compongono le specie, non della riduzione del numero delle specie. Più, però, una popolazione animale o vegetale si riduce, più diventa a rischio di estinzione.

 

La Lista Rossa IUCN (in inglese: IUCN Red List of Threatened Species, IUCN Red List o Red Data List) è stata istituita nel 1948 e rappresenta il più ampio database di informazioni sullo stato di conservazione delle specie animali e vegetali di tutto il globo

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Dodo

terrestre. I dati tecnici e scientifici sono raccolti e analizzati da una grande quantità di esperti (circa 7.500 in tutto il mondo), generalmente scienziati o esperti nei vari ambiti della zoologia, della botanica o altre discipline affini. La Lista Rossa del 2006, valutava 40.168 specie complessivamente. Delle specie valutate nel complesso, 16.118 sono risultate minacciate: di esse 7.725 erano animali, 8.390 erano piante e 3 erano funghi e licheni. Questa lista riportava anche le 784 estinzioni di specie registrate dal “CE 1500”, che dal suo rilascio nel 2004 era rimasto invariato, anche se un incremento si era già verificato rispetto al rilascio del 2000, in cui si enumeravano le estinzioni di 766 specie. Questi dati seppure attendibili non sono assoluti, poiché può accadere che una piccola percentuale di specie considerate estinte venga “riscoperta” come ancora in via di estinzione, o sia dichiarata come non classificabile in mancanza di dati.

Inoltre, il numero di specie estinte riguarda solo il campione sotto osservazione, 40.168 Image result for mammiferi estintispecie nel 2006, assai poche rispetto ai 2-9 milioni di specie esistenti. Di conseguenza anche le estinzioni registrate non mi pare si possa considerare un valore indicativo delle estinzioni effettive. Caso mai sarei tentato di fare una proporzione tra le 40.168 allora sotto monitoraggio, sommando quelle già estinte (784) e valutando così che 784 specie su 40.952 si sarebbero estinte, ovvero lo 1,91%. Circa il 2%. Se potessimo applicare questa percentuale a, mettiamo, 2 milioni di specie esistenti, avremmo 40.000 specie estinte! Sarebbe un numero esagerato? Spero di sì.

La Lista Rossa IUCN del 2012 ha valutato un totale di 63.837 specie delle quali 19.817 sono ritenute sotto minaccia di estinzione, 3.947 sono descritte come “critically endangered”, 5.766 come “endangered”, mentre più di 10.000 specie sono elencate come “vulnerabili”. Sotto minaccia sono il 41% delle specie anfibie, il 33% dei coralli delle barriere coralline, 30% delle conifere, 25% dei mammiferi, e 13% degli uccelli. Non si saranno ancora estinte, ma le specie a rischio sono davvero troppe.

Un articolo del Corriere della Sera del 21/03/2006, che faceva riferimento alla Lista Rossa compilata dall’Onu, indicava che almeno 844 specie di animali e piante sarebbero «sparite» negli ultimi 500 anni, dal dodo, l’uccello delle isole Mauritius, al rospo dorato della Costa Rica. Sempre secondo tale articolo, si calcola che attualmente il tasso di estinzione sia mille volte più veloce di quello storico (secondo Science Advance citato prima sarebbe invece solo 100 volte superiore).

Mentre in natura (cioè in assenza di effetti antropici) scompaiono da una a cinque specie ogni anno, gli scienziati del Centro per la Biodiversità, a quanto si legge su Lettera43, stimano che ora si stia viaggiando su ritmi da 1.000 a 10 mila volte superiori, con dozzine di specie estinte al giorno. Andando avanti così, nei prossimi 50 anni, potrebbero scomparire dal 30 al 50% delle specie attualmente esistenti.

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Su un articolo del 2013 de La Stampa, che riportava il primo rapporto Wwf sulla biodiversità in Italia e nel mondo, realizzato con il contributo della Società Italiana di Ecologia, si leggeva che viviamo su un pianeta abitato da circa 5 milioni di specie animali e vegetali, con 18.000 nuove specie di piante e animali descritte ogni anno e 49 scoperte al giorno negli angoli più remoti del pianeta. Lo stesso articolo evidenziava allo stesso tempo un tasso di estinzione dovuto alle attività umane di 1.000 volte superiore al tasso di estinzione naturale, con popolazioni di vertebrati diminuite di un terzo negli ultimi quarant’anni. L’«impronta» fisica dell’uomo sul pianeta sarebbe pari a quasi il 50% di tutte le terre emerse, con ormai solo un quarto della biosfera in una situazione ancora «selvatica», quando nel 1700 più della metà della biosfera era in condizioni selvatiche e il 45% in uno stato semi-naturale.

Il rapporto del Wwf fotografa anche la situazione italiana dove, nonostante alcuni miglioramenti, il 31% dei vertebrati in Italia è tuttora a rischio estinzione.

 

Si valuta che circa 50 specie siano perdute ogni giorno, la velocità alla quale si

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Norman Myers

estinguono animali e vegetali è 100 volte superiore oggi di quanto non sia mai successo nella storia dell’umanità, e la prima causa è la perdita di habitat naturali”. Lo ha dichiarato già dieci anni fa Norman Myers, uno dei grandi nomi dell’ambientalismo mondiale. 50 specie al giorno! Le stime del numero complessivo delle specie vanno dai 3 ai 100 milioni; secondo uno studio recente sarebbero più o meno 8,7 milioni, tra animali, piante e funghi. Secondo alcune stime, le specie animali sulla Terra sono circa 1,8 milioni (secondo altri il doppio). Tra queste ci sono 4.500-5.700 mammiferi, 8.700-10.00 uccelli, 6.300-9.300 rettili, 3.000-7.000 anfibi, 23.000-32.000 pesci, 900.000-1.000.000 insetti e 500.000 appartengono ad altri gruppi tassonomici (tra cui 10.000 aracnidi, 85.000 molluschi, 47.000 crostacei). Le specie di alberi sono solo 60.065 (scrive Focus Junior).

50 specie scomparse al giorno sono 18.250 all’anno, 182.500 in dieci anni. 1.825.000 in 100 anni! Ovvero, a questo ritmo, nel 2118 avremmo raggiunto una perdita di biodiversità gravissima. Se si dovesse attivare un effetto domino, purtroppo, il fenomeno potrebbe persino accelerare. Anche in questo caso spero che questi siano numeri eccessivi, ma credo che sarebbe importante chiarire quali siano davvero i ritmi di estinzione.

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Dunque il tasso di estinzione starebbe subendo una fortissima accelerazione? 100, 1.000, 10.000 volte i tassi naturali? Credo che questo sia ancora tutto da dimostrare e definire, ma se fosse vero anche un incremento “solo” di 100 volte, il rischio sarebbe gravissimo e non possiamo permetterci di perdere un giorno.

La sensazione è che sia urgente, non solo proteggere l’ambiente ma anche fare studi approfonditi in merito, per arrivare, prima che sia troppo tardi a stime attendibili del fenomeno.

 

Il mondo sta cambiando velocemente. L’Organizzazione meteorologica mondiale ha annunciato che siamo in una nuova era climatica, dato che nel 2015 e nel 2016 la concentrazione media di anidride carbonica nell’atmosfera ha raggiunto il traguardo di 400 parti per milione, un livello che non scenderà per diverse generazioni.

Il premio Nobel per la Chimica Paul Crutzen e altri scienziati parlano di una transizione dall’Olocene a una nuova epoca geologica, che hanno definito Antropocene. Un passaggio causato proprio dall’impatto delle attività umane sui sistemi viventi.

 

Potremo sopravvivere in un mondo in cui elevate percentuali di specie si saranno estinte? Se sopravvivremo, in che mondo vivremo?

 

Troppo spesso ci limitiamo ad un’alzata di spalla o a un attimo di curiosità quando apprendiamo dell’estinzione di una nuova specie, un po’ come se ci avessero detto della morte di qualche attore o politico famoso. Non è, però, lo stesso. A parte che degli attori e dei politici si potrebbe anche fare a meno, ma, comunque, morto uno ne compare subito un altro a prenderne il posto, come si diceva persino dei papi. Con le specie animali e vegetali non è così. Estinta una specie occorrono milioni di anni per crearne un’altra. L’estinzione di una specie non può essere raffrontata alla morte di un individuo: si tratta di una perdita irreparabile.

Non solo. Qui non stiamo solo parlando del ridursi delle specie ma di un impoverimento e dell’indebolimento dell’intero ecosistema e quindi del mondo in cui viviamo.

Ogni specie è legata ad altre in una catena alimentare e non solo. Se ne scompare una, si mette in crisi anche la specie che se ne nutre, si alterano gli equilibri con le specie concorrenti, si rischia la diffusione eccessiva di specie, magari dannose, che la specie ora estinta teneva sotto controllo. È come con le tessere del domino. Ne casca una e crollano tutte le successive.Image result for tasso di estinzione

Non solo. Minor biodiversità significa meno adattabilità. L’uomo sta mutando il mondo. Meno specie ci saranno in questo mondo modificato, meno possibilità ci saranno che qualcuna si adatti al nuovo habitat. L’abbondanza di specie deriva da un meccanismo evolutivo che fa sì che ogni specie si adatti a specifici habitat, a volte anche ristretti. Per creare nuove specie, l’evoluzione impiega però un tempo immenso, mentre noi possiamo eliminarne una in un attimo in termini geologici.

La Sesta Estinzione di Massa è peggio di un genocidio. Sono centinaia di migliaia di genocidi tutti assieme, tante quante sono le specie che stiamo annullando. I colpevoli siamo noi.

Che cosa meritiamo per questo? Abbiamo ancora tempo per ravvederci ed espiare la nostra colpa e, soprattutto, per porvi rimedio prima di rendere il danno irreparabile?

La Sesta Estinzione di Massa sarà l’ultima? La nostra cecità potrebbe portarci a generare una catastrofe quale il nostro pianeta non ha mai conosciuto, annichilendo del tutto la vita sulla Terra?

Sopravvivremo al deserto che stiamo creando e a quale prezzo?

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Questo articolo si può leggere anche su Italia Uomo Ambiente (il sito di Pro Natura- Firenze).

LA FINE DELL’ACQUA, L’ITALIA, L’UOMO, L’AMBIENTE

Mentre continua il grande caldo iniziato quest’estate, con splendide giornate assolate e senza pioggia, oggi, 1 Novembre 2017, sul sito www.italiauomoambiente.it è uscito il numero 10 della rivista, scaricabile gratuitamente, che contiene un mio articolo sulle risorse idriche del nostro pianeta dal titolo “LA FINE DELL’ACQUA

Scaricatelo qui.

OLIO DI PALMA E CACAO: CHI È IL PIÙ MALVAGIO DEL REAME?

Risultati immagini per palma da olio di palmaPerché ci dicono che non dovremmo consumare prodotti con olio di palma? Qualcuno pensa che sia perché fa male alla salute. Qualcuno crede che danneggi l’ambiente. Dov’è la verità?

Campagne Liberali c’informa che se utilizzato all’interno di una dieta bilanciata, come per molti ingredienti, l’olio di palma non è nocivo. In una revisione scientifica pubblicata sull’International Journal of Food Science and Nutrition, condotto dalla dott.ssa Elena Fattore e dal dott. Roberto Fanelli dell’Istituto Mario Negri, è stato confermato che l’olio di palma non è dannoso per la salute, tanto meno cancerogeno.

La Nutrition Foundation of Italy (NFI) in un recente (2017) studio dal titolo “Uso alimentare dell’olio di palma. Effetti sulla salute umana”, ha confermato come gli effetti dell’olio di palma sulla salute siano analoghi a quelli degli altri oli e grassi ricchi di acidi grassi saturi, come il burro.

I rischi deriverebbero dalla possibile presenza di contaminanti, come i glicidil-esteri e iRisultati immagini per palma da olio di palma 3-MCPD. Questi contaminanti possono formarsi durante il processo di lavorazione di tutti gli oli vegetali (non solo dell’olio di palma) a temperature superiori ai 200 gradi. Per il 3-MCPD, l’EFSA – che non ha svolto alcun esperimento sull’uomo ma sui topi – ha stabilito un livello di assunzione giornaliera tollerabile senza problemi per l’uomo per peso corporeo è di 0,8 mg/kg. Per gli esperti della FAO e dell’OMS, il gruppo JECFA, tale limite sarebbe, invece, ben superiore: 4 microgrammi al giorno per ogni chilo di peso corporeo.

Piuttosto, l’ISS (Istituto Superiore di Sanità) ha invece analizzato l’olio di palma e il suo consumo su richiesta del Ministero della Salute, escludendone correlazioni e/o evidenze con il manifestarsi di problemi cardiovascolari e di origine tumorale.

Risultati immagini per palma olio di palmaL’olio di palma allo stato naturale, peraltro, è anche ricco di carotenoidi: ne contiene tra le 15 e 30 volte in più rispetto alle carote e ai pomodori. Contiene anche Vitamina E, che dà un apporto fondamentale nella protezione contro il cancro e nell’inversione dei processi neuro-degenerativi. Purtroppo, durante il processo di lavorazione industriale parte dei tocotrienoli e tocoferoli che contengono la Vitamina E, vengono perduti e così anche il livello di carotenoidi.

Insomma, per quanto riguarda la salute, sembrerebbe non esserci gran differenza tra l’olio di palma e gli altri olii. Come tutto quello che mangiamo ha controindicazioni, ma anche pregi.

Risultati immagini per palma olio di palma

E per quanto riguarda l’ambiente? Sarebbe vero che l’olio di palma contribuirebbe sensibilmente alla deforestazione?

Secondo Campagne Liberali, le piantagioni palma da olio sarebbero le più sostenibili, preferibili a qualsiasi altra coltivazione di oleaginose, per la loro alta produttività.

Il Global Forest Resource Assessment 2015 della FAO stima che il contributo delle palme da olio alla deforestazione tropicale globale sia pari a circa il 5%. Nel 2016, in Indonesia, appena l’11% degli incendi boschivi è avvenuto sulle concessioni territoriali per la coltivazione della palma da olio. Se l’olio di palma fosse eliminato, non ci sarebbero garanzie sulla sostenibilità di altri prodotti né sugli effetti sulle foreste. Per questo motivo, alcune organizzazioni lavorano per una produzione sostenibile di olio di palma. Ad esempio, Greenpeace e WWF sostengono il lavoro del Palm Oil Innovations Group Risultati immagini per palma olio di palma(POIG) che mira a spezzare il legame tra la produzione dell’olio di palma e la deforestazione, l’accaparramento delle terre (land grabbing) e la negazione dei diritti di lavoratori e comunità locali.

La palma da olio infatti ha una resa media di 3,62 tonnellate per ettaro: 5 volte superiore a quella della colza (0,79 t/ettaro) e addirittura 9 volte più di quella della soia (0,37 t/ettaro). La coltivazione della palma da olio utilizza, in tutto il mondo, 17 milioni di ettari di terreno, ossia il 6% totale delle terre coltivate, per fornire il 35% del fabbisogno mondiale di olio vegetale. Servono, invece, ben 111 milioni di ettari perché la soia garantisca appena il 27% del fabbisogno globale.

Oltre ad avere una maggiore resa per ettaro rispetto agli altri oli vegetali, l’olio di palma richiede meno fertilizzanti, pesticidi ed energia, rispetto alla soia e alla colza.

 

Secondo il sito di LG-Italia, le superfici raccolte nel 2012/2013 per singola coltura a livello mondiale, in ettari, sarebbero:

grano                    216.638.762

mais                      176.991.927

riso                       163.463.010

soia                       106.625.241

orzo                       49.310.546

sorgo                     37.851.779

girasole                 25.011.871

cereali minori           3.889.640.

 

Mentre le rese produttive nel 2012/2013, per singola coltura a livello mondiale, in Quintali/Ettaro, sarebbero:

 

mais                      49,44

riso                       43,95

grano                    31,15

orzo                      26,84

soia                       23,74

sorgo                    15,35

girasole                 14,82

cereali minori        13,84.

 

Insomma, con 36 quintali per ettaro, la palma, avrebbe una resa superiore al grano, che impegna le superfici più estese del pianeta: 216 milioni di ettari contro 17.

Inoltre, da quanti millenni coltiviamo il grano? Se dobbiamo incolpare la palma delle deforestazioni, non dovremmo interrogarci anche su quanto a questa contribuiscano tutte le altre coltivazioni? Dove sono finite le grandi foreste europee? Solo perché sono scomparse nel corso di secoli, non dobbiamo preoccuparcene più? Grano, mai e riso non sono più colpevoli dell’olio di palma per quanto riguarda la deforestazione e la perdita di biodiversità del nostro pianeta, di questo terzultimo pianeta, per chi viaggia verso il Risultati immagini per fave di cacaoSole?

Il problema della deforestazione è grave e l’olio di palma è uno dei colpevoli, ma non certo il solo.

 

Perché allora queste campagne contro l’olio di palma?

La guerra all’olio di palma, a livello europeo, è cominciata in Francia dietro le pressioni dei produttori di olio di colza per ragioni evidentemente competitive. La campagna è terminata, infatti, nel momento in cui il Governo francese ha trovato un accordo con i coltivatori di colza e i Paesi esportatori.

In Italia la situazione è invece più complessa. Molte imprese alimentari hanno voluto approfittare della campagna contro l’olio di palma per migliorare il proprio posizionamento nel mercato e attirare una fetta maggiore di consumatori. Alcune lo hanno fatto sostenendo le posizioni di diversi gruppi salutisti e ambientalisti contro il palma.

Risultati immagini per fave di cacaoI consumatori hanno ricevuto informazioni non corrette, non scientifiche e soprattutto ideologiche, diventando vittime di disinformazione per scopi prettamente commerciali. Le etichette “senza olio di palma” infatti, ingannano il consumatore, illudendolo di acquistare e consumare un prodotto più salutare secondo la presunzione “olio di palma = fa male”. Come si scriveva sopra, però, non è così.

Allo stesso tempo, come dimostrato da un recente studio di Campagne Liberali, il profilo nutrizionale dei prodotti in cui è stato sostituito l’olio di palma non sempre è migliorato sensibilmente. In diversi casi i prodotti che contengono olio di palma hanno un profilo nutrizionale dal punto di vista dei grassi saturi migliore.

In alcuni casi le aziende che hanno eliminato l’olio di palma dalle proprie formule si Risultati immagini per pianta fave di cacaosono appellate al cosiddetto “principio di precauzione”. Esso è stato però usato a sproposito e, nel fare ciò, è possibile ipotizzare che il consumatore sia stato ingannato per fini commerciali. Nel caso dell’olio di palma nessuna autorità né comunitaria né nazionale ha ritenuto necessario applicare il principio di precauzione come per altre migliaia di altri prodotti. Le aziende che utilizzano tale espressione per giustificare la sostituzione dell’olio di palma sono consapevoli di farlo a sproposito e nel mancato rispetto delle regole europee.

 

Ce la si prende con l’olio di palma, ma che dire del cioccolato? Probabilmente le industrie che lo producono sono più potenti di quelle che trattano la palma e forse non hanno concorrenti come i produttori di olio d’oliva, burro e olii di semi vari.

Eppure, di recente, La Repubblica ha riportato la denuncia dell’ong Mighty Earth secondo il quale lo 80% delle foreste sono scomparse in Costa d’Avorio e la colpa parrebbe del cacao. Molto del cacao che mangiamo sarebbe “illegale”.

Risultati immagini per pianta fave di cacaoA quanto pare, alberi appartenenti a parchi nazionali e zone che dovevano essere protette sono diventate vittime della deforestazione per lasciar spazio all’industria del cacao. Per l’ong l’80% delle foreste della Costa d’Avorio, principale esportatrice di fave di cacao, dato che è da lì che arriva il 40% del cioccolato al mondo, sono scomparse negli ultimi 50 anni. Inoltre, parte delle fave di cacao proviene da aree che dovevano essere protette ma, grazie a un sistema di corruzione e favoritismi, viene mischiato alle partite legali di fave.

Si legge su La Repubblica che foreste un tempo rigogliose di ogni tipo di alberi e biodiversità, come quelle di Goin Debé, Scio, Haut-Sassandra, Tai, i parchi di Mont Peko e Marahoué, oggi stanno scomparendo per lasciare spazio alle fave: muoiono così decine di animali, gli scimpanzé sono costretti a vivere in piccoli fazzoletti di terra o gli elefanti diminuiscono drasticamente.

 

Olio di palma e fave di cacao sono solo la punta dell’iceberg di due problemi assai più gravi ed estesi che si chiamano deforestazione e perdita di biodiversità. Olio di palma e cacao hanno solo una colpa marginale rispetto ad altre cause, tutte antropiche, tutte determinate dall’uomo e dal nostro modo di vivere consumistico. Ogni giorno nuove specie animali e vegetali scompaiono, la Terra si sta trasformando in un deserto surriscaldato. Se non vogliamo trovarci ad abitare in un mondo simile a Marte è tempo di fare qualcosa, ma non solo contro l’olio di palma e le fave di cacao! È tempo di rivedere il nostro stile di vita.

 

Incendi, la denuncia della Coldiretti: strage di 50 milioni di api sul Vesuvio — Media Financial Credit

http://ift.tt/2vZT76n Nella zona colpita dai roghi si trovano numerosi apicoltori: distrutte arnie e oltre 100 colonie: «L’incendio colpisce un comparto già fortemente messo in crisi dalla siccità»

via Incendi, la denuncia della Coldiretti: strage di 50 milioni di api sul Vesuvio — Media Financial Credit