RIPENSARE IL VERDE URBANO

Qualche giorno fa mi trovavo a Roma, in zone semi-centrali, e attraversando prima il

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Via Flaminia – Roma – Giugno 2017

Villaggio Olimpico, poi quel tratto di via Flaminia che va da Ponte Milvio a Piazzale Flaminio, mi sono trovato a fare alcune riflessioni sul degrado di questa città. Va, anzi detto, che la piazza di Ponte Milvio negli ultimi anni si è così riempita di locali, che la sera è sempre gremita di ragazzi, dunque, siamo davvero in un’area con una sua rinnovata centralità.

La considerazione, un po’ banale, era che il Villaggio Olimpico, così ricco di verde, non è per nulla valorizzato, essendo i prati gestiti dal Comune piuttosto dei campi incolti, che non un verde urbano degno di una capitale europea. La situazione potrebbe forse essere peggiore se non fosse per il fatto che molta parte del verde, pur confinante con quello

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Via Flaminia – Roma – Giugno 2017

pubblico, è privato e gestito, più o meno con cura, dai vari condomini.

Oltre ai prati, agli alberi e ai cespugli, che rappresentano soprattutto un problema estetico, il degrado, purtroppo, colpisce anche i marciapiedi, pieni di buche e di radici che emergono dall’asfalto, rompendolo. La situazione non migliora nella pur più centrale Via Flaminia, dove mi è stato difficile camminare, non tanto per le buche e l’erba che si allarga dagli adiacenti giardini, ma per i rami degli alberi, non potati, che sono così bassi da costringere i passanti a piegarsi in due per passare. Il problema, purtroppo, non è esclusivo di Roma. La stessa Firenze ha strade in condizioni forse persino peggiori. Solo oggi mi sono trovato ad attraversare, per esempio, Viale dei Cadorna, subito accanto Piazza della Vittoria, ovvero poco al di là dei Viali di Circonvallazione, che idealmente delimitano il centro cittadino e ho potuto così godermi lo spettacolo di varie centinaia di metri di marciapiedi divelti per effetto delle radici degli alberi.

La mia prima reazione è stata di una certa indignazione per tanta incuria in una città

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Viale dei Cadorna – Firenze – Giugno 2017

che è la nostra capitale e in una che simboleggia l’Italia e il Rinascimento e dovrebbero rappresentarci agli occhi del mondo.

Ho, quindi, pensato di scrivere questo articolo e nel farlo mi sono indotto a riflettere diversamente sul tema.

 

Come va gestito il verde urbano? È giusto addomesticarlo, irreggimentarlo, regolarlo?

Il mio istinto mi porta ad amare l’ordine e la buona organizzazione, ma questi sono concetti che non appartengono alla natura. È giusto cedere alla tentazione di volere una città con parchi, giardini e piante di “arredo urbano” puliti e ordinati? Quando cammino per strada e m’imbatto (mi è capitato di recente a causa dei lavori alla tramvia di Firenze) in brevi tratti di strada non asfaltati, li attraverso, in modo piuttosto ridicolo, con prudente attenzione per non impolverarmi le scarpe.

Non sarebbe più giusto immaginare un contesto in cui impolverarsi torni a essere naturale, ma che preveda più spazi “naturali”? Le strade asfaltate sembrano “progresso” rispetto alle vie in terra battuta che un tempo si trasformavano in acquitrini fangosi alle prime piogge, ma lo sono davvero? Ci disturbano così tanto il fango e la polvere? È poi giusta questa nostra ossessione per la pulizia? È giusto parlare di “arredo urbano” quando si ha che fare con alberi, cespugli, aiuole e siepi? Non dovremmo lasciare che queste piante seguano la loro vita e il loro corso? Certo, se non potiamo gli alberi lungo le

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Viale dei Cadorna – Firenze – Giugno 2017

strade, poi, non possiamo stupirci se qualche ramo cade sulle nostre amate auto o, peggio, travolge un passante.

Mi viene da pensare anche a quella legge che da qualche anno impone la servile attività di raccolta delle feci dei cani ai rispettivi padroni, qui degradati ad autentici schiavi degli animali. Certo, fa poco piacere trovare degli escrementi sul marciapiede, con il rischio di pestarli inavvertitamente. Eppure cos’è che “sporca” di più la natura, le feci dei cani o l’asfalto che vorremmo tener pulito? Cos’è che viola maggiormente l’ambiente, l’urina di un cane o l’inquinamento delle automobili? Anzi, se vogliamo, le stesse auto, in ottica non antropocentrica, non sono in fondo ammassi di metallo e plastica che ostruiscono il passaggio? E le nostre case non sono barriere architettoniche per gli animali? E le auto non sono un pericolo, oltre che per gli uomini (che ne vengono uccisi in numeri da guerra mondiale) anche per i pochi animali che provino ad aggirarsi in città in libertà o ad attraversare qualsiasi strada?

Ci sono forme di sporcizia contro cui, invece, dovremmo davvero batterci. Non dovremmo accettare l’abbandono di buste e oggetti di plastica, di lattine e altre cose in metallo. Non dovremmo accettare i fumi inquinanti. Non dovremmo accettare il riversarsi delle fogne nelle acque dei fiumi cittadini. Né in città, né a maggior ragione in campagna.

Lo “sporco naturale” non andrebbe perseguito, ma bisognerebbe essere implacabili contro lo “sporco artificiale” e inquinante.

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Viale dei Cadorna – Firenze – Giugno 2017

Insomma, è davvero giusto indignarci se un Comune non fa il “suo dovere” nell’arginare l’opera di riconquista della natura, di spazi che abbiamo violato e rapito agli altri esseri viventi che condividono con noi questo microscopico pianeta?

Non sarebbe tempo di ripensare il concetto di verde urbano, magari immaginando all’interno delle città delle aree da lasciare allo stato naturale, dei piccoli boschi selvaggi e non domati? Dei campi incolti? Degli spazi per gli animali?

Il giardino all’inglese presuppone, rispetto a quello all’italiana, un’imitazione della

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Houtou Wan

natura, del suo disordine, ma conserva comunque logiche umane ed estetiche. Non dico di passare dalle geometria del giardino all’italiana al rock garden. Quello cui penso sono spazi, i più ampi possibili, in cui la natura possa seguire in libertà il suo corso, magari collegati tra loro da corridoi altrettanto naturali che conducano verso l’esterno e la campagna circostante, in modo da consentire l’accesso della fauna locale. Fuori dalle città, andrebbero realizzati sottopassaggi “naturali” che consentano di ripristinare la comunicazione interrotta dalle strade o ponti realizzati al solo scopo di lasciare degli accessi sottostanti agli animali.

Questo non vuol dire che in città non debbano più esserci strade per camminare

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Il progetto di Tianjin – Cina

comodamente, ma andrebbe lasciato più spazio alla natura non addomesticata.

Le persone anziane faticano ad attraversare marciapiedi interrotti da improvvisi avvallamenti. Questo andrebbe risolto. Lasciare spazio alla natura, non significa lasciare che le città divengano invivibili. Se lungo un marciapiede è previsto il transito di pedoni, non si può costringerli a piegarsi per passare sotto ai rami o scavalcare radici. Natura in libertà non deve essere in contraddizione con spazi ordinati e vivibili per le persone.

Se vogliamo davvero pulire le nostre città, dovremmo piuttosto liberarci delle auto, creando zone pedonali sempre più ampie, sostituendole non solo con mezzi pubblici, per chi ne ha davvero bisogno, ma anche contribuendo a cambiare la mentalità che ci porta a prendere un mezzo di trasporto per fare meno di due chilometri. Siamo sicuri di fare davvero prima? La situazione di tante città non è ormai così congestionata dal traffico, che tra lo spostamento e la ricerca del parcheggio impieghiamo così tanto tempo che avremmo fatto prima a piedi, guadagnandoci in tempo, denaro e salute, nostra e della città? Marciapiedi larghi e ben tenuti potrebbero favorire questo spirito di riconquista del tempo per camminare.

Risultati immagini per città verdeInsomma, non dico che non dovremmo combattere il degrado delle nostre città. Dico che dovremmo farlo diversamente, smettendo di pensare alle strade e alle piazze come delle prosecuzioni delle nostre case, dei nostri corridoi e dei nostri salotti. L’ambiente esterno, persino quello cittadino, deve poter riacquistare la sua caratteristica di spazio condiviso, in cui l’uomo non sia il solo abitante, in cui non sia tutto pensato in funzione antropocentrica.

 

Nel mio romanzo ucronico ancora inedito “Via da Sparta”, immagino un mondo contemporaneo, nato dalla vittoria di Sparta su Tebe, Atene e poi Roma, che ha portatoRisultati immagini per città verde questa ora perduta città greca a trasformarsi, ai giorni d’oggi nel centro del mondo. In questo romanzo immagino anche che gli spartani, nel loro amore per una vita semplice e naturale, abbiano, a un certo punto della storia bimillenaria del loro impero, deciso di costruire le loro case soprattutto sottoterra, in modo da permettere alla natura di trovare i propri spazi, sopra di esse, anche in città.

Certo, questa è un’ucronia e pensare di applicarla al mondo reale sarebbe pura fantascienza, ma con “Via da Sparta”, su questo e molti altri argomenti, vorrei aiutare a riflettere sul fatto che nessuna scelta sia scontata. Oggi nessuno vorrebbe vivere sottoterra. Ci sentiremmo imprigionati. Lo dimostra anche il mercato: un seminterrato costa sempre meno di un appartamento uguale a un piano alto. Eppure, se la storia avesse preso un altro corso, magari oggi potremmo trovarci a ragionare diversamente, ad avere diverse priorità e una diversa morale.

Senza arrivare a questi estremi, però, potrebbe essere tempo di cominciare a ripensare le nostre città, di immaginare costruzioni meno invasive, di immaginare sistemi di trasporto meno pericolosi e inquinanti, di prevedere infrastrutture di più agevole gestione e di minor impatto ambientale.

 

Mi chiedo, allora, non sarà che i sindaci delle nostre città, in una sorta di misterioso

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Men in black

complotto nazionale, si siano messi d’accordo per consentire alla natura di riconquistare le nostre città, così, poco per volta, marciapiede per marciapiede? Questo degrado urbano è un progetto politico che attraversa tutti i partiti e colpisce in amministrazioni di ogni colore?

Sogghignando, allora, capisco che di certo è così! Del resto, è evidente a tutti che i nostri politici non sono terrestri, ma alieni giunti da un’altra galassia per sterminare, poco per volta, l’umanità, consentendo che le piante riconquistino questo nostro sperduto terzultimo pianeta di questo remoto sistema solare. Su questo, però, credo ci sia materia, magari per qualche altro romanzo!

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Politici italiani

STORIA DI UNA REMOTA VICINANZA

Con “Europa e Islam – Storia di un malintesoFranco Cardini (Firenze, 5 agosto 1940, storico, saggista e blogger italiano, specializzato nello studio del Medioevo) sembrerebbe voler dimostrare che i rapporti tra il nostro continente e l’altra sponda del Mediterraneo abbia avuto alti e bassi, con, comunque un intenso scambio economico e culturale. Già nell’introduzione, infatti, scrive:

Nonostante crociate e guerricciole, scorrerie di pirati, saccheggi e tratta di schiavi, nonostante Lepanto e l’assedio di Vienna, la verità è che con l’Islam abbiamo sempre commerciato bene e avuto, in sostanza, buoni rapporti.”

Peraltro, in tutti questi secoli di scambio a volte militare, a volte pacifico, c’è quasi sempre stata una profonda incomprensione reciproca, nel senso di mancanza di conoscenza dell’altra cultura e la “cristianità” (così come il mondo che ne deriva oggi) è spesso stata, tra i due, quella che meno ha compreso quell’altro mondo.

Del resto, anche leggendo le pagine di Cardini, quando s’immerge nelle diatribe tra i vari popoli di quel variegato cosmo, si rimane sopraffatti da nomi di paesi, dinastie, stati (il concetto di stato, in realtà è piuttosto alieno per i mussulmani che si identificano piuttosto nella “umma”, la comunità dei credenti) di cui a volte, chi pur conosce la storia europea, stenta a orientarsi. Il fatto è che se è difficile definire l’Europa, così diversa nelle sue varie componenti e ancora così lontana da essere considerata Patria, ancor più è difficile definire l’Islam.

Basti immaginare la complessità dei rapporti dell’Italia comunale o anche solo rinascimentale, per comprendere come pure oltre mare vi fosse una varietà di poteri e posizioni che erroneamente accomuniamo sotto un unico nome o un’unica idea di Islam.

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Franco Cardini

Lo stesso concetto di Islam non può essere raffrontato correttamente a quello di cristianità o, come nel titolo del volume, di Europa.

L’Islam non è un luogo;” scrive Cardini “è una religione. Ma per i musulmani la parola «religione» non ha la stessa connotazione che ha per i cristiani o che aveva per i cristiani del medioevo […]. Per i musulmani l’Islam non è soltanto un sistema di fede e di culto […] Esso indica piuttosto il complesso della vita e le sue norme comprendono elementi di diritto civile, di diritto penale e persino di quello che noi chiameremmo diritto costituzionale.

In questo sarebbe, dunque, più unitario dell’Europa, dove l’esistenza di un Unione non cancella giurisprudenze, modi di vita, concetti di civiltà assai dissimili.

Quando s’immaginano i rapporti con l’Islam vengono in mente le crociate, le battaglie di Roncisvalle e di Lepanto, eppure questi avvenimenti cui tanto peso ha dato l’occidente, mitizzandoli, nell’ottica della storia dell’Islam sono poco più che scaramucce.

Le piccole vittorie delle crociate o quella più importante di Lepanto sono forse paragonabili a quelle di una squadra di calcio a rischio retrocessione e che una volta si trovi a battere la capolista. Qualcosa di cui gloriarsi a lungo, ma che non permette certo di vincere il campionato e magari non salva neppure dalla retrocessione.

A lungo l’Europa è stata in profonda inferiorità cultura, politica e militare nei confronti dell’Oriente. Le corti di Federico II in Sicilia e Alfonso di Castiglia in Spagna, erano fortemente intrise di cultura araba, di cui sentivano la superiorità. Fu attraverso l’opera dello Svevo che parte di questaRisultati immagini per turco cultura poté penetrare in Italia ponendo i semi per lo sviluppo del nostro Paese.

Sino ad allora la superiorità araba in quasi tutti i campi del sapere era innegabile, dalla matematica, ad astronomia, poesia, geografia, filosofia. Fu grazie a loro che l’occidente poté poi recuperare tanta parte del sapere greco-romano che si era perso nel medioevo europeo. Persino caffè e the ci sono arrivati dall’Islam.

Uno degli equivoci che Cardini cerca di sfatare è la presunta “malvagità” mussulmana. Dopo la battaglia di Lepanto, scrive, finire prigionieri degli eserciti cristiani significava per gli islamici trovarsi a marcire in qualche prigione, per un cristiano essere catturato da turchi poteva invece persino essere un’occasione per entrare nella vita di questo impero e farvi carriera. E tra gli esempi, cita persino la vicenda di Cervantes, l’autore del Don Chisciotte.

Le pagine di “Europa e Islam” sono pagine di storia, più che riflessioni sociologiche (come forse mi ero aspettato), che ripercorrono lunghi secoli, dall’Egira del 622 d.c. ai giorni nostri, passando per la spartizione del mondo tentata dall’Europa negli ultimi secoli, per arrivare ai flussi di migranti odierni, che, come spiega Cardini, sono i primi mussulmani a trovarsi fuori dal Dar al-Islam, in terre che non conoscono la shari’a come legge fondamentale. Per la prima volta si trova a vivere in posizione minoritaria tra gente con un’altra morale e altri costumi, subendo quindi anche la tensione dei cosiddetti gruppi “fondamentalisti”. Il “fondamentalismo”, però, spiega Cardiniesprime un’istanza di «ritorno alle origini» dell’Islam che non appartiene affatto alla tradizione musulmana, nemmeno a quella più rigorista, ma ch’è anzi esso stesso moderno e largamente ispirato a ideologie e a metodologie occidentali”.

Risultati immagini per ottomanoI musulmani che in Europa giungono, legalmente o meno, di solito in cerca di lavoro e di sistemazione personale e familiare, hanno spesso una cultura religiosa molto elementare: ma, al tempo stesso, tale cultura è il loro unico strumento d’identità e d’autocoscienza.

Riusciranno Europa e Islam a ritrovare occasioni e volontà di dialogo? Riuscirà l’Europa a liberarsi del giogo di un’America che cerca ancora di tenerla sotto controllo e a trovare opportunità di scambio con questi popoli cui siamo uniti da tanti secoli di storia ma divisi da così tanta e grande incomprensione?

Sarà possibile superare questo divario, magari non come si cercava di fare in passato, occidentalizzando o cristianizzando l’Islam, ma cercando di conoscersi e scambiandoci diverse visioni del mondo e della vita alla ricerca di un comune sentire?

Nel mio piccolo, cercherò di colmare questo vuoto leggendo, prima o poi, il Corano.

 

P.S.: ricordo di aver già letto di Franco Cardini “Giovanna D’Arco”, utilizzato per scrivere “Giovanna e l’angelo”, e “Il Barbarossa”, su cui forse un giorno riuscirò a scrivere qualcosa. Ho, inoltre, avuto occasione di incontrarlo a Firenze durante una gremita presentazione letteraria in piazza, cui partecipò persino il neo-sindaco Renzi, per due libri, uno di Riccardo Nencini e uno del giovane Berlincioni.Risultati immagini per Carta Islam

IL TRADIMENTO AMERICANO

La devastazione provocata dall’uomo e, soprattutto, dalla civiltà industriale sulla Terra non ha impatti solo sul clima, ma riguarda anche la deforestazione, la perdita di biodiversità, l’inquinamento dell’aria e delle acque, l’alterazione o distruzione degli ecosistemi, l’estinzione di migliaia di specie animali e vegetali, l’esaurimento delle risorse naturali.

Il surriscaldamento globale è, comunque, uno dei drammi più sensibili del nostro tempo. L’ottenimento di accordi internazionali come quelli di Kyoto e di Parigi per limitarne i danni e cercare di farne regredire gli effetti ci aiutano a credere che la nostra razza non sia del tutto folle, incosciente e criminale. Ogni popolo e Paese civile e dotato di sensibilità e cultura, è ormai oggi consapevole che solo mediante una collaborazione internazionale potremo salvare questo nostro pianeta malato.Risultati immagini per accordo di Parigi

Il primo giugno 2017 il Presidente Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti d’America non parteciperanno più all’accordo sul clima di Parigi. La scusa è che gli accordi sono poco favorevoli agli Stati Uniti. Un passo indietro da parte di un Paese tanto importante su un simile tema è, oggettivamente pericoloso, allarmante come esempio per altri Paesi e del tutto vergognoso.Risultati immagini per trump

Chiudere pubblicamente gli occhi sui rischi ambientali è un autentico crimine politico. I danni che ne potranno derivare sono forse peggiori di un genocidio, sia perché le alterazioni climatiche possono renderci colpevoli anche di innumerevoli estinzioni di specie naturali che si troveranno private del loro clima abituale, sia perché i danni sulla stessa popolazione umana e sulle generazioni future sono inimmaginabili.

Che cosa prevede l’intesa di Parigi?

Secondo il sito della Commissione Europea, alla conferenza sul clima di Parigi (COP21) del dicembre 2015, 195 paesi hanno adottato il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale.

L’accordo definisce un piano d’azione globale, inteso a rimettere il mondo sulla buona strada per evitare cambiamenti climatici pericolosi limitando il riscaldamento globale al di sotto dei 2ºC.

Con l’accordo di Parigi i governi hanno concordato di:

  • mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali come obiettivo a lungo termine;
  • puntare a limitare l’aumento a 1,5°C, dato che ciò ridurrebbe in misura significativa i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici;
  • fare in modo che le emissioni globali raggiungano il livello massimo al più presto possibile, pur riconoscendo che per i paesi in via di sviluppo occorrerà più tempo;
  • procedere successivamente a rapide riduzioni in conformità con le soluzioni scientifiche più avanzate disponibili;
  • riunirsi ogni cinque anni per stabilire obiettivi più ambiziosi in base alle conoscenze scientifiche;
  • riferire agli altri Stati membri e all’opinione pubblica cosa stanno facendo per raggiungere gli obiettivi fissati;
  • segnalare i progressi compiuti verso l’obiettivo a lungo termine attraverso un solido sistema basato sulla trasparenza e la responsabilità;
  • rafforzare la capacità delle società di affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici;
  • fornire ai paesi in via di sviluppo un sostegno internazionale continuo e più consistente all’adattamento.

 

L’accordo, inoltre, riconosce:

  • l’importanza di scongiurare, minimizzare e affrontare le perdite e i danni associati agli effetti negativi dei cambiamenti climatici;
  • la necessità di cooperare e migliorare la comprensione, gli interventi e il sostegno in diversi campi, come i sistemi di allarme rapido, la preparazione alle emergenze e l’assicurazione contro i rischi:
  • il ruolo dei soggetti interessati che non sono parti dell’accordo nell’affrontare i cambiamenti climatici, comprese le città, altri enti a livello subnazionale, la società civile, il settore privato e altri ancora.

 

Essi sono invitati a:

  • intensificare i loro sforzi e sostenere le iniziative volte a ridurre le emissioni;
  • costruire resilienza e ridurre la vulnerabilità agli effetti negativi dei cambiamenti climatici;
  • mantenere e promuovere la cooperazione regionale e internazionale.

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L’UE e altri paesi sviluppati continueranno a sostenere l’azione per il clima per ridurre le emissioni e migliorare la resilienza agli impatti dei cambiamenti climatici nei paesi in via di sviluppo. Altri paesi sono invitati a fornire o a continuare a fornire tale sostegno su base volontaria.

I paesi sviluppati intendono mantenere il loro obiettivo complessivo attuale di mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 e di estendere tale periodo fino al 2025. Dopo questo periodo sarà stabilito un nuovo obiettivo più consistente.

L’accordo è stato aperto alla firma per un anno il 22 aprile 2016.

Per entrare in vigore, almeno 55 paesi che rappresentino almeno il 55% delle emissioni globali dovevano depositare i loro strumenti di ratifica. Il 5 ottobre l’UE ha formalmente ratificato l’accordo di Parigi, consentendo in tal modo la sua entrata in vigore il 4 novembre 2016. Gli Stati Uniti nel 2016 rappresentavano da soli il 15% del pianeta. Con la Cina rappresentano il 45%. La loro uscita mette seriamente in crisi l’accordo e rende l’impegno cinese centrale, con evidenti ripercussioni.

 

La scelta di abbandono degli USA è dettata da considerazioni di tipo economico e da interessi specifici del Paese, dimostrando un forte miopia e un autolesionistico egoismo politico. La giustificazione di Trump è che “l’accordo negoziato da Obama impone target non realistici per gli Stati Uniti nella riduzione delle emissioni, lasciando invece a paesi quali la Cina un lasciapassare per anni”. Trump uscendo dall’accordo non ha certo fatto un colpo di mano, ma ha semplicemente mantenuto una promessa elettorale. Per un ritiro totale dall’accordo parigino, però, ci vorranno quattro anni e quindi la decisione finale sarà presa dal popolo americano in occasione delle elezioni del 2020 e rimane la speranza che l’elettorato americano nel frattempo riacquisti coscienza delle proprie responsabilità.

L’America, però, votando Trump già sapeva che questa sarebbe stata la sua posizione sul clima. Il tradimento degli accordi per la salvaguardia del pianeta e del nostro futuro è, dunque, un tradimento americano, confrontabile con il recente tradimento degli ideali di pacificazione e di unità europea realizzato con la Brexit dalla Gran Bretagna. Rimane sempre la speranza che questi popoli si ravvedano e riportino i rispettivi Paesi sulla giusta rotta, ma oggi si può quasi dire che il mondo ha smesso di parlare inglese. Con la Brexit e l’uscita dagli accordi di Parigi la guida morale e culturale anglosassone è finita. Il secolo americano si è concluso. L’innamoramento del mondo, dell’Europa e dell’Italia verso la comunità anglosassone ha subito un duro colpo. L’America, che negli ultimi decenni aveva guidato gran parte del mondo tenendo alte le bandiere della Libertà e della Democrazia, si è oggi dimostrata incapace di reggere le più moderne bandiere della Solidarietà e della Difesa dell’Ambiente. L’Europa e il mondo traditi devono procedere senza più l’antico amante e trovare una nuova strada. Questo non vuol dire cercare un nuovo Paese guida, ma costruire finalmente una comunità internazionale europea e non solo che sia multietnica e multilinguistica e non più anglocentrica. A onore degli Americani, va detto che molte città e molti stati USA hanno subito dichiarato che nonostante la posizione del Presidente, andranno avanti con gli obblighi dell’accordo di Parigi. Persino la Gran Bretagna della May in fuga dall’Europa ha dichiarato che non rinuncerà ai propri impegni. Abbiamo, dunque, ancora una speranza che l’antico amore verso i Paesi anglosassoni possa salvarsi nonostante la Brexit e la nuova follia dell’America First.

La fuga di Trump, comunque, non basta in sé a far saltare l’accordo di Parigi. La Cina, che proprio l’America di Obama aveva convinto ad aderire, ha assicurato che proseguirà con l’Europa sugli obiettivi di riduzione delle emissioni inquinanti, assumendo inaspettatamente una nuova levatura morale. L’Unione Europea e la Russia hanno confermato il loro impegno. Senza il secondo Paese più inquinante del mondo, raggiungere gli obiettivi, però, sarà assai più arduo e altri Paesi potrebbero essere indotti a seguire l’egoistico esempio americano.

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Secondo wikipedia, il surriscaldamento climatico (per favore, non chiamiamolo più “global warning) è il mutamento del clima terrestre sviluppatosi nel corso del XX secolo e tuttora in corso. Tale mutamento è attribuito in larga misura alle emissioni nell’atmosfera terrestre di crescenti quantità di gas serra e ad altri fattori comunque dovuti all’attività umana.

Nel corso della storia della Terra si sono registrate diverse variazioni del clima che hanno condotto il pianeta ad attraversare diverse ere glaciali alternate a periodi più caldi detti ere interglaciali. Queste variazioni sono riconducibili principalmente a mutamenti periodici dell’assetto orbitale del nostro pianeta, con perturbazioni dovute all’andamento periodico dell’attività solare e alle eruzioni vulcaniche (per emissione di CO2 e di polveri).

 

Sempre secondo wikipedia, per riscaldamento globale s’intende invece un fenomeno di incremento delle temperature medie della superficie della Terra non riconducibile a cause naturali e riscontrato a partire dall’inizio del XX secolo. Secondo il quarto rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) del 2007 la temperatura media della superficie terrestre è aumentata di 0.74 ± 0.18 °C durante il XX secolo. La maggior parte degli incrementi di temperatura sono stati osservati a partire dalla metà del XX secolo con la distribuzione del riscaldamento climatico che non è uniforme su tutto il globo, ma presenta un picco massimo nell’emisfero settentrionale a partire dalle medie e alte latitudini fino al polo nord, più accentuato sulla terraferma che sui mari e oceani  e un livello minore nell’emisfero sud, circondato dagli oceani, con la zona del polo sud con una tendenza opposta al raffreddamento. Sembrerebbe cioè esserci, anche a livello geografico, una correlazione stretta tra le zone più inquinanti del pianeta e gli incrementi di temperatura. Sarebbero, quindi, proprio i Paesi più industrializzati a generare l’innalzamento e a subirne le più immediate conseguenze.

Questo incremento medio globale sarebbe attribuibile all’aumento della concentrazione atmosferica dei gas serra, in particolare dell’anidride carbonica, dunque una conseguenza dell’attività umana, in particolare della generazione di energia per mezzo di combustibili fossili e della deforestazione, che genera a sua volta un incremento dell’effetto serra. L’oscuramento globale, causato dall’incremento della concentrazione in atmosfera di aerosol, blocca i raggi del sole, per cui, in parte, potrebbe mitigare gli effetti del riscaldamento globale. I report dell’IPCC suggeriscono che durante il XXI secolo la temperatura media della Terra potrà aumentare ulteriormente rispetto ai valori attuali, da 1,1 a 6,4 °C in più, a seconda del modello climatico utilizzato e dello scenario di emissione. E questo che l’accordo di Parigi cerca di impedire.

 

La temperatura media superficiale della terra al 2015

L’aumento delle temperature sta causando importanti perdite di ghiaccio e l’aumento del livello del mare. Sono visibili anche conseguenze sulle strutture e intensità delle precipitazioni, con conseguenti modifiche nella posizione e nelle dimensioni dei deserti subtropicali. La maggioranza dei modelli previsionali prevede che il riscaldamento sarà maggiore nella zona artica e comporterà una riduzione dei ghiacciai, del permafrost e dei mari ghiacciati, con possibili modifiche alla rete biologica e all’agricoltura. Il riscaldamento climatico avrà effetti diversi da regione a regione e le sue influenze a livello locale sono molto difficili da prevedere. Come risultato dell’incremento in atmosfera del diossido di carbonio gli oceani potrebbero diventare più acidi.

 

2016: Estensione dei ghiacci artici rispetto al 1981

 

 

2016: Livello medio del mare, dati satellitari

Sempre secondo wikipedia, la comunità scientifica è sostanzialmente concorde nel ritenere che la causa del riscaldamento globale sia di origine antropica.

Dal 2014 la Cina ha superato gli Stati Uniti d’America come maggior Paese inquinante della Terra. Nel 2016 Pechino è, infatti, responsabile del 28,21% delle emissioni di gas serra. Gli USA sono colpevoli per il 15,99%. La Cina, però, è ancora indietro nel suo processo di sviluppo economico e parrebbe giusto chiedere a chi ha già elevati PIL pro capite ed elevati tenori di vita come gli americani, uno sforzo maggiore che quello richiesto a un Paese ancora in crescita. È questo che l’America di Trump non vuole accettare.

Mettendo le emissioni in rapporto con le popolazioni dei singoli Paesi, gli Stati occidentali e quelli del Golfo Persico risultano in cima alla lista dei maggiori produttori di emissioni di gas serra. Ogni abitante di Australia, Canada e Stati Uniti produce oltre 20 tonnellate di gas nocivi ogni anno, più del doppio rispetto ai cinesi.

Al terzo posto della classifica dei Paesi inquinanti nel 2016 troviamo l’India con il 6,24% e al quarto la Russia con il 4,53%. Seguono il Giappone con il 3,67% e la Germania con il 2,23%. La Corea pesa poi 1,75% e l’Iran l’1,72%. Se consideriamo l’Europa a 27 più la Gran Bretagna, l’UE sarebbe al terzo posto con il 9%.

Appare evidente quanto sia rilevante un apporto americano all’iniziativa.

Come dimostra il recente sorpasso cinese, la situazione è in continua evoluzione e i Paesi occidentali in passato hanno contribuito in modo assai più significativo. Se si calcolano i dati a partire dall’inizio della Rivoluzione industriale del XVIII secolo, secondo Rai News, gli Stati Uniti sono i principali produttori di gas serra nei settori industriale ed energetico, con il 28% del totale. Seguono la Cina al 9,9%, la Russia al 6,9%, il Regno Unito al 5,9% e la Germania al 5,6%.

Nel 1751, il primo anno in cui sono disponibili dati, sono state prodotte circa 11 milioni di tonnellate di biossido di carbonio in tutto il mondo. Negli anni ’60, il livello di CO2 era 1.000 volte superiore e nel 2015 sono state emesse a livello globale circa 36,2 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio.

Secondo il rapporto IPCC (“Intergovernmental Panel on Climate Change”) “le emissioni pro capite nei Paesi altamente industrializzati restano in media cinque volte più alte che negli Stati meno ricchi”.

Secondo il sito di RAI News, la produzione di energia è la principale causa di emissioni di gas serra, circa un terzo del totale. Fra i combustibili fossili, a generare la maggiore quantità di inquinanti è il carbone, seguito dal petrolio e dal gas naturale.

L’agricoltura, la selvicoltura e altri tipi di sfruttamento del terreno rappresentano il 24% delle emissioni totali. Altri settori molto inquinanti sono i trasporti, che producono il 13% dei gas serra mondiali, e l’edilizia, con il 7%.

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Mario Sanchez Nevado

Secondo il V Rapporto dell’IPCC, AR5, “È estremamente probabile che l’influenza umana sia stata la causa dominante del riscaldamento osservato dalla metà del 20° secolo”. I cambiamenti osservati mostrano che il riscaldamento del sistema climatico è inequivocabile, e che dal 1950 molti dei cambiamenti osservati sono senza precedenti nei millenni trascorsi. L’atmosfera e gli oceani si sono riscaldati, le quantità di neve e ghiaccio sono diminuite, il livello del mare è aumentato e le concentrazioni di gas serra sono aumentate. Ciascuno degli ultimi tre decenni è stato nell’ordine il più caldo sulla superficie della Terra rispetto a qualsiasi decennio precedente a partire dal  1850.

Nell’emisfero settentrionale il periodo 1983-2012 è stato probabilmente il trentennio più caldo degli ultimi 1400 anni.Risultati immagini per accordo di Parigi

Secondo il Comitato Scientifico della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, le emissioni pro capite cinesi sono ora circa alla pari con quelle dell’UE a circa 7 tC/py. Nel 2012, le emissioni di CO2 degli Stati Uniti sono diminuite del 4% e sono scese di oltre il 12% dal 2005. Le emissioni pro capite americane sono tuttavia molto superiori, pari a 16.4 tC/py, il peggior valore del pianeta.

In Cina le emissioni di pro capite sono pari a quelle europee, e quasi la metà degli Stati Uniti, le sue efficienza energetica è invece circa  la metà degli Stati Uniti e dell’Europa, ed è pari a quella della Federazione russa. Il grande pacchetto di stimolo economico della Cina, finalizzato ad evitare un rallentamento della crescita economica durante la crisi globale, è all’esaurimento.

 

2016: Concentrazione della CO2 in atmosfera

Che cosa occorre fare? Innanzitutto, serve un grande sforzo collettivo della comunità internazionale per far capire al governo e al popolo americano le conseguenze della loro decisione di abbandono e invitarli a mantenere responsabilmente gli impegni presi. Poi, si dovrà ricercare una sempre maggior presa di coscienza in tutto il mondo delle esigenze di salvaguardia ambientale del pianeta, che come detto all’inizio non possono limitarsi alla difesa delle temperature e del clima, ma che devono considerare questo come un punto minimale di partenza per l’impegno comune di tutti i popoli e di tutte le nazioni di questo piccolo pianeta errante nella vastità dell’universo che è la nostra sola casa e dal quale non siamo in alcun modo in grado di fuggire o vivere senza.

Dobbiamo dire basta a tutti gli egoismi, alle America First e a tutte le forme di nazionalismo autoreferenziale. Al primo posto non deve essere mai un singolo Paese, ma l’intero mondo, il terzultimo pianeta viaggiando verso il Sole.

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