DIFENDERE IL SISTEMA IMMUNITARIO CON IL MICELIO

Ho trovato la lettura del saggio “I funghi che guariscono” (2007) di Georges M. Halpern quanto mai istruttiva ed illuminante. Se ci sono libri che possono cambiarti la vita, questo credo sia uno di quelli, se non altro per i fondamentali insegnamenti sul potenziale farmaceutico e, soprattutto, di integratore alimentare dei funghi. Mi riprometto ora di usarne di più nella mia dieta e, anzi, ho già ordinato on-line alcuni funghi in polvere.

Per comprendere di cosa tratta il saggio ruberei le parole dell’introduzione “Gli uomini usano i funghi come medicine da oltre 5.000 anni. Come vedrete, molti di essi hanno proprietà che possono migliorare la salute e il benessere. Questo libro racconta l’affascinante storia di otto varietà (maitake, reishi, shiitake, Cordyceps sinensis, Agaricus blazei, Phellinus linteus, Trametes versicolor e Hericium erinaceus), oltre a citare recenti scoperte relative ad altre specie. Il testo spiega l’uso che ne facevano gli antichi e le loro potenzialità per curare e prevenire le malattie nel mondo moderno. Inoltre, presenta l’attuale ricerca scientifica e clinica, descrive gli esperimenti più recenti e formula ipotesi sul loro potere terapeutico.

La mia impressione è che, nel nostro Paese e in genere in Occidente vi sia un’estrema ignoranza in materia di funghi, alla quale mi associo.

Riporto qui alcune delle prime frasi del volume invitandovi a chiedervi non tanto se lo sapevate già ma se ne siete consapevoli e ne comprendete le implicazioni:

Ciò che chiamiamo «fungo» è il corpo fruttifero, la parte riproduttiva che cresce sopra il terreno e rilascia spore, elementi simili a semi da cui nascono nuovi individui. Come il frutto è l’organo riproduttivo di un albero, così il fungo è l’organo riproduttivo di un micelio. Le spore germinano dalle lamelle, le sottili lamine presenti sotto il cappello. Portate dal vento, alcune specie possono percorrere notevoli distanze dal corpo fruttifero, dando inizio a nuove colonie. I funghi producono un numero straordinario di spore. Una vescia di lupo gigante, per esempio, può generarne 20 trilioni: è stato calcolato che se si sviluppassero tutte, formerebbero una massa di dimensioni grande tre volte il sole! Il fatto che vengano prodotte in simili quantità serve a garantire la diffusione del fungo nell’ambiente.”

“Secondo le recenti stime di David Hawksworth, sulla Terra vivono più di 1.500.000 specie fungine. I funghi commestibili appartengono ad almeno 14.000 (ma forse fino a 22.000) specie note, che comunque non superano il 10 per cento del totale.”

“I funghi compongono quasi un quarto della biomassa terrestre.”

Se una di queste affermazioni vi sorprende, penso dovreste leggere questo libro.

Il volume offre un interessante carrellata sul potere curativo e preventivo, di sostegno al sistema immunitario, dei funghi esaminati, indicandone non solo le caratteristiche biochimiche e gli effetti sugli organismi ma i luoghi in cui crescono, come vengono lavorati e venduti, come possono essere consumati (con alcune ricette).

Quelli esaminati sono funghi ben noti in Oriente, in particolare in Cina ma anche in Giappone, ma ignorati in Occidente, dove la cultura tende a considerarli soprattutto come qualcosa di negativo, associato alla decomposizione, o pericoloso, essendo alcuni velenosi. In realtà proprio la loro capacità di decomporre le sostanze li rende fondamentali per l’ecosistema, predisponendo il terreno per la vegetazione. Inoltre “Fin dopo l’inizio del Rinascimento (nel XIV secolo), per la cura delle malattie gli europei si basarono sulle idee degli antichi medici greci e romani, i quali avevano ben poco da dire sulle qualità medicinali dei funghi.” La medicina ufficiale occidentale tendeva quindi a non considerarli, mentre quella orientale, non distinguendo tra medicina ufficiale e tradizionale ha sempre preso in considerazione queste che a un occidentale possono apparire come cure “popolari”.

Il volume indica anche i principali centri micologici nel mondo e i principali rivenditori nei vari Paesi. Per l’Italia indica come centri specialistici Micologi Associati (www.micologi.it) e come rivenditori la Freeland Srl (Telefono: 045.6702707 – Fax: 045.6753771 www.freelandtime.com, E-mail: freelandit@libero.it) e  Funghi Energia e Salute (Tel: 030/9881073, www.funghienergiaesalute.it).

È presente anche una bibliografia consigliata.

Ma chi è l’autore? Leggo qui: “Georges M. Halpern, medico, ricercatore e scienziato, è specializzato in

Georges M. Halpern

farmacologia. Ha studiato in particolare il sistema immunitario e le allergie. Profondo conoscitore e sostenitore dell’uso terapeutico dei funghi medicinali, ne divulga le ottime proprietà da anni, ottenendo risultanti eclatanti nella cura di numerose patologie.”

LA GRANDE CARESTIA STA ARRIVANDO

Ci restano ancora 60 raccolti prima che la Terra esaurisca la sua capacità di generarne ancora. 60 anni prima della carestia globale planetaria. Questo afferma il documentario “Kiss the ground” del 2020 di Rebecca Harrell Tickell e Josh Tickell.

Non solo: ci racconta di come l’agricoltura industriale sia la maggior causa dell’aumento dell’anidride carbonica che causa l’effetto serra e il surriscaldamento, porta alla desertificazione del mondo e provoca il maggior disastro per il nostro pianeta: la perdita di biodiversità.

Carestia - I grandi problemi del mondo

La spiegazione è semplice: un terreno ricco di vegetazione assorbe anidride carbonica e la trasmette al suolo, rendendolo fertile e facendovi prosperare miliardi di microrganismi e altre piccole creature. Invece, un terreno arato emette anidride carbonica nell’aria, non assorbe l’acqua che si disperde e, progressivamente si inaridisce e desertifica.

La soluzione sta nell’abbandonare l’agricoltura basata sull’aratura, sostituendola con sistemi per l’inseminazione meno invasivi; abolire l’uso di sostanze chimiche che uccidono i batteri e gli altri microrganismi del suolo, impoverendolo; interrompere le monocolture e sviluppare sistemi ci coltivazione mista (come, per esempio, l’agroforestazione); abolire l’allevamento di bestiame in spazi chiusi, alimentandolo con sostanze prodotte dall’agricoltura intensiva industriale, passando ad allevamenti su terreni liberi, mediante lo spostamento ciclico del bestiame ogni volta su nuovi terreni, imitando le antiche migrazioni dei bisonti o di altri erbivori.

Gli allevamenti industriali oggi sono una delle grandi fonti di anidride carbonica, mentre gli allevamenti rotativi all’aperto aiutano ad arricchire il suolo con fertilizzanti naturali e assorbono l’anidride carbonica.

Un’altra affermazione sconvolgente di questo documentario è che per quanto noi si riduca le emissioni di anidride carbonica passando a fonti di energia alternativa, bloccando le emissioni industriali, riducendo il traffico, abbiamo già un accumulo gravissimo di anidride carbonica.

Non è più tempo di pensare a ridurre le emissioni di CO2: ora dobbiamo agire subito per ridurle. La Terra stessa può aiutarci. Il suolo può assorbirlo. La vegetazione può assorbirlo. Le piante terrestri, attualmente, assorbono circa il 29% delle emissioni. Ci sono piante che ne assorbono più di altre. Per esempio, l’albero di Kiri assorbe la CO2 fino a dieci volte di più rispetto agli altri alberi. Singolarmente, un albero di medie dimensioni in un clima temperato, in un contesto cittadino, assorbe in media tra i 10 e i 20 kg CO2 all’anno. Invece in un bosco assorbirà tra i 20 e i 50 kg CO2 all’anno. Questo evidenzia l’importanza di tutelare il patrimonio forestale inserito nel proprio ecosistema. Piante di tabacco geneticamente modificate, grazie all’enzima rubisco hanno incrementato del 40% la propria attività fotosintetica. Anche la bioingegneria può aiutarci.

Se gestite in modo più sostenibile, ogni anno le foreste dell’Unione Europea potrebbero assorbire il doppio dell’anidride carbonica: si passerebbe dai 245,4 milioni di tonnellate di CO2 all’anno ad un potenziale di 487,8 milioni tonnellate (circa equivalenti alle emissioni annuali della Francia). Lo rivela uno studio commissionato da Greenpeace Germania all’istituto indipendente di ricerca “Natural Forest Academy” (Naturwald Akademie).

Gli oceani si stanno impoverendo, perdendo la loro biodiversità, sia per colpa della pesca intensiva, sia per l’inquinamento, in particolare per la diffusione della plastica. Anche gli oceani possono aiutare ad assorbire l’anidride.

Attualmente, gli oceani assorbono circa il 25 % della CO2 emessa ogni anno dalle attività umane. Tuttavia, l’assorbimento del carbonio da parte degli oceani sta cambiando: in peggio.

In sostanza, dobbiamo subito, ora, cambiare il nostro modo di produrre cibo. La pesca, l’allevamento e l’agricoltura, divenuti industriali per sfamare una popolazione umana in crescita esponenziale, ci stanno ingannando, facendoci credere di poter sfamare tutti. Lo stanno facendo, ma a spese dei nostri figli e nipoti. Probabilmente non dei nostri pronipoti… perché di questo passo, come specie potremmo esserci estinti prima.

L’homo sapiens è diventato un’animale in via d’estinzione. Per lo stesso motivo percui grandi civiltà del passato si sono estinte: un uso dell’agricoltura che ha devastato il terreno, impoverendolo e desertificandolo. Un tempo nascevano deserti locali, che a volte la natura riassorbiva. Oggi stiamo agendo su scala planetaria. Se non ci fermiamo subito, non ci sarà più nulla da salvare.

Il Sahara un tempo era un paradiso sub-tropicale, popolato da cervi, ippopotami, elefanti, giraffe e rinoceronti. Migliaia di persone accorrevano per vivere in questa lussureggiante savana circa 5000 anni fa. Ipotesi precedenti ipotizzavano che il Sahara fosse cambiato improvvisamente 5000 anni fa, ma studi recenti hanno dimostrato che questa interpretazione non è corretta. Gli scienziati pensano che il processo sia durato circa tre millenni. Era il tempo in cui l’umanità ha scoperto e diffuso l’agricoltura. Una coincidenza? Un avvertimento?

I Maya coltivarono soprattutto mais, fagioli, zucche e peperoncini tra il 750 a.C. e il 500 a.C., periodo che coincise con la costruzione di grandi città che vantavano monumentali architetture, come i grandi templi impreziositi da elaborate facciate in stucco. In seguito, nel periodo classico, i Maya svilupparono una civiltà cittadina centrata sull’agricoltura intensiva monocolturale. La popolazione Maya superò la capacità dell’ambiente a supportarne i fabbisogni esaurendo il potenziale agricolo, deforestando e cacciando in modo eccessivo. I cambiamenti climatici portarono a un periodo di siccità della durata di ben 200 anni. Tutto questo condusse di fatto alla fine del periodo classico.

Faremo la stessa fine o l’attuale consapevolezza sarà sufficiente a farci agire in tempo?

Siamo ancora in tempo per abbandonare forme devastanti di agricoltura, allevamento e pesca e salvare il nostro pianeta e il nostro futuro?

ANTROPOCENE, IL TEMPO DEL HOMO GENOCIDA

Books: Q&A with 'The Sixth Extinction' author Elizabeth Kolbert |  Entertainment | tulsaworld.com
Elizabeth Kolbert

Il saggio di Elizabeth Kolbert, vincitrice del Premio Pulitzer, “La sesta estinzione”, ha un titolo importante e tratta un tema cruciale, che nessuno può e deve ignorare: l’umanità sta distruggendo tutte le altre specie viventi, portando all’estinzione, in tempi rapidissimi, milioni di specie, come e più dei cinque grandi mutamenti che in passato portarono a gravissime perdite di biodiversità, il più famoso dei quali (anche se non il più grave), fu quello che decretò la fine dei dinosauri.

Un pianeta così depauperato sarà un pessimo mondo, infernale direi, da lasciare ai nostri figli e che potrebbe privare i nostri nipoti del mondo civile e socialmente organizzato cui ci siamo colpevolmente abituati, trasformandoci in consumatori accaniti.

Elizabeth Kolbert (1961) non è una scienziata e neppure, mi pare, un’ecologista accanita, ma solo una giornalista che ha fatto scrupolosamente il suo dovere indagando sul più atroce dei delitti, il genocidio di milioni di specie vegetali, animali e micotiche, perpetrato dalla scimmia glabra sin dalla sua comparsa sulla Terra.

La sua indagine mostra, infatti, come già molti di noi sanno ma altri si rifiutano di credere, che la distruzione delle altre specie a opera dell’ingiustamente detto homo sapiens è stata perpetrata fin dalla preistoria, dimostrando come gli animali di grossa taglia si siano estinti nelle varie parti del mondo ogni volta che vi compariva lo spietato sapiens.

Allo stesso modo la favoletta del sapiens come evoluzione degli altri tipi di homo se è indubbiamente vera nel senso che discendiamo da specie di primati meno “evolute” e questi da altri tipi di scimmie, non è però da leggersi come uno sviluppo lineare in cui una specie di homo semplicemente muta in un’altra. Man mano che nascevano delle mutazioni, le specie da cui queste provenivano continuavano a esistere. Vi fu, dunque, una coesistenza, sul pianeta, di diverse specie di homo e queste sono scomparse là dove sono entrate in contatto con la specie più invasiva: il sapiens, come assai bene racconta anche il saggio “Da animali a Dei” di Yuval Noha Harari.

Dalla rivoluzione industriale in poi la nostra opera distruttrice ha subito una spaventosa accelerazione che i tempi tecnologici attuali, con una crescita demografica esponenziale e irresponsabile, abbinata a un’impennata dei consumi di risorse naturali pro-capite, hanno portato a ritmi da catastrofe apocalittica totale.

Non potevo, dunque, non leggere questo saggio della Kolbert, (la quarta edizione del 2018, edita da Beat – prima edizione originale del 2014), di cui già avevo letto degli stralci, che ebbi l’occasione di citare nel mio post “Sopravvivremo alla sesta estinzione di massa?”, cui rimanderei per un’analisi più dettagliata del fenomeno.

Per quanto riguarda il libro, va detto, che speravo di trovarvi un’analisi più sistematica della perdita di biodiversità che stiamo affrontando. La scelta della giornalista, comunque interessante, invece, è piuttosto quella di esaminare alcuni eventi specifici (direi quasi alcune “prove” da presentare a un ipotetico giudice che volesse giudicare questo folle genocida che devasta la Terra), come la scomparsa dei mastodonti, dell’uomo di Neanderthal, dell’alca gigante, delle ammoniti, dei rinoceronti, dei pipistrelli, delle rane, del po’ouli e della barriera corallina e, nel contempo, di esaminare alcuni fenomeni come la nascita della Nuova Pangea (le comunicazioni umane hanno trasportato specie da una parte all’altra del pianeta, cancellando le distanze che in passato avevano favorito il crearsi delle biodiversità), la creazione di “isole sulla terraferma” (ovvero la frammentazione degli habitat naturali a opera delle infrastrutture umane, che rendono gli ambienti troppo piccoli perché molte specie possano sopravvivere), l’acidificazione dei mari (che li rende inabitabili), il drammatico effetto del surriscaldamento sugli alberi (incapaci di migrare abbastanza in fretta verso zone con temperature a loro adatte), l’innegabile effetto antropico sulle estinzioni.

Interessante è anche l’analisi di come il concetto di estinzione delle specie abbia faticato ad affermarsi ancor più di quello di evoluzione, di cui è evidente corollario. Nel XIX secolo non si riusciva a comprendere che delle specie potessero non esistere più e si immaginava che, da “qualche parte” se ne trovassero ancora degli esemplari. Da qui la grande difficoltà di spiegare i resti fossili dei mastodonti e dei dinosauri che cominciavano a emergere.

La vita, Cuvier fu il primo a riconoscerlo, aveva una storia; e questa storia era segnata da perdite e costellata da eventi troppo terribili perché la mente umana potesse anche solo immaginarli” (pag.119).

Il termine catastrofista venne coniato nel 1832 da William Whewell, uno dei primi presidenti della Società Geologica di Londra” (pag. 63), che non voleva attribuirgli connotazioni negative e si definiva egli stesso un “catastrofista”. Fino ad allora non c’era neppure un termine per chi studiava questo tipo di eventi!

Condivo poi la visione della Kolbert sulla casuale (e direi presunta)

La sesta estinzione - Elizabeth Kolbert - copertina

superiorità dell’uomo, secondo la quale “la ragione per cui questo libro è stato scritto da un bipede munito di peli e non da uno ricoperto di squame, ha più a che fare con la disgraziata sorte dei dinosauri che con una qualunque particolare virtù dei mammiferi” (pag. 115).

Affascinante i riferimenti al ruolo di muschi e funghi come forze in grado di favorire l’estinzione o la sopravvivenza di specie animali e vegetali. I muschi “contribuirono a sottrarre all’aria anidride carbonica. Se fosse così, la Prima Estinzione di Massa sarebbe stata causata dalle piante” (pag.130). “Il fungo aveva sterminato praticamente ogni castagno negli Stati Uniti, qualcosa come 4 miliardi di alberi”. Di questi tempi ci si preoccupa di virus tutto sommato non troppo devastanti come il covid-19. Un fungo potrebbe creare danni simili a quelli provocati al castagno anche ad altre specie.

Peraltro, c’è un’ipotesi per spiegare le precedenti grandi estinzioni ovvero che “il riscaldamento degli oceani abbia favorito il proliferare di batteri che producono idrogeno solforato, il quale risulta velenoso per la maggior parte delle altre forme di vita” (pag. 130): un messaggio dal passato che ci parla di un possibile futuro.

2001: Odissea nello Spazio | - MovieMag - La Rivista di Cinema Online

Pare ormai innegabile, infatti, il surriscaldamento in corso. “L’attuale concentrazione di diossido di carbonio nell’aria – di poco sopra le 400 parti per milione – è superiore a quella registrata in qualunque altro momento negli ultimi ottocentomila anni. Molto probabilmente è più alta che in qualunque altro momento negli ultimi milioni di anni” (pag. 141). Tutto questo sta portando a innalzamenti della temperatura globale media dai 2 ai 3,8 gradi centigradi.

Il diossido di carbonio non è il solo killer da noi assoldato per autodistruggerci. “L’acidificazione degli oceani ha giocato un ruolo in almeno due delle estinzioni incluse nei Big Five” (pag. 149) e ci sta dando un’ottima mano a far piazza pulita della vita nei mari.

Alla fine degli anni Ottanta E.O. Wilson calcolò che “il tasso di estinzione attuale fosse «maggiore nell’ordine delle diecimila volte rispetto a quello di fondo riscontrato in natura»” (pag. 225) e temo che da allora le cose siano peggiorate piuttosto che migliorare. Si estinguerebbe, in pratica, “una specie ogni ora” (pag. 226).

Il divulgatore Alan Burdick definisce l’Homo sapiens «verosimilmente il più efficace invasore nella storia biologica” (pag. 253).

Questa nostra tendenza distruttiva e invasiva è un male per il pianeta ma non è certo un bene per l’umanità.

Come scrive l’ecologo dell’Università di Stanford Paul Ehrlich “portando alle estinzione le altre specie, il genere umano sta recidendo il ramo su cui esso stesso si posa” (pag. 319).

Volete continuare a segare il ramo?

FRAGILITÀ URBANE E TERRITORIALI

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Pierparide Tedeschi

Appare ogni giorno più evidente la necessità di arrestare il degrado ambientale in tutte le sue forme e mi pare doveroso dedicare a questo problema devastante tutta l’attenzione possibile.

Credo sia dunque lodevole l’opera di chi, nelle forme a lui più congeniali, contribuisce a combattere questa estrema battaglia di sopravvivenza.

Un volume che dà un importante contributo è “La mutazione”, sottotitolo “Paesaggio, società, cultura – com’è cambiata l’identità italiana” di Pierparide Tedeschi (Edizioni Solfanelli, 2019).

Se io, nel mio piccolo, con “Apocalissi fiorentine” ho, tra le altre cose, cercato di avvicinare al lettore i grandi problemi del pianeta, limitandomi a mostrare con dei racconti la fragilità urbana, Tedeschi, invece, affronta con un vero e proprio saggio tale fragilità, enucleandola nelle sue caratteristiche e sviscerandone le contraddizioni e i pericoli, parlando di “trasformazione del paesaggio, degrado ambientale e del patrimonio storico e artistico, espansione incontrollata dei luoghi abitati, consumo irresponsabile del suolo, inquinamento, discariche a cielo aperto, dissesto idrogeologico con conseguenti frane, inondazioni, incendi, incuria, indifferenza, spopolamento delle zone interne e delle montagne, perdita di identità, mutazione antropologica e culturale” (pag. 5) e non manca di accusare duramente i danni portati ai centri abitati dal turismo di massa. Se questa dell’Introduzione a un lettore distratto potrebbe parere un semplice elenco, soffermandoci su ogni parola, ci rendiamo conto di come sia una summa dei mali del nostro tempo.

Una crescita irresponsabile legata a un abnorme degrado ambientale è il segno principale che connota attualmente le nostre città e i nostri centri abitati” (pag. 12) mentre “la diminuzione progressiva e irrimediabile del suolo, risorsa fondamentale, limitata e non rinnovabile” (pag. 13) connota l’intero territorio nazionale: “da novembre 2015 a maggio 2016” per esempio “l’Italia ha consumato quasi trenta ettari di suolo al giorno” (pag. 13). A Roma “le abitazioni crescono ancor più degli abitanti” (pag. 14). “Come sottolinea il rapporto Ispra 2017, ventitremila chilometri quadrati del territorio italiano sono ricoperti  da fabbricati e vie di comunicazione”, “una superficie pari alla somma di Campania, Molise e Liguria” (pag. 15). La cementificazione non risparmia neppure le zone sismiche e si costruisce in aree a rischio di frane. L’88,3% dei comuni italiani sono a rischio frane o alluvioni (pag. 17). Insomma, fragilità urbane e fragilità del territorio minano le nostre esistenze e il futuro non dei nostri nipoti e figli, ma già il nostro. Il problema è oggi.

Sembra che ci si dimentichi che “il suolo è una risorsa preziosa e limitata che insieme all’aria e all’acqua assicura la vita sulla terra” (pag. 22). La desertificazione, uno dei più gravi problemi ambientali, è un rischio e una realtà anche per l’Italia.

Dalla fine degli anni Cinquanta ogni cittadino lombardo ha perso metà della sua quota di prati e aree coltivate” (pag. 29)! In Italia in 25 anni abbiamo perso il 28% della terra coltivata, fenomeno che si accompagna alla “dissoluzione della civiltà contadina”, basata su parsimonia, morigeratezza e rispetto del territorio.

Le città con la diffusione dell’urban sprawl (la città sparpagliata), si sviluppano disordinatamente, senza piani urbanistici, vanificando la distinzione tra centri e periferie.

L’inurbamento, invece di unire armonicamente due differenti visioni del mondo (campagna e città)” “ha agito come una forza negativa che ha annullato il loro diverso dinamismo” (pag. 43).

Non tutte le problematiche sollevate forse sono altrettanto gravi. Personalmente, per esempio, avevo sempre visto La mutazionecome un importante miglioramento della viabilità e una forma di civilizzazione l’adozione agli incroci delle rotonde. Tedeschi evidenzia, invece, come “impediscono la vista prospettica di viali e strade e creano delle barriere artificiali, le quali modificano non solo la capacità di orientamento  ma anche la nostra sensibilità e spezzano l’ordito secolare su cui si basano i nostri centri abitati” (pag. 45).

Quel che danneggia le città è soprattutto il turismo di massa con la trasformazione delle abitazioni in Bed & Breakfast, lo svuotamento dei centri storici, la gentrificazione, le navi da crociera che invadono città come Venezia, la ristrutturazione degli interni di case storiche, la creazione di gated community (ambienti chiusi per residenti).

L’Italia si urbanizza, non cresce, invecchia ed è sempre più concentrata  al nord, nelle città più vicine all’Europa, mentre le aree interne e il sud del paese perderanno progressivamente abitanti” (pag. 96).

Eppure io credo si possa essere giunti alla fine di questo processo. Il covid-19 ci ha insegnato lo smart-working, la possibilità di lavorare a distanza, di evitare inutili pendolarismi e di cercare casa vicino al luogo di lavoro, ovvero in città. Se sapremo conservare questa spinta, le campagne potrebbero tornare a popolarsi se non di contadini almeno di impiegati che lavorano da casa, senza subire e provocare inquinamento.

Si deve restare nei paesi  e nelle campagne. “Restare non è un fatto di pigrizia, di debolezza, deve essere considerato un fatto di coraggio” (pag. 97).

Oltre allo smart-working dovremo semmai favorire le smart-cities “le città intelligenti e digitali che dovrebbero trasformarsi in senseable cities, cioè in luoghi sempre più inclusivi con al centro i bisogni delle persone, i loro diritti umani fondamentali e la salvaguardia delle caratteristiche formali e strutturali dei centri abitati per ritrovare una nuova armonia tra città, natura e innovazione tecnologica” (pag.105).

 

Sono meno convinto, invece, della dannosità per il paesaggio delle pale eoliche. Nessuno la ha mai contestato a un mulino a vento, che architettonicamente non era certo meglio. Semmai andrebbero realizzate con criteri non solo funzionali ma anche artistico-paesaggistici.I Verdi: "si vieti subito il passaggio delle navi da crociera ...

Se le tematiche di degrado urbano sono importanti, Tedeschi non trascura quello che per me è il tema nodale della nostra epoca, l’antropocene: i comportamenti umani “stanno provocando mutamenti simili a quelli che hanno causato l’avvicendamento delle epoche geologiche fino all’olocene, il periodo che ci ha preceduto e che risale a 11700 anni fa” (pag. 147). “A più di sessantacinquemilioni di anni dalla scomparsa dei dinosauri siamo sull’orlo della sesta estinzione di massa causata dalla progressiva e sempre più veloce perdita della biodiversità” (pag.47 e 48).

L’inquinamento è uno dei fattori che contribuiscono a questo dramma anche perché “influisce direttamente sul nostro dna e lo condiziona in misura maggiore della discendenza genetica” (pag. 49).

Leggete, meditate e agite. È tempo di cambiare le cose o la prossima crisi non verrà da un virus e sarà ancora più pesante.

METTERE IN GUARDIA DAI MUTAMENTI CLIMATICI

Avatar di Carlo Menzinger di PreussenthalLa legenda di Carlo Menzinger (www.menzinger.it)

In occasione del Festival del Libro di Pisa del 10 Novembre 2019 partecipai alla presentazione di “Antropocene – L’umanità come forza geologica” una raccolta di “Racconti e saggi a cura di Francesco Verso e Roberto Paura” (Future Fiction 2018).

Antropocene: L'umanità come forza geologica (Future Fiction Vol ... Francesco Verso

Il tema mi solleticava, sia per l’interesse che rivestono per me (e vorrei sperare per tutti) le tematiche dell’impatto umano sull’ambiente e sul clima in particolare, ma anche perché questo volume, con mezzi e forme diverse si riprometteva i medesimi obiettivi della mia ultima pubblicazione “Apocalissi fiorentine”: sensibilizzare i lettori verso tali problematiche.

Verso e Paura hanno scelto l’originale alternanza di racconti e articoli sul tema, scritti da autori provenienti da ogni parte del mondo, con l’intento di “collegare la finzione alla realtà” (scrive Paura), perché la fantascienza è un genere letterario che ci parla forse più…

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SE ANCHE LA FINANZA SI ALLARMA PER IL CLIMA…

Sentirci raccontare da una ragazzina minorenne che il nostro pianeta è a rischio,

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Greta Thunberg

può forse essere poco convincente e per qualcuno può essere facile ridicolizzarla.

Il fatto che le associazioni ambientaliste si agitino per la perdita di biodiversità, il surriscaldamento globale, l’innalzamento dei mari, la deforestazione, la desertificazione, gli incendi, l’esaurimento delle risorse naturali, l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del cibo può essere sottovalutato, pensando che tanto è normale per questi soggetti lanciare allarmi.

Non si capisce, però, come si possa ignorare scienziati e importanti organizzazioni scientifiche o organismi internazionali quando ci mettono in guardia avvertendoci che il tempo a disposizione per salvarci sta per scadere, come nel “Avvertimento degli scienziati riguardo alla emergenza climatica“, pubblicato sulla rivista Bioscience, sottoscritto da ben 11.258 scienziati e scienziate di 153 nazioni, provenienti da ogni continente o l’allarme del panel delle Nazioni Unite sul riscaldamento globale, riunitosi in Corea del Sud nel 2018, secondo il quale con questo livello di emissioni il famoso grado e mezzo verrà superato già nel 2040, e alla fine del secolo arriveremo addirittura a tre.

Se, però, a lanciare l’allarme sono soggetti che, sinora, stavano dall’altra parte della barricata, perché difendevano interessi economici consolidati come la produzione di petrolio e l’industria, forse vuol dire che siamo davvero arrivati al limite.

A parlare in questi giorni al Forum di Davos è stata la Banca dei Regolamenti Internazionali, l’istituzione che supporta le banche centrali mondiali e il Financial Stability board. Il messaggio è stato che i cambiamenti climatici causeranno la prossima crisi finanziaria, che potrebbe essere la peggiore mai vissuta finora.

Poco prima c’era stata la già famosa lettera di Larry Fink, il CEO del fondo d’investimento BlackRock, il più grande al mondo (con oltre 7 trilioni di dollari di asset), con cui ha

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Larry Fink

annunciato che la sua società prenderà decisioni d’investimento il cui fine ultimo sarà solo la sostenibilità ambientale.

“Fink sostiene che il climate change obbligherà (e sta obbligando) gli investitori a riconsiderare le fondamenta stesse della finanza moderna. E ci arriva ponendosi degli interrogativi legittimi: cosa succederà ad esempio ai mutui a 30 anni se chi li eroga non è in grado di stimare l’impatto del rischio climatico su questo lungo arco di tempo? Dove arriverà l’inflazione, e di conseguenza i tassi d’interesse, se il costo del cibo dovesse aumentare a causa di siccità e inondazioni? Si chiede: Come possiamo costruire una crescita economica se la produttività dei mercati emergenti dovesse diminuire a causa di temperature estreme o di altri impatti climatici? Alla base sta la considerazione che la crisi ambientale sarà molto più lunga e avrà un impatto ben più pesante – in molteplici aspetti della nostra vita e quindi della finanza – delle precedenti crisi.” (Finance Community, Newsletter N° 223 del 22 gennaio 2020).

Risultati immagini per apocalissi fiorentineUn’idea degli impatti sui mercati dei fattori ambientali penso possano darlo gli effetti in questi giorni del coronavirus sullo yuan, la valuta cinese, la una situazione di risk-off sui risky asset, il pesante ribasso settimanale per l’indice generale Bloomberg Commodity (-3,1%) con le vendite che hanno colpito in particolare le commodity sensibili alla domanda cinese, gli scricchiolii delle Borse. La diffusione dei virus non è un fatto indipendente dalle altre problematiche ambientali.

Secondo lo studio di Nature Climate Chage i fallimenti delle banche in futuro sarebbero, a causa dei cambiamenti climatici, più frequenti (da +26% fino a +248%); salvare le banche insolventi comporterebbe un costo per i governi pari a circa il 5-15% del Pil all’anno, portando a un’esplosione del debito pubblico, che potrebbe arrivare a raddoppiare nel 2100.

Le banche, però, si stanno muovendo da tempo verso una maggior attenzione alle tematiche ambientali. Il 14 novembre 2019 la Bei ha deciso una nuova politica di prestiti energetici, ponendo fine al sostegno a progetti di combustibili fossili (compreso il gas naturale) alla fine del 2021.

La Banca d’Italia, in linea con le migliori pratiche adottate nel contesto del SEBC, già da diversi anni ha avviato un percorso sistematico volto a ridurre la propria “impronta ecologica”, soprattutto nei settori di attività che possono avere impatti non trascurabili sull’ambiente.

I Principles for Responsible Banking, i Principi per l’attività bancaria responsabile, sono

15 Bifarini Anna Giulia

Immagine di Anna Giulia Bifarini

stati firmati a fine 2019 da centotrenta banche internazionali forti di asset per 47.000 miliardi di dollari, con nomi influenti, come Citigroup, Santander, Deutsche Bank, Royal Bank of Scotland e le italiane Banca Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi.

La banca senese, già nel 1993 varato, unico in Italia, un progetto definito “Banca Verde”, per il finanziamento di progetti di sviluppo coerenti con la tutela, la riqualificazione e la valorizzazione dell’ambiente e aveva sottoscritto, prima in Italia, lo “statement” U.N.E.P. (United Nations Environment Programme) per le istituzioni finanziarie in tema di salvaguardia dell’ambiente nell’erogazione del credito, di cui sopra.

Insomma, se anche il mondo della finanza, particolarmente attento alla redditività delle proprie iniziative, si sta impegnando sempre più per un’economia sostenibile, forse Greta Thunberg non è solo una ragazzina malata di protagonismo e non possiamo più permetterci di ignorare tutti questi allarmi.

LA DIFFICOLTÁ DI UNA SPESA ECOSOSTENIBILE

Risultati immagini per inquinamento plasticaIn questo nostro mondo alla deriva, in cui le specie viventi si estinguono a vista d’occhio, l’inquinamento di acqua e aria continuano ad aumentare, il surriscaldamento globale sta portando all’innalzamento dei mari con la scomparsa delle principali città del mondo e miliardi di profughi climatici in arrivo, con la plastica che si diffonde come un cancro inarrestabile, vorremmo poter fare qualcosa per questo nostro pianeta, qualcosa anche nel nostro piccolo, nella nostra vita quotidiana, nelle nostre città.

Se all’origine di tutti questi problemi c’è una società basata sul consumismo, cui aderiscono sempre più persone, con una popolazione globale in costante crescita oltre ogni limite di sostenibilità ambientale, allora sembrerebbe che la prima cosa da fare sia agire sui nostri comportamenti da consumatori.

Mi chiedo cosa possiamo fare per ridurre il più possibile l’impatto negativo della nostra vita di consumatori.

Potremmo, per esempio, cercare di ridurre i consumi superflui e cercare di orientare quelli necessari verso beni a minor impatto ambientale.

Pensiamo allora a come facciamo la spesa.Risultati immagini per banco frutta supermercato

Da anni ormai i supermercati e i centri commerciali stanno avendo la meglio sulla piccola distribuzione. Sarebbe probabilmente illusorio cercare di spostare gli acquisti sul sistema dei piccoli negozi e questo probabilmente non aiuterebbe a migliorare la situazione, perché per i piccoli operatori sarebbe più difficile riconvertirsi verso un’economia ecosostenibile.

Pensiamo allora cosa fare quando entriamo in un supermercato.

Da tempo ormai ogni consumatore avveduto evita di usare buste di plastica non biodegradabili e si porta da casa sporte riutilizzabili, anche se magari in plastica esse stesse, e ogni supermercato offre buste biodegradabili.

Sulla reale capacità di queste buste di plastica di autodistruggersi, c’è qualche dubbio (mentre è evidente quanto meno resistenti siano di quelle di una volta).

Come si legge sul sito di Idee Green, «Con il termine “plastica biodegradabile” o “bioplastica” si fa riferimento a un tipo di plastica prodotta a partire da materia organica oppure a base di poliesteri sintetici caratterizzati da biodegradabilità. Alcuni esempi di plastica biodegradabile sono quelle a base di amido di mais, grano, tapioca, patate, fecola di patate o scarti vegetali come bucce di patate. Il panorama della plastica biodegradabile ospita anche materiali a base di cellulosa, polidrossialcanoati e altri poli acidi».

«Secondo uno studio pubblicato dalla Federal Environment Agency tedesca, la plastica biodegradabile non offre alcun vantaggio ambientale rispetto alla plastica tradizionale. Il motivo? Secondo la ricerca tedesca la plastica, anche se biodegradabile, non finisce nei sistemi adeguati di compostaggio ma viene smaltita in discarica e tenuta in luoghi asciutti,  che in realtà inibiscono la biodegradazione.

Nel libro intitolato “Rubbish!: The Archaeology of Garbage” (Immondizia!: L’archeologia della spazzatura), l’autore William Rathje spiega che se la bioplastica dovesse degradarsi in discarica la situazione sarebbe ancora peggio: la bioplastica, nel degradarsi, rilascia anidride carbonica e metano, in più può causare inquinamento del suolo e delle acque piovane.

Altri dubbi sorgono sui processi produttivi legati alla plastica biodegradabile, per dirne qualcuno: la materia prima di origine vegetale (patate, grano, mais…) è coltivata mediante agricoltura convenzionale, pertanto le colture vengono abbondantemente fertilizzate o addirittura sono state prodotte con semi geneticamente modificati.»

Dunque, meglio portarsi da casa buste riutilizzabili, magari di cartone o stoffa.

Ci si limita però spesso a pensare solo alle buste con cui portiamo via i nostri acquisti, ma quale prodotto non è confezionato con della plastica? Frutta, verdura, carne e pesce freschi sono in contenitori di plastica o polistirolo con pellicole di plastica. I prodotti surgelati presentati in scatole di cartone, spesso all’interno hanno confezioni in plastica.

Dovremmo, allora cercare di evitare i prodotti già confezionati.

I supermercati offrono prodotti sfusi che possono essere acquistati in appositi banchi o prelevati dagli scaffali. Per pesarli e portarli via vanno però inseriti in appositi sacchetti, auspicabilmente di plastica biodegradabile. Forse così la quantità di plastica è minore, ma il problema persiste.Risultati immagini per plastica supermercato

Per ora stiamo solo parlando della confezione dei prodotti. Dovremmo anche interrogarci su come siano prodotti e da dove vengano. Che genere di fabbriche li producono, con quali consumi di CO2? Quanto distanti? Quanti chilometri percorrono, consumando combustibile, per arrivare al supermercato? Che prodotti vengono usati per produrli? Che tipo di mangime usano per la produzione di carne? Che tipo di pesticidi per le piante? Che impatto hanno in termini di deforestazione o perdita di biodiversità? E via dicendo.

Sarebbe, insomma, tempo, che gli stessi supermercati provvedano a fare un’analisi dei prodotti venduti e ne diano chiara evidenza ai propri clienti, in modo che possano scegliere consapevolmente, evitando di offrire quelli a più alto impatto ambientale.

Quanto alle confezioni, potrebbe essere utile avere la possibilità di sceglierli sfusi, pesarli e pagarli immediatamente, mettendoli poi in contenitori portati da casa.

Insomma, quando compro delle mele, le peso, mi appare il prezzo, lo pago, magari con Risultati immagini per casse automatiche supermercatoveloce passaggio della carta di credito, le metto nella mia sporta, mentre sul lettore ottico conservo traccia dell’acquisto e del pagamento per eventuali controlli.

Occorre qualche cambiamento nel lay-out dei negozi e qualche apparecchio in più, ma si libererebbero le casse, che diverrebbero inutili con conseguente risparmio per il supermercato.

Ebbene, forse non lo sapete, ma supermercati senza plastica in Italia già esistono.

Se ne parla su Lifegate. Sono gli Eco Point di Crai e gli Auchan Self Discount. A questi si aggiungono piccole catene come Negozio Leggero, il franchising di Ari Ecoidee e vari piccoli punti vendita. Non parliamo propriamente di Grande Distribuzione, ma qualcosa si sta muovendo.

Non basta certo questo per salvare il mondo, ma potrebbe essere un contributo per rallentarne il degrado.FOTO-1

 

AL FUOCO!

In questi giorni di gran caldo si parla in rete con una notevole intensità dei grandi incendi della Siberia e dell’Amazzonia e del notevole scioglimento di ghiacci in corso. Due fenomeni legati al surriscaldamento globale che ormai solo pochi osano negare.

Vorrei cercare ora di capire un po’ meglio il tema degli incendi e per farlo ho pensato di scrivere questo articolo in modo da condividere quanto sto apprendendo.

 

Partiamo dall’attualità.

Scrive GreenMe che secondo i dati diffusi dal National Institute for Space Research (Inpe) brasiliano, in questo 2019 gli incendi nella foresta pluviale sono stati più di 74.000, l’83% in più rispetto a quelli registrati nel 2018. La cifra riportata da Greenpeace è, in realtà, ancora più allarmante: arriva al 145%.

Solo nel mese di luglio 2019 sono stati distrutti 2.253 chilometri quadrati di vegetazione.

Secondo l’Inpe un numero così elevato di roghi non è in linea con le medie normalmente registrate e l’aumento degli incendi non dipende dal clima. Il caldo e la siccità favoriscono la diffusione degli incendi ma i fuochi sono appiccati dall’uomo, deliberatamente o per caso. Peraltro, Lorenzo Ciccarese dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) su Il Bo Live dell’Università di Padova afferma «Molti di questi incendi sono il frutto di ondate di calore, prolungate e intense, e una siccità senza precedenti in molte parti del mondo».Risultati immagini per incendio amazzonia

Diversi studi dimostrano che la stagione degli incendi si è allungata di 35-40 giorni, addirittura di 80 in California: comincia prima e si conclude dopo. Il clima stesso, dunque, agisce da catalizzatore per gli incendi, portando a un innalzamento delle temperature che a loro volta accrescono la probabilità di incendi.

Cambiano le condizioni meteo-climatiche e l’intensità degli attacchi degli insetti, che rendono le piante più vulnerabili. Rami secchi e piante morte sono materiale comburente che favorisce il rischio di incendi.

Se a questo aggiungiamo gli incendi colposi o, peggio, dolosi, la situazione diventa drammatica, ma non dipende solo l’azione diretta di contadini e pastori che con gli incendi cercano di creare aree libere per la coltivazione e l’allevamento. Peraltro, il fatto che degli esseri umani provochino incendi di simili proporzioni è quanto mai grave e meriterebbe la previsione di pene quanto mai severe per i colpevoli di atti dolosi e ci vorrebbe una politica formativa per evitare il rischio di atti colposi. Il problema, però, purtroppo, è assai più grave: sembra che il surriscaldamento globale abbia un peso determinante nello sviluppo di questi incendi.

Anche se fossero spontanei, quel che pare veramente preoccupante sono i loro effetti: deforestazione e immissione di anidride carbonica nell’atmosfera per effetto della combustione. Tutti e due questi eventi portano a un peggioramento del surriscaldamento globale e, conseguentemente, rendono anche più facili ulteriori incendi.

Invece, il governo brasiliano, guidato dal presidente Bolsonaro, anziché intervenire a protezione della foresta incoraggia ad abbattere gli alberi, così da poter utilizzare la terra per attività produttive. È comprensibile la volontà di questo governo di voler favorire lo sviluppo economico del proprio Paese, ma non è ammissibile che questo avvenga a discapito del polmone del pianeta, la foresta amazzonica. Non possiamo che augurarci che al G7 di Biarritz venga presa una seria posizione per fermare una simile politica.Risultati immagini per incendio amazzonia

La deforestazione dell’Amazzonia in Brasile (#prayforamazonia) ha raggiunto dimensioni pari a tre campi da calcio al minuto e si avvicina velocemente al punto di non ritorno, oltre il quale i danni saranno irreparabili, avverte GreenMe.

L’Amazonia produce il 20% dell’ossigeno del nostro pianeta e assorbe annualmente oltre 2 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Distruggerla significa far soffocare la Terra. Gli incendi sono una fonte significativa dei gas e dell’areosol atmosferico: le aree che di recente hanno visto un aumento della frequenza dei roghi di conseguenza hanno poi registrato anche maggior CO2 nell’aria.

È tempo che i cittadini del mondo chiamino i politici a una presa di coscienza e a interventi seri a salvaguardia dell’ambiente. Non dovrebbero essere votati, oggi, partiti che non pongono al primo posto nelle loro agende l’ambiente. La situazione sta precipitando su tutti i versanti (deforestazione, incendi, surriscaldamento, scioglimento di ghiacci, inquinamento dell’acqua e dell’aria, depauperamento del suolo, drammatica perdita di biodiversità…).

La foresta pluviale più grande del mondo costituisce l’habitat naturale per tre milioni di specie, animali e vegetali (si legge persino su Vanity Fair). Questi incendi contribuiscono anche alla perdita di biodiversità, favorendo nuove estinzioni.

Qualcuno osa sostenere che il surriscaldamento sia solo una bufala politico-mediatica. La National Oceanic and Atmospher Administration (NOAA) ha comunicato a metà agosto 2019 che il precedente luglio è stato il luglio più caldo mai registrato da quando sono in uso gli strumenti per la misurazione del clima. Nella lista dei cinque mesi di luglio più caldi, appaiono quelli degli ultimi cinque anni.

Come ha spiegato a maggio 2019 un approfondimento del World Economic Forum, il riscaldamento globale sta rendendo più diffuse e facili le condizioni che permettono alle fiamme di divampare in grandi aree geografiche. Un po’ quello che succede anche con gli uragani.

Un pianeta sempre più caldo avrà periodi di siccità sempre più lunghi, su aree sempre più vaste. Questo significa che il suolo e le piante, private dell’acqua, saranno più predisposte a prendere fuoco.

 

Il fuoco non è solo un problema di Bolsonaro e del suo Brasile.

Solo ad agosto, in Siberia, sono andati a fuoco oltre 5 milioni di ettari di foreste, una superficie che equivale a poco meno di tutto il patrimonio forestale italiano: è un dato senza precedenti, in Russia. Una nuvola di fumo di oltre 5 milioni di chilometri quadrati, grande quindi come metà dell’Europa o metà degli Stati Uniti d’America, ha coperto il Paese e ha attraversato l’Oceano Pacifico.Risultati immagini per incendio Siberia

La Siberia sta andando a fuoco mandando tonnellate di gas serra nell’atmosfera (e continua). La CO2 emessa in atmosfera ha raggiunto le 166 milioni di tonnellate, un valore pari all’emissione annuale di tutte le 36 milioni di auto presenti in Italia. Ma non finisce qui, perché all’emissione diretta va aggiunta anche quella indiretta dovuta al fatto che i milioni di alberi bruciati non potranno più assorbire anidride carbonica e rimpiazzarla con ossigeno. Una volta che le ceneri si depositeranno sui ghiacci artici, inoltre, diminuiranno la loro albedo facilitando così la loro fusione. E sotto quei ghiacci c’è altro carbonio pronto a diventare anidride carbonica e metano (Fonte Friday for future).

In Alaska si sono susseguiti incendi di dimensioni particolarmente estese, e in Groenlandia le fiamme sono arrivate a minacciare un centro abitato. Il gravissimo incendio nelle Isole Canarie ha costretto all’evacuazione 8 mila persone.

Tutti noi oggi siamo nei confronti dell’ambiente come i tedeschi che ignoravano lo sterminio degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, ma siamo molto più colpevoli di loro, che potevano solo sospettare il genocidio in atto, mentre il suicidio del genere umano e la distruzione della Terra sono evidenti e le prove sono sotto gli occhi di tutti.Risultati immagini per incendio Siberia

Davvero gli incendi stanno aumentando?

Non è semplice monitorare il fenomeno. Se ne occupano alcune organizzazioni. I ricercatori si concentrano su una serie di parametri diversi, che vanno dalla superficie bruciata alle emissioni prodotte.

Con le immagini satellitari è stato possibile effettuare una mappatura dal 2003 al 2016.

Il Global Forest Watch Fires (Gfwf) del World Resources Institute (un’organizzazione di ricerca che opera in oltre 60 Paesi al mondo) ha elaborato da inizio anno i dati provenienti dai satelliti della Nasa (combinandoli con altri indicatori), per quantificare il numero di incendi registrati sul pianeta in tempo reale (fonte AGI).

Da inizio anno a oggi, secondo il Gfwf, le osservazioni registrate dal Moderate-resolution Imaging Spectroradiometer (MODIS), consultabili anche dal sito della Nasa) avrebbero rilevato oltre 2 milioni e 910 mila “allerte incendio”. Nello stesso periodo del 2018, erano stati quasi 100 mila in meno; nel 2017, circa 200 mila in meno.

Di recente, sembra dunque esserci stato un leggero aumento, anche se che nel 2016 e nel 2015 questo dato era stato più alto, aggirandosi intorno ai 3 milioni di allerte incendio in tutto il mondo. È vero però che alcune anomalie si stanno registrando in alcune regioni come l’artico e, appunto, il Brasile.

A proposito dell’artico, “Soltanto a giugno 2019, i roghi in questa porzione geografica hanno emesso nell’atmosfera 50 milioni di tonnellate di diossido di carbonio, l’equivalente di quelle prodotte in un anno dalla Svezia”, si legge sul sito ufficiale di Copernicus.

È vero che in Brasile quest’anno si sta registrando un numero di incendi record almeno rispetto agli ultimi 7 anni (come mostrano i dati Inpe), ma è anche vero che l’area dell’Amazzonia è più ampia di quella contenuta dai confini brasiliani.

Uno studio del 2013 suggerisce che anche la quantità d’incendi nelle regioni boreali sia anomala rispetto agli ultimi diecimila anni.

Gli incendi sono cominciati a giugno, scatenati da un’estate precoce estremamente calda e secca. È stato il giugno più caldo mai registrato su scala mondiale, secondo l’Amministrazione oceanografica e atmosferica degli Stati Uniti.

L’aumento delle temperature a causa del riscaldamento globale non è equamente ripartito, e l’Artide si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto al resto del pianeta. Nelle regioni andate a fuoco, le temperature sono state anche tra gli 8 e i 10 gradi più calde rispetto alle medie registrate tra 1981 e 2010. Questo ha seccato il paesaggio, producendo stoppe che hanno portato agli incendi naturali delle foreste, probabilmente scatenati dai fulmini.

 

È quel che accade sottoterra a spaventare di più ambientalisti e scienziati del clima.

Molti degli incendi siberiani e dell’Alaska stanno bruciando terreni di torba ricchi di carbone, che normalmente dovrebbero essere impregnati d’acqua. Gli incendi di torba producono molto più biossido di carbonio e metano perché causano la combustione del carbone che è rimasto imprigionato nel terreno per centinaia o migliaia di anni. Quando il terreno brucia, scompaiono importanti assorbitori di carbonio, che non può essere sostituito in un lasso di tempo utile.

 

Questo tuttavia mette in moto cicli di retroazione che non vengono presi in considerazione nelle proiezioni climatiche del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici. I ricercatori del clima citano la possibilità che il riscaldamento globale causi il disgelo del permafrost artico, rilasciando così grandi quantità di gas serra immagazzinate.

Ma se gli incendi nelle regioni diventeranno più comuni, la cosa potrebbe avere anche conseguenze più gravi.

Le emissioni provenienti dagli incendi di quest’anno rendono più probabile che si ripresentino condizioni propizie a nuovi incendi di torba nelle prossime estati, il che produrrà ulteriori emissioni, creando un circolo vizioso.

Gli incendi producono inoltre una sottile fuliggine nera, nota come carbonio nero, che, se trasportata nell’oceano Artico da venti favorevoli, ne anneriranno la superficie, facilitando così l’assorbimento di luce solare e ghiaccio fuso da parte di quest’ultima. Questo diminuisce la riflettività di tutta la regione (l’acqua blu assorbe più energia solare rispetto al ghiaccio bianco) e rende ancora più preoccupante la situazione dell’Artide.

L’unico modo di ostacolare questi incendi è ridurre il ritmo del riscaldamento globale, aumentando gli sforzi per tagliare le emissioni di gas serra.

 

Ricapitolando (si chiede AGI – Fact Checking) dalle notizie di questi giorni è possibile dire che gli incendi nel mondo stanno aumentando rispetto al passato?

Sostanzialmente sì: alcune aree come l’Artico e l’intero Brasile stanno vivendo delle situazioni più critiche rispetto agli anni scorsi. L’evidenza scientifica continua a rilevare – e prevedere – peggioramenti a causa del riscaldamento globale: molto probabilmente, in un futuro prossimo, l’aumento generale delle temperature medie renderà normali situazioni “anomale” come gli incendi nell’Artico e in Siberia.

 

Perché la situazione è gravissima e pericolosa?

Perché gli incendi favoriti dal surriscaldamento globale contribuiscono in più modi ad aumentarlo ulteriormente creando una spirale viziosa alla quale forse è già troppo tardi per porre rimedio.

 

Firenze, 23/08/2019

COSA PUÒ FARE LA NOSTRA CITTÀ PER IL PIANETA?

Secondo l’ultimo rapporto dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, mantenendo i trend attuali, la temperatura media globale aumenterà di 1,5 °C entro il 2040. Ci resterebbero 12 anni per salvare il pianeta dalla catastrofe climatica. Il nostro mondo sta diventando sempre meno abitabile e le specie animali e vegetali si estinguono a ritmi che definire preoccupanti è davvero ottimistico.

Ci sono molte cose che possono e devono fare i governi, accordandosi in sedi Risultati immagini per soleinternazionali. Ci sono tante piccole cose che possiamo fare tutti noi, come singoli abitanti del mondo. Ci sono poi alcune cose che possono fare alcune comunità locali.

Ci sono cose che le singole città possono e devono fare per dare un contributo nel tentativo di salvare il nostro ecosistema e l’umanità dalla rovina incombente.

Che cosa potrebbe fare, dunque, una città?

Le competenze e le risorse delle amministrazioni comunali sono ridotte, ma si può decidere di orientarsi in una direzione o in un’altra.

Per rendere le città ecocompatibili il percorso sembrerebbe lungo e difficoltoso, ma questo non ci deve né fermare, né scoraggiare.

Per capire che cosa fare, credo sia utile ricapitolare in breve quali siano i problemi ambientali che oggi il nostro pianeta si trova a fronteggiare:

  1. Surriscaldamento globale;
  2. Perdita di biodiversità;
  3. Inquinamento dell’aria;Risultati immagini per deforestazione
  4. Inquinamento dell’acqua;
  5. Deforestazione;
  6. Diffusione della plastica nell’ambiente;
  7. Incidenti e altri danni provocati dalle automobili;
  8. Tensioni demografiche;
  9. Scarsa qualità del cibo (per esempio quella dovuta alle tecniche degli allevamenti intensivi);
  10. Esaurimento delle risorse (carburanti, terre coltivabili, acqua…);
  11. Spazi urbani poco fruibili.

Magari qualcuno potrà dire: ma che cosa c’entro io o cosa c’entra la mia città con questi problemi?

Sono problemi di tutti e, ciascuno, secondo le sue capacità, deve e può contribuire a ricercare e ottenere una soluzione prima che sia troppo tardi.

Molti di questi temi sono collegati e spesso sono uno causa dell’altro, ma vediamoli un po’ per volta.

Surriscaldamento globale

Il clima è soggetto, da prima dell’apparizione dell’uomo, a oscillazioni nel corso del tempo. Questo non ci deve deresponsabilizzare, perché questa in corso è una variazione di temperatura che ha cause soprattutto antropiche, ovvero è colpa nostra, della nostra specie di homo davvero poco sapiens. Forse le altre razze di homo che abbiamo sterminato non avrebbero fatto meglio di noi, ma questo non conta.

In che modo favoriamo il surriscaldamento?

L’incremento medio globale della temperatura (le oscillazioni locali non sono rilevanti) sarebbe attribuibile all’aumento della concentrazione atmosferica dei gas serra, in particolare dell’anidride carbonica, dunque una conseguenza dell’attività umana, in particolare della generazione di energia per mezzo di combustibili fossili e della deforestazione, che genera a sua volta un incremento dell’effetto serra. L’oscuramento globale, causato dall’incremento della concentrazione in atmosfera di aerosol, blocca i raggi del sole, per cui, in parte, potrebbe mitigare gli effetti del riscaldamento globale.

Ogni anno, miliardi di tonnellate cubiche di anidride carbonica (CO2) che rilasciamo nell’atmosfera incrementano la minaccia del cambiamento climatico. Forse un giorno riusciremo ridurre il CO2 in molecole corte come il monossido di carbonio e metano, che possono poi combinare per formare combustibili idrocarburici più complessi come il butano. Per ora dobbiamo affrontare altre strade.

Che cosa occorre fare? Ridurre l’anidrite carbonica sia aumentando la vegetazione, che la assorbe, sia eliminando (non è più tempo di limitarsi a “ridurre”) i consumi di carburanti fossili. Le piante mediante il processo di fotosintesi assorbono anidride carbonica.

Le città possono dunque:

  1. ampliare le zone pedonalizzate e quelle ad accesso limitato;
  2. incrementare le aree per la ricarica delle vetture elettriche;
  3. aumentare i mezzi di trasporto pubblici, soprattutto se alimentati da fonti rinnovabili;
  4. creare parcheggi scambiatori ai confini della città per ridurre l’accesso di automobili private;
  5. scoraggiare l’uso delle automobili, anche con un più stringente rispetto del codice della strada e una serrata applicazione delle multe previste;
  6. aumentare la vegetazione dei parchi esistenti (piantando più alberi);
  7. creare nuove aree verdi;
  8. aumentare il numero degli alberi nei viali cittadini;
  9. favorire uno sviluppo di una diversa cultura ambientale;
  10. favorire la coibentazione degli edifici (incentivare cappotti termici, infissi di qualità, divieto di costruzione di nuove abitazioni con bassi coefficienti energetici);
  11. favorire la produzione di energie alternative (diffusione di pannelli fotovoltaici sui tetti delle case e in altri spazi idonei);

Perdita di biodiversità

L’avvio della sesta estinzione di massa, con la perdita di milioni di specie animali e vegetali sembrerebbe un tema troppo globale per poter essere affrontato da un singolo Comune, eppure la creazione o la salvaguardia di spazi per animali stanziali o di passaggio anche all’interno o attorno alle città può dare un contributo al rallentamento di questo processo.

Inquinamento dell’aria

La qualità dell’aria è una tematica tipicamente urbana, dato che è proprio nelle città che respiriamo peggio e si diffondono malattie del sistema respiratorio e cardiocircolatorio.

La questione, a livello urbano, è connessa soprattutto all’uso dei sistemi di riscaldamento e all’uso delle auto. Valgono tutte le soluzioni già suggerite per fronteggiare il surriscaldamento, la cui urgenza non possiamo che sottolineare dato che, a livello di qualità dell’aira, la combustione fossile porta a effetti immediati di smog e diffusione di polveri sottili dannose per l’organismo.

Inquinamento dell’acqua

Le problematiche di scarsità e inquinamento delle falde acquifere, sembra non riguardare direttamente le nostre città, in quanto usufruiamo di acquedotti che con opportuni sistemi di filtraggio ci fanno avere acque potabili, ma i fiumi e i canali urbani sono spesso le vie attraverso le quali i rifiuti urbani si riversano poi in mare o sostanze tossiche si insinuano nei terreni a valle, inquinando la natura, le coltivazioni e gli allevamenti.Risultati immagini per inquinamento acqua

Le città dovrebbero:

  1. provvedere a garantire sistemi fognari che ripuliscano e filtrino le acque di scarico e restituiscano al sistema idrico naturale solo acque purificate da sostanze tossiche e scarti dei nostri consumi;
  2. tenere costantemente puliti fiumi e canali urbani;
  3. favorire l’uso di acque potabili fornite dall’acquedotto, anziché il consumo di acqua in bottiglia (per ridurre la diffusione della plastica), garantendone un’adeguata qualità.

Deforestazione

Le città non sono certo boschi, ma mentre altre parti del mondo subiscono gravi processi di deforestazione, contribuendo a peggiorare la qualità dell’aria, favorendo il surriscaldamento, inaridendo i terreni, favorendo l’erosione generata dalla pioggia, le città possono comunque fare tutto il possibile per estendere le proprie aree verdi e per aumentare la percentuale di alberi non solo negli spazi verdi pubblici ma anche lungo le strade e nei giardini privati.

Auspicabile sarebbe un “servizio forestale urbano” che monitori la “popolazione verde” della città, sanzionando tagli abusivi di piante e favorendo la sostituzione di piante morte.

Diffusione della plastica nell’ambiente

Se il problema della diffusione della plastica è comunemente associato all’inquinamento marino, questo non vuol dire che le città, soprattutto quelle sul mare, non vi contribuiscano in modo significativo. Oltre a quanto detto a proposito dell’inquinamento dell’acqua, nelle città si dovrebbe comunque scoraggiare in modo deciso l’uso delle plastiche usa e getta, ma anche sfavorire l’uso di plastica ove non strettamente Risultati immagini per inquinamento acquanecessario.

Quando camminiamo per strada, se ci facciamo attenzione, possiamo vedere in terra a ogni passo rifiuti di ogni genere, spesso di plastica. Questo in un mondo civile non dovrebbe più essere accettabile. Deve essere innanzitutto una questione di senso civico.

Incidenti e altri danni provocati dalle automobili

Secondo le stime pubblicate nel 2009 dall’Oms nel “Global status report on road safety”, ogni anno i morti sulle strade sono circa 1,3 milioni e le persone che subiscono incidenti non mortali sono tra i 20 e i 50 milioni.

In Europa le cose vanno meglio che nel resto del mondo, ma è tempo di porre fine alla “era dell’automobile”, di riconquistare spazi in cui camminare liberamente, di usare Risultati immagini per incidente automezzi di trasporto pubblici o condivisi.

Nelle città dovremmo attuare con decisione tutto quanto già suggerito per far fronte al surriscaldamento globale, utile anche per ridurre gli incidenti, in merito a:

  1. Ampliare le zone pedonalizzate e quelle ad accesso limitato;
  2. Aumentare i mezzi di trasporto pubblici;
  3. Creare parcheggi scambiatori ai confini della città per ridurre l’accesso di automobili private;
  4. Scoraggiare l’uso delle automobili, anche con un più stringente rispetto del codice della strada e una serrata applicazione delle multe previste;
  5. Diffondere la cultura del “camminare”.

Tensioni demografiche

A qualcuno può forse sembrar strano, ma i barconi di migranti, la pressione demografica dalle zone povere del mondo, in parte dipende anche dal surriscaldamento globale, che porta alla desertificazione di zone un tempo utili per far vivere intere popolazioni, che si spostano così in nuove zone, creandovi tensioni sociali e favorendo ulteriori migrazioni.

Risolvere i problemi di surriscaldamento non risolverà le tensioni demografiche, ma potrebbe contribuire a mitigarle in parte.

Altro ci sarebbe da dire sul tema, ma tralascio aspetti sociali e organizzativi, volendo qui trattare solo temi ambientali.

Scarsa qualità del cibo

La diffusione degli allevamenti intensivi, con l’uso di farmaci e antibiotici che finiscono Risultati immagini per allevamento mucchenelle nostre cucine e nei nostri piatti, ha determinato un abbassamento della qualità del cibo. La riscoperta di prodotti se non a chilometro zero, comunque provenienti dai dintorni, potrà ridurre l’inquinamento dovuto al trasporto e garantire cibi più controllati, anche se magari più cari. Dovrebbe spettare alle autorità favorire contributi che abbassino i prezzi.

Esaurimento delle risorse

La scarsa qualità del cibo è da analizzarsi assieme all’esaurimento delle risorse. I consumi di carne comportano non solo l’uso di pratiche di allevamento dannose per la salute, ma anche un consumo di terre assai maggiore dell’agricoltura.

Secondo wikipedia “Nella seconda metà del Novecento il consumo globale di carne è aumentato di 5 volte, passando da 45 milioni di tonnellate all’anno nel 1950 a 233 milioni di tonnellate all’anno nel 2000, e la FAO ha stimato che entro il 2050 si arriverà a 465 milioni di tonnellate.” “Gli animali allevati, per svilupparsi, vivere, crescere e produrre, naturalmente hanno bisogno di nutrirsi. Le risorse alimentari consumate da questi animali sono però maggiori di quante essi ne producano sotto forma di carne, latte e uova destinati al mercato: gli allevamenti”. Gli allevamenti comportano anche un consumo di vegetali e di acque, che non è proporzionato a quanto ci ritorna sotto forma di alimentazione umana.

Le città dovrebbero scoraggiare un sistema alimentare incentrato sulla carne.

Per far fronte all’esaurimento del petrolio, dobbiamo passare in fretta a nuovi sistemi di alimentazione dei mezzi di trasporto e dei sistemi di riscaldamento delle case.

Spazi urbani poco fruibili

E, infine, dovremmo cercare di rendere le nostre città più vivibili anche da un punto di vista ambientale, con spazi verdi curati per l’uso delle persone, ma anche spazi lasciati liberi alla natura, per consentire la vita di animali e piante non irreggimentate.Immagine correlata

Se da una parte le strade non dovrebbero essere impercorribili per l’affiorare di radici o per la presenza di rami non potati, dall’altra sarebbe bello ci fossero all’interno delle città spazi lasciati del tutto alla natura, possibilmente tra loro connessi e collegati con la campagna circostante, per consentirvi l’afflusso e il deflusso della fauna terricola.

Dovrebbe essere possibile raggiungere ogni punto della città con percorsi nel verde pedonalizzati e/o con piste ciclabili.

In conclusione quel che potremmo fare per le città sarebbe:

  • ridurre drasticamente l’uso delle automobili private a carburanti fossili;
  • migliorare la tenuta termica delle case;
  • favorire la produzione di energia elettrica all’interno della città stessa;
  • aumentare il verde;
  • migliorare la qualità e la pulizia delle acque;
  • scoraggiare l’uso della plastica, soprattutto se usa e getta;
  • creare una cultura civica attenta al risparmio energetico, all’uso di materiali riciclabili, al consumo di alimenti non animali.

Il tempo stringe. Tutto questo dobbiamo farlo non con calma nei prossimi anni, ma ora e subito o sarà troppo tardi. Non possiamo accettare che il pianeta si degradi, aumentando ancora la temperatura, proseguendo nel genocidio di intere specie animali e vegetali, peggiorando la qualità dell’aria, dell’acqua e del cibo.

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ALZATI E CAMMINA!

Alzati e cammina!

Sì. Credo sia tempo di dirlo. Di dirlo a noi stessi e a chi ci è vicino. È tempo di camminare. Dobbiamo muoverci, in tutti i sensi.

Dobbiamo muoverci per cambiare il mondo, per salvare un pianeta che stiamo assassinando.

Dobbiamo muoverci per la nostra stessa salute e il nostro futuro di esseri umani e di umanità.

Dobbiamo muoverci e uno dei modi più semplici e immediati per farlo e scendere dalle nostre automobili e camminare.

Camminiamo.

Perché dovremmo camminare? Mi ripeto: per il bene di noi stessi e del pianeta in cui viviamo.

Risultati immagini per camminare

Partiamo da noi.

Camminare ci fa bene perché è un modo per prevenire molte malattie, per mantenerci in salute. Camminare aiuta a dimagrire o restare in forma. Camminare fa bene al sistema circolatorio, al cervello, migliora la risposta immunitaria del nostro corpo e la resistenza cardiaca, aiuta dormire meglio, migliora la postura. Pare che abbia effetti benefici anche su alcune malattie specifiche, come la prevenzione del cancro al seno, la riduzione del colesterolo, l’alta pressione sanguigna, i disturbi cardiocircolatori.

Camminare ci permette di entrare più in contatto con l’ambiente, di scoprirlo nei suoi dettagli, di assaporarlo, di viverlo. E parlo non solo delle campagne ma anche delle nostre città

Camminare ci permette di fare cose lungo il nostro cammino, di fermarci senza impazzire per trovare un parcheggio, di fare piccole deviazioni.Risultati immagini per camminare in città

Camminare ci spinge a usare i negozi di quartiere, invece di raggiungere in auto i centri commerciali. Camminare potrebbe, così, aiutare a rivitalizzare l’economia locale e a ricreare la vita di quartiere.

Camminare ci permette di incontrare altre persone, magari di scambiarci due parole.

Camminare ci rende meno stressati, se non altro perché non ci troviamo ad affrontare il traffico, ma anche perché mettendo in movimento l’organismo ci fa sentire meglio.

Camminare ci permette persino di leggere di più. Questo credo sia qualcosa che va spiegato. Quando cammino (ma anche quando guido, a dir il vero) io leggo. Certo non è che vada in giro tipo monaco con il breviario, reggendo in mano un libro, rischiando di sbattere contro passanti o pali. Leggo con il TTS, il Text-To-Speech del mio e-reader. Più che leggere, in effetti, ascolto o “mi faccio leggere”. Il TTS, come gli audiolibri, mi permette di ascoltare libri mentre cammino, attività che aiuta a migliorare la capacità di concentrazione, che aumenta il tempo da dedicare alla lettura e al miglioramento della nostra cultura.Risultati immagini per camminare in città

Se pensiamo che camminare ci faccia perdere tempo o che potremmo annoiarci, possiamo dunque non solo ascoltare musica o programmi radio con gli auricolari ma persino leggere!

Camminare, infine, può farci risparmiare i soldi del carburante della nostra auto (magari potremmo persino rinunciare ad averne una e usare car sharing e mezzi pubblici, risparmiando molto di più) o quelli dei biglietti dei mezzi pubblici o la tariffa di un taxi. Possiamo comunque integrare l’uso dei mezzi pubblici con percorsi a piedi.

Camminare ci fa certo risparmiare anche in spese mediche e farmaci, proprio perché ci rende più sani.

E camminare costa poco e nulla (risuolare ogni tanto le scarpe!) e non ha controindicazioni (come altre attività). Può essere considerato uno sport low cost, uno sport che non richiede particolare preparazione e che può essere fatto a ogni livello ed età.

 

Perché camminare può aiutare anche il nostro pianeta?

Gli studiosi dell’ambiente è da tempo che ci mettono in guardia in merito al degrado del nostro mondo, ma ultimamente i loro appelli si sono fatti, giustamente, sempre più Risultati immagini per camminare nello smogpressanti. Ci sono processi in atto che rischiano di diventare presto irreversibili. Il tempo per bloccarli si sta esaurendo. Dobbiamo fare subito qualcosa. Dobbiamo fare subito grandi cose. Dobbiamo subito cambiare molte cose del nostro modo di vivere.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, mantenendo i trend attuali, la temperatura media globale aumenterà di 1,5 °C entro il 2040. Ci resterebbero 12 anni per salvare il pianeta dalla catastrofe climatica.

 

Una delle piccole, grandi cose che possiamo fare è proprio camminare, perché così riduciamo il consumo di carburanti, l’inquinamento che questi producono, il consumo di materiali per produrre automobili, il traffico, gli incidenti, mortali o no, che le auto costantemente producono, miglioriamo la qualità dell’aria delle nostre città.

Non vogliono dilungarmi qui su questi temi, ma mi limito a ricordare che secondo uno studio dell’Health Effects Institute, nel 2016 sono morte 6,1 milioni di persone per l’inquinamento atmosferico e il 95% della popolazione mondiale respira aria pericolosamente inquinata, oltre i parametri consigliati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). E non si tratta di un anno speciale. È sempre così. Fate voi le moltiplicazioni per vedere quanta gente muore in dieci o cento anni.

Risultati immagini per incidente autoLe automobili in Europa causano ogni anno 120.000 morti e 2,4 milioni di persone infortunate. Nel mondo, secondo uno studio dell’OMS del 2009, i morti sarebbero 1,3 milioni e i feriti tra i 20 e 50 milioni. Un ecatombe!

Se è vero che è in corso la Sesta Estinzione di Massa, che stiamo perdendo ogni forma di biodiversità, una riduzione dell’uso delle auto potrebbe aiutare a ridurre questo trend drammatico, per il quale dobbiamo fare anche molto altro.

Città in cui la gente riprenda a camminare potrebbero e dovrebbero cominciare a ripensare al verde urbano, creando, oltre alle piste ciclabili, spazi verdi per camminare. Città in cui si possa camminare piacevolmente, aiuterebbero a farlo più spesso.

Meno auto in circolazione potrebbe essere un aiuto per rallentare il surriscaldamento globale.

Non è tempo di smettere di usare le auto? Non è tempo di cambiare?

E se camminando ci casca l’occhio su qualche oggetto di plastica abbandonato, magari, potremmo provare a chinarci e a raccoglierlo, lasciandolo poi negli appositi contenitori.Risultati immagini per raccogliere plastica per strada

 

Pensate di non aver tempo per camminare? Spesso non è vero. Quanto dista il luogo che state per raggiungere? Quanto impiegate ad arrivarci in auto o con un altro mezzo e quanto, invece, a piedi? C’è poi tutta questa differenza? Non può valer la pena lasciare l’auto e metterci qualche minuto in più, ma con tutti questi benefici? Con i cellulari non potete fare camminando cose che siete abituati a fare seduti?

Risultati immagini per camminare in cittàA volte si pensa che per camminare dobbiamo vestirci in modi particolari, andare in posti adatti. Certo sarebbe bene e bello poter camminare in bei posti nella natura, con abiti e scarpe comode. Quando possiamo, privilegiamo queste soluzioni, ma non smettiamo di camminare quando non mancano. Possiamo camminare in città. Possiamo spostarci nei palazzi a piedi anziché in ascensore. Si può camminare ovunque e sempre.

È tempo di camminare.

Alzati e cammina!