LA DIFFICOLTÁ DI UNA SPESA ECOSOSTENIBILE

Risultati immagini per inquinamento plasticaIn questo nostro mondo alla deriva, in cui le specie viventi si estinguono a vista d’occhio, l’inquinamento di acqua e aria continuano ad aumentare, il surriscaldamento globale sta portando all’innalzamento dei mari con la scomparsa delle principali città del mondo e miliardi di profughi climatici in arrivo, con la plastica che si diffonde come un cancro inarrestabile, vorremmo poter fare qualcosa per questo nostro pianeta, qualcosa anche nel nostro piccolo, nella nostra vita quotidiana, nelle nostre città.

Se all’origine di tutti questi problemi c’è una società basata sul consumismo, cui aderiscono sempre più persone, con una popolazione globale in costante crescita oltre ogni limite di sostenibilità ambientale, allora sembrerebbe che la prima cosa da fare sia agire sui nostri comportamenti da consumatori.

Mi chiedo cosa possiamo fare per ridurre il più possibile l’impatto negativo della nostra vita di consumatori.

Potremmo, per esempio, cercare di ridurre i consumi superflui e cercare di orientare quelli necessari verso beni a minor impatto ambientale.

Pensiamo allora a come facciamo la spesa.Risultati immagini per banco frutta supermercato

Da anni ormai i supermercati e i centri commerciali stanno avendo la meglio sulla piccola distribuzione. Sarebbe probabilmente illusorio cercare di spostare gli acquisti sul sistema dei piccoli negozi e questo probabilmente non aiuterebbe a migliorare la situazione, perché per i piccoli operatori sarebbe più difficile riconvertirsi verso un’economia ecosostenibile.

Pensiamo allora cosa fare quando entriamo in un supermercato.

Da tempo ormai ogni consumatore avveduto evita di usare buste di plastica non biodegradabili e si porta da casa sporte riutilizzabili, anche se magari in plastica esse stesse, e ogni supermercato offre buste biodegradabili.

Sulla reale capacità di queste buste di plastica di autodistruggersi, c’è qualche dubbio (mentre è evidente quanto meno resistenti siano di quelle di una volta).

Come si legge sul sito di Idee Green, «Con il termine “plastica biodegradabile” o “bioplastica” si fa riferimento a un tipo di plastica prodotta a partire da materia organica oppure a base di poliesteri sintetici caratterizzati da biodegradabilità. Alcuni esempi di plastica biodegradabile sono quelle a base di amido di mais, grano, tapioca, patate, fecola di patate o scarti vegetali come bucce di patate. Il panorama della plastica biodegradabile ospita anche materiali a base di cellulosa, polidrossialcanoati e altri poli acidi».

«Secondo uno studio pubblicato dalla Federal Environment Agency tedesca, la plastica biodegradabile non offre alcun vantaggio ambientale rispetto alla plastica tradizionale. Il motivo? Secondo la ricerca tedesca la plastica, anche se biodegradabile, non finisce nei sistemi adeguati di compostaggio ma viene smaltita in discarica e tenuta in luoghi asciutti,  che in realtà inibiscono la biodegradazione.

Nel libro intitolato “Rubbish!: The Archaeology of Garbage” (Immondizia!: L’archeologia della spazzatura), l’autore William Rathje spiega che se la bioplastica dovesse degradarsi in discarica la situazione sarebbe ancora peggio: la bioplastica, nel degradarsi, rilascia anidride carbonica e metano, in più può causare inquinamento del suolo e delle acque piovane.

Altri dubbi sorgono sui processi produttivi legati alla plastica biodegradabile, per dirne qualcuno: la materia prima di origine vegetale (patate, grano, mais…) è coltivata mediante agricoltura convenzionale, pertanto le colture vengono abbondantemente fertilizzate o addirittura sono state prodotte con semi geneticamente modificati.»

Dunque, meglio portarsi da casa buste riutilizzabili, magari di cartone o stoffa.

Ci si limita però spesso a pensare solo alle buste con cui portiamo via i nostri acquisti, ma quale prodotto non è confezionato con della plastica? Frutta, verdura, carne e pesce freschi sono in contenitori di plastica o polistirolo con pellicole di plastica. I prodotti surgelati presentati in scatole di cartone, spesso all’interno hanno confezioni in plastica.

Dovremmo, allora cercare di evitare i prodotti già confezionati.

I supermercati offrono prodotti sfusi che possono essere acquistati in appositi banchi o prelevati dagli scaffali. Per pesarli e portarli via vanno però inseriti in appositi sacchetti, auspicabilmente di plastica biodegradabile. Forse così la quantità di plastica è minore, ma il problema persiste.Risultati immagini per plastica supermercato

Per ora stiamo solo parlando della confezione dei prodotti. Dovremmo anche interrogarci su come siano prodotti e da dove vengano. Che genere di fabbriche li producono, con quali consumi di CO2? Quanto distanti? Quanti chilometri percorrono, consumando combustibile, per arrivare al supermercato? Che prodotti vengono usati per produrli? Che tipo di mangime usano per la produzione di carne? Che tipo di pesticidi per le piante? Che impatto hanno in termini di deforestazione o perdita di biodiversità? E via dicendo.

Sarebbe, insomma, tempo, che gli stessi supermercati provvedano a fare un’analisi dei prodotti venduti e ne diano chiara evidenza ai propri clienti, in modo che possano scegliere consapevolmente, evitando di offrire quelli a più alto impatto ambientale.

Quanto alle confezioni, potrebbe essere utile avere la possibilità di sceglierli sfusi, pesarli e pagarli immediatamente, mettendoli poi in contenitori portati da casa.

Insomma, quando compro delle mele, le peso, mi appare il prezzo, lo pago, magari con Risultati immagini per casse automatiche supermercatoveloce passaggio della carta di credito, le metto nella mia sporta, mentre sul lettore ottico conservo traccia dell’acquisto e del pagamento per eventuali controlli.

Occorre qualche cambiamento nel lay-out dei negozi e qualche apparecchio in più, ma si libererebbero le casse, che diverrebbero inutili con conseguente risparmio per il supermercato.

Ebbene, forse non lo sapete, ma supermercati senza plastica in Italia già esistono.

Se ne parla su Lifegate. Sono gli Eco Point di Crai e gli Auchan Self Discount. A questi si aggiungono piccole catene come Negozio Leggero, il franchising di Ari Ecoidee e vari piccoli punti vendita. Non parliamo propriamente di Grande Distribuzione, ma qualcosa si sta muovendo.

Non basta certo questo per salvare il mondo, ma potrebbe essere un contributo per rallentarne il degrado.FOTO-1

 

AL FUOCO!

In questi giorni di gran caldo si parla in rete con una notevole intensità dei grandi incendi della Siberia e dell’Amazzonia e del notevole scioglimento di ghiacci in corso. Due fenomeni legati al surriscaldamento globale che ormai solo pochi osano negare.

Vorrei cercare ora di capire un po’ meglio il tema degli incendi e per farlo ho pensato di scrivere questo articolo in modo da condividere quanto sto apprendendo.

 

Partiamo dall’attualità.

Scrive GreenMe che secondo i dati diffusi dal National Institute for Space Research (Inpe) brasiliano, in questo 2019 gli incendi nella foresta pluviale sono stati più di 74.000, l’83% in più rispetto a quelli registrati nel 2018. La cifra riportata da Greenpeace è, in realtà, ancora più allarmante: arriva al 145%.

Solo nel mese di luglio 2019 sono stati distrutti 2.253 chilometri quadrati di vegetazione.

Secondo l’Inpe un numero così elevato di roghi non è in linea con le medie normalmente registrate e l’aumento degli incendi non dipende dal clima. Il caldo e la siccità favoriscono la diffusione degli incendi ma i fuochi sono appiccati dall’uomo, deliberatamente o per caso. Peraltro, Lorenzo Ciccarese dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) su Il Bo Live dell’Università di Padova afferma «Molti di questi incendi sono il frutto di ondate di calore, prolungate e intense, e una siccità senza precedenti in molte parti del mondo».Risultati immagini per incendio amazzonia

Diversi studi dimostrano che la stagione degli incendi si è allungata di 35-40 giorni, addirittura di 80 in California: comincia prima e si conclude dopo. Il clima stesso, dunque, agisce da catalizzatore per gli incendi, portando a un innalzamento delle temperature che a loro volta accrescono la probabilità di incendi.

Cambiano le condizioni meteo-climatiche e l’intensità degli attacchi degli insetti, che rendono le piante più vulnerabili. Rami secchi e piante morte sono materiale comburente che favorisce il rischio di incendi.

Se a questo aggiungiamo gli incendi colposi o, peggio, dolosi, la situazione diventa drammatica, ma non dipende solo l’azione diretta di contadini e pastori che con gli incendi cercano di creare aree libere per la coltivazione e l’allevamento. Peraltro, il fatto che degli esseri umani provochino incendi di simili proporzioni è quanto mai grave e meriterebbe la previsione di pene quanto mai severe per i colpevoli di atti dolosi e ci vorrebbe una politica formativa per evitare il rischio di atti colposi. Il problema, però, purtroppo, è assai più grave: sembra che il surriscaldamento globale abbia un peso determinante nello sviluppo di questi incendi.

Anche se fossero spontanei, quel che pare veramente preoccupante sono i loro effetti: deforestazione e immissione di anidride carbonica nell’atmosfera per effetto della combustione. Tutti e due questi eventi portano a un peggioramento del surriscaldamento globale e, conseguentemente, rendono anche più facili ulteriori incendi.

Invece, il governo brasiliano, guidato dal presidente Bolsonaro, anziché intervenire a protezione della foresta incoraggia ad abbattere gli alberi, così da poter utilizzare la terra per attività produttive. È comprensibile la volontà di questo governo di voler favorire lo sviluppo economico del proprio Paese, ma non è ammissibile che questo avvenga a discapito del polmone del pianeta, la foresta amazzonica. Non possiamo che augurarci che al G7 di Biarritz venga presa una seria posizione per fermare una simile politica.Risultati immagini per incendio amazzonia

La deforestazione dell’Amazzonia in Brasile (#prayforamazonia) ha raggiunto dimensioni pari a tre campi da calcio al minuto e si avvicina velocemente al punto di non ritorno, oltre il quale i danni saranno irreparabili, avverte GreenMe.

L’Amazonia produce il 20% dell’ossigeno del nostro pianeta e assorbe annualmente oltre 2 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Distruggerla significa far soffocare la Terra. Gli incendi sono una fonte significativa dei gas e dell’areosol atmosferico: le aree che di recente hanno visto un aumento della frequenza dei roghi di conseguenza hanno poi registrato anche maggior CO2 nell’aria.

È tempo che i cittadini del mondo chiamino i politici a una presa di coscienza e a interventi seri a salvaguardia dell’ambiente. Non dovrebbero essere votati, oggi, partiti che non pongono al primo posto nelle loro agende l’ambiente. La situazione sta precipitando su tutti i versanti (deforestazione, incendi, surriscaldamento, scioglimento di ghiacci, inquinamento dell’acqua e dell’aria, depauperamento del suolo, drammatica perdita di biodiversità…).

La foresta pluviale più grande del mondo costituisce l’habitat naturale per tre milioni di specie, animali e vegetali (si legge persino su Vanity Fair). Questi incendi contribuiscono anche alla perdita di biodiversità, favorendo nuove estinzioni.

Qualcuno osa sostenere che il surriscaldamento sia solo una bufala politico-mediatica. La National Oceanic and Atmospher Administration (NOAA) ha comunicato a metà agosto 2019 che il precedente luglio è stato il luglio più caldo mai registrato da quando sono in uso gli strumenti per la misurazione del clima. Nella lista dei cinque mesi di luglio più caldi, appaiono quelli degli ultimi cinque anni.

Come ha spiegato a maggio 2019 un approfondimento del World Economic Forum, il riscaldamento globale sta rendendo più diffuse e facili le condizioni che permettono alle fiamme di divampare in grandi aree geografiche. Un po’ quello che succede anche con gli uragani.

Un pianeta sempre più caldo avrà periodi di siccità sempre più lunghi, su aree sempre più vaste. Questo significa che il suolo e le piante, private dell’acqua, saranno più predisposte a prendere fuoco.

 

Il fuoco non è solo un problema di Bolsonaro e del suo Brasile.

Solo ad agosto, in Siberia, sono andati a fuoco oltre 5 milioni di ettari di foreste, una superficie che equivale a poco meno di tutto il patrimonio forestale italiano: è un dato senza precedenti, in Russia. Una nuvola di fumo di oltre 5 milioni di chilometri quadrati, grande quindi come metà dell’Europa o metà degli Stati Uniti d’America, ha coperto il Paese e ha attraversato l’Oceano Pacifico.Risultati immagini per incendio Siberia

La Siberia sta andando a fuoco mandando tonnellate di gas serra nell’atmosfera (e continua). La CO2 emessa in atmosfera ha raggiunto le 166 milioni di tonnellate, un valore pari all’emissione annuale di tutte le 36 milioni di auto presenti in Italia. Ma non finisce qui, perché all’emissione diretta va aggiunta anche quella indiretta dovuta al fatto che i milioni di alberi bruciati non potranno più assorbire anidride carbonica e rimpiazzarla con ossigeno. Una volta che le ceneri si depositeranno sui ghiacci artici, inoltre, diminuiranno la loro albedo facilitando così la loro fusione. E sotto quei ghiacci c’è altro carbonio pronto a diventare anidride carbonica e metano (Fonte Friday for future).

In Alaska si sono susseguiti incendi di dimensioni particolarmente estese, e in Groenlandia le fiamme sono arrivate a minacciare un centro abitato. Il gravissimo incendio nelle Isole Canarie ha costretto all’evacuazione 8 mila persone.

Tutti noi oggi siamo nei confronti dell’ambiente come i tedeschi che ignoravano lo sterminio degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, ma siamo molto più colpevoli di loro, che potevano solo sospettare il genocidio in atto, mentre il suicidio del genere umano e la distruzione della Terra sono evidenti e le prove sono sotto gli occhi di tutti.Risultati immagini per incendio Siberia

Davvero gli incendi stanno aumentando?

Non è semplice monitorare il fenomeno. Se ne occupano alcune organizzazioni. I ricercatori si concentrano su una serie di parametri diversi, che vanno dalla superficie bruciata alle emissioni prodotte.

Con le immagini satellitari è stato possibile effettuare una mappatura dal 2003 al 2016.

Il Global Forest Watch Fires (Gfwf) del World Resources Institute (un’organizzazione di ricerca che opera in oltre 60 Paesi al mondo) ha elaborato da inizio anno i dati provenienti dai satelliti della Nasa (combinandoli con altri indicatori), per quantificare il numero di incendi registrati sul pianeta in tempo reale (fonte AGI).

Da inizio anno a oggi, secondo il Gfwf, le osservazioni registrate dal Moderate-resolution Imaging Spectroradiometer (MODIS), consultabili anche dal sito della Nasa) avrebbero rilevato oltre 2 milioni e 910 mila “allerte incendio”. Nello stesso periodo del 2018, erano stati quasi 100 mila in meno; nel 2017, circa 200 mila in meno.

Di recente, sembra dunque esserci stato un leggero aumento, anche se che nel 2016 e nel 2015 questo dato era stato più alto, aggirandosi intorno ai 3 milioni di allerte incendio in tutto il mondo. È vero però che alcune anomalie si stanno registrando in alcune regioni come l’artico e, appunto, il Brasile.

A proposito dell’artico, “Soltanto a giugno 2019, i roghi in questa porzione geografica hanno emesso nell’atmosfera 50 milioni di tonnellate di diossido di carbonio, l’equivalente di quelle prodotte in un anno dalla Svezia”, si legge sul sito ufficiale di Copernicus.

È vero che in Brasile quest’anno si sta registrando un numero di incendi record almeno rispetto agli ultimi 7 anni (come mostrano i dati Inpe), ma è anche vero che l’area dell’Amazzonia è più ampia di quella contenuta dai confini brasiliani.

Uno studio del 2013 suggerisce che anche la quantità d’incendi nelle regioni boreali sia anomala rispetto agli ultimi diecimila anni.

Gli incendi sono cominciati a giugno, scatenati da un’estate precoce estremamente calda e secca. È stato il giugno più caldo mai registrato su scala mondiale, secondo l’Amministrazione oceanografica e atmosferica degli Stati Uniti.

L’aumento delle temperature a causa del riscaldamento globale non è equamente ripartito, e l’Artide si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto al resto del pianeta. Nelle regioni andate a fuoco, le temperature sono state anche tra gli 8 e i 10 gradi più calde rispetto alle medie registrate tra 1981 e 2010. Questo ha seccato il paesaggio, producendo stoppe che hanno portato agli incendi naturali delle foreste, probabilmente scatenati dai fulmini.

 

È quel che accade sottoterra a spaventare di più ambientalisti e scienziati del clima.

Molti degli incendi siberiani e dell’Alaska stanno bruciando terreni di torba ricchi di carbone, che normalmente dovrebbero essere impregnati d’acqua. Gli incendi di torba producono molto più biossido di carbonio e metano perché causano la combustione del carbone che è rimasto imprigionato nel terreno per centinaia o migliaia di anni. Quando il terreno brucia, scompaiono importanti assorbitori di carbonio, che non può essere sostituito in un lasso di tempo utile.

 

Questo tuttavia mette in moto cicli di retroazione che non vengono presi in considerazione nelle proiezioni climatiche del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici. I ricercatori del clima citano la possibilità che il riscaldamento globale causi il disgelo del permafrost artico, rilasciando così grandi quantità di gas serra immagazzinate.

Ma se gli incendi nelle regioni diventeranno più comuni, la cosa potrebbe avere anche conseguenze più gravi.

Le emissioni provenienti dagli incendi di quest’anno rendono più probabile che si ripresentino condizioni propizie a nuovi incendi di torba nelle prossime estati, il che produrrà ulteriori emissioni, creando un circolo vizioso.

Gli incendi producono inoltre una sottile fuliggine nera, nota come carbonio nero, che, se trasportata nell’oceano Artico da venti favorevoli, ne anneriranno la superficie, facilitando così l’assorbimento di luce solare e ghiaccio fuso da parte di quest’ultima. Questo diminuisce la riflettività di tutta la regione (l’acqua blu assorbe più energia solare rispetto al ghiaccio bianco) e rende ancora più preoccupante la situazione dell’Artide.

L’unico modo di ostacolare questi incendi è ridurre il ritmo del riscaldamento globale, aumentando gli sforzi per tagliare le emissioni di gas serra.

 

Ricapitolando (si chiede AGI – Fact Checking) dalle notizie di questi giorni è possibile dire che gli incendi nel mondo stanno aumentando rispetto al passato?

Sostanzialmente sì: alcune aree come l’Artico e l’intero Brasile stanno vivendo delle situazioni più critiche rispetto agli anni scorsi. L’evidenza scientifica continua a rilevare – e prevedere – peggioramenti a causa del riscaldamento globale: molto probabilmente, in un futuro prossimo, l’aumento generale delle temperature medie renderà normali situazioni “anomale” come gli incendi nell’Artico e in Siberia.

 

Perché la situazione è gravissima e pericolosa?

Perché gli incendi favoriti dal surriscaldamento globale contribuiscono in più modi ad aumentarlo ulteriormente creando una spirale viziosa alla quale forse è già troppo tardi per porre rimedio.

 

Firenze, 23/08/2019

COSA PUÒ FARE LA NOSTRA CITTÀ PER IL PIANETA?

Secondo l’ultimo rapporto dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, mantenendo i trend attuali, la temperatura media globale aumenterà di 1,5 °C entro il 2040. Ci resterebbero 12 anni per salvare il pianeta dalla catastrofe climatica. Il nostro mondo sta diventando sempre meno abitabile e le specie animali e vegetali si estinguono a ritmi che definire preoccupanti è davvero ottimistico.

Ci sono molte cose che possono e devono fare i governi, accordandosi in sedi Risultati immagini per soleinternazionali. Ci sono tante piccole cose che possiamo fare tutti noi, come singoli abitanti del mondo. Ci sono poi alcune cose che possono fare alcune comunità locali.

Ci sono cose che le singole città possono e devono fare per dare un contributo nel tentativo di salvare il nostro ecosistema e l’umanità dalla rovina incombente.

Che cosa potrebbe fare, dunque, una città?

Le competenze e le risorse delle amministrazioni comunali sono ridotte, ma si può decidere di orientarsi in una direzione o in un’altra.

Per rendere le città ecocompatibili il percorso sembrerebbe lungo e difficoltoso, ma questo non ci deve né fermare, né scoraggiare.

Per capire che cosa fare, credo sia utile ricapitolare in breve quali siano i problemi ambientali che oggi il nostro pianeta si trova a fronteggiare:

  1. Surriscaldamento globale;
  2. Perdita di biodiversità;
  3. Inquinamento dell’aria;Risultati immagini per deforestazione
  4. Inquinamento dell’acqua;
  5. Deforestazione;
  6. Diffusione della plastica nell’ambiente;
  7. Incidenti e altri danni provocati dalle automobili;
  8. Tensioni demografiche;
  9. Scarsa qualità del cibo (per esempio quella dovuta alle tecniche degli allevamenti intensivi);
  10. Esaurimento delle risorse (carburanti, terre coltivabili, acqua…);
  11. Spazi urbani poco fruibili.

Magari qualcuno potrà dire: ma che cosa c’entro io o cosa c’entra la mia città con questi problemi?

Sono problemi di tutti e, ciascuno, secondo le sue capacità, deve e può contribuire a ricercare e ottenere una soluzione prima che sia troppo tardi.

Molti di questi temi sono collegati e spesso sono uno causa dell’altro, ma vediamoli un po’ per volta.

Surriscaldamento globale

Il clima è soggetto, da prima dell’apparizione dell’uomo, a oscillazioni nel corso del tempo. Questo non ci deve deresponsabilizzare, perché questa in corso è una variazione di temperatura che ha cause soprattutto antropiche, ovvero è colpa nostra, della nostra specie di homo davvero poco sapiens. Forse le altre razze di homo che abbiamo sterminato non avrebbero fatto meglio di noi, ma questo non conta.

In che modo favoriamo il surriscaldamento?

L’incremento medio globale della temperatura (le oscillazioni locali non sono rilevanti) sarebbe attribuibile all’aumento della concentrazione atmosferica dei gas serra, in particolare dell’anidride carbonica, dunque una conseguenza dell’attività umana, in particolare della generazione di energia per mezzo di combustibili fossili e della deforestazione, che genera a sua volta un incremento dell’effetto serra. L’oscuramento globale, causato dall’incremento della concentrazione in atmosfera di aerosol, blocca i raggi del sole, per cui, in parte, potrebbe mitigare gli effetti del riscaldamento globale.

Ogni anno, miliardi di tonnellate cubiche di anidride carbonica (CO2) che rilasciamo nell’atmosfera incrementano la minaccia del cambiamento climatico. Forse un giorno riusciremo ridurre il CO2 in molecole corte come il monossido di carbonio e metano, che possono poi combinare per formare combustibili idrocarburici più complessi come il butano. Per ora dobbiamo affrontare altre strade.

Che cosa occorre fare? Ridurre l’anidrite carbonica sia aumentando la vegetazione, che la assorbe, sia eliminando (non è più tempo di limitarsi a “ridurre”) i consumi di carburanti fossili. Le piante mediante il processo di fotosintesi assorbono anidride carbonica.

Le città possono dunque:

  1. ampliare le zone pedonalizzate e quelle ad accesso limitato;
  2. incrementare le aree per la ricarica delle vetture elettriche;
  3. aumentare i mezzi di trasporto pubblici, soprattutto se alimentati da fonti rinnovabili;
  4. creare parcheggi scambiatori ai confini della città per ridurre l’accesso di automobili private;
  5. scoraggiare l’uso delle automobili, anche con un più stringente rispetto del codice della strada e una serrata applicazione delle multe previste;
  6. aumentare la vegetazione dei parchi esistenti (piantando più alberi);
  7. creare nuove aree verdi;
  8. aumentare il numero degli alberi nei viali cittadini;
  9. favorire uno sviluppo di una diversa cultura ambientale;
  10. favorire la coibentazione degli edifici (incentivare cappotti termici, infissi di qualità, divieto di costruzione di nuove abitazioni con bassi coefficienti energetici);
  11. favorire la produzione di energie alternative (diffusione di pannelli fotovoltaici sui tetti delle case e in altri spazi idonei);

Perdita di biodiversità

L’avvio della sesta estinzione di massa, con la perdita di milioni di specie animali e vegetali sembrerebbe un tema troppo globale per poter essere affrontato da un singolo Comune, eppure la creazione o la salvaguardia di spazi per animali stanziali o di passaggio anche all’interno o attorno alle città può dare un contributo al rallentamento di questo processo.

Inquinamento dell’aria

La qualità dell’aria è una tematica tipicamente urbana, dato che è proprio nelle città che respiriamo peggio e si diffondono malattie del sistema respiratorio e cardiocircolatorio.

La questione, a livello urbano, è connessa soprattutto all’uso dei sistemi di riscaldamento e all’uso delle auto. Valgono tutte le soluzioni già suggerite per fronteggiare il surriscaldamento, la cui urgenza non possiamo che sottolineare dato che, a livello di qualità dell’aira, la combustione fossile porta a effetti immediati di smog e diffusione di polveri sottili dannose per l’organismo.

Inquinamento dell’acqua

Le problematiche di scarsità e inquinamento delle falde acquifere, sembra non riguardare direttamente le nostre città, in quanto usufruiamo di acquedotti che con opportuni sistemi di filtraggio ci fanno avere acque potabili, ma i fiumi e i canali urbani sono spesso le vie attraverso le quali i rifiuti urbani si riversano poi in mare o sostanze tossiche si insinuano nei terreni a valle, inquinando la natura, le coltivazioni e gli allevamenti.Risultati immagini per inquinamento acqua

Le città dovrebbero:

  1. provvedere a garantire sistemi fognari che ripuliscano e filtrino le acque di scarico e restituiscano al sistema idrico naturale solo acque purificate da sostanze tossiche e scarti dei nostri consumi;
  2. tenere costantemente puliti fiumi e canali urbani;
  3. favorire l’uso di acque potabili fornite dall’acquedotto, anziché il consumo di acqua in bottiglia (per ridurre la diffusione della plastica), garantendone un’adeguata qualità.

Deforestazione

Le città non sono certo boschi, ma mentre altre parti del mondo subiscono gravi processi di deforestazione, contribuendo a peggiorare la qualità dell’aria, favorendo il surriscaldamento, inaridendo i terreni, favorendo l’erosione generata dalla pioggia, le città possono comunque fare tutto il possibile per estendere le proprie aree verdi e per aumentare la percentuale di alberi non solo negli spazi verdi pubblici ma anche lungo le strade e nei giardini privati.

Auspicabile sarebbe un “servizio forestale urbano” che monitori la “popolazione verde” della città, sanzionando tagli abusivi di piante e favorendo la sostituzione di piante morte.

Diffusione della plastica nell’ambiente

Se il problema della diffusione della plastica è comunemente associato all’inquinamento marino, questo non vuol dire che le città, soprattutto quelle sul mare, non vi contribuiscano in modo significativo. Oltre a quanto detto a proposito dell’inquinamento dell’acqua, nelle città si dovrebbe comunque scoraggiare in modo deciso l’uso delle plastiche usa e getta, ma anche sfavorire l’uso di plastica ove non strettamente Risultati immagini per inquinamento acquanecessario.

Quando camminiamo per strada, se ci facciamo attenzione, possiamo vedere in terra a ogni passo rifiuti di ogni genere, spesso di plastica. Questo in un mondo civile non dovrebbe più essere accettabile. Deve essere innanzitutto una questione di senso civico.

Incidenti e altri danni provocati dalle automobili

Secondo le stime pubblicate nel 2009 dall’Oms nel “Global status report on road safety”, ogni anno i morti sulle strade sono circa 1,3 milioni e le persone che subiscono incidenti non mortali sono tra i 20 e i 50 milioni.

In Europa le cose vanno meglio che nel resto del mondo, ma è tempo di porre fine alla “era dell’automobile”, di riconquistare spazi in cui camminare liberamente, di usare Risultati immagini per incidente automezzi di trasporto pubblici o condivisi.

Nelle città dovremmo attuare con decisione tutto quanto già suggerito per far fronte al surriscaldamento globale, utile anche per ridurre gli incidenti, in merito a:

  1. Ampliare le zone pedonalizzate e quelle ad accesso limitato;
  2. Aumentare i mezzi di trasporto pubblici;
  3. Creare parcheggi scambiatori ai confini della città per ridurre l’accesso di automobili private;
  4. Scoraggiare l’uso delle automobili, anche con un più stringente rispetto del codice della strada e una serrata applicazione delle multe previste;
  5. Diffondere la cultura del “camminare”.

Tensioni demografiche

A qualcuno può forse sembrar strano, ma i barconi di migranti, la pressione demografica dalle zone povere del mondo, in parte dipende anche dal surriscaldamento globale, che porta alla desertificazione di zone un tempo utili per far vivere intere popolazioni, che si spostano così in nuove zone, creandovi tensioni sociali e favorendo ulteriori migrazioni.

Risolvere i problemi di surriscaldamento non risolverà le tensioni demografiche, ma potrebbe contribuire a mitigarle in parte.

Altro ci sarebbe da dire sul tema, ma tralascio aspetti sociali e organizzativi, volendo qui trattare solo temi ambientali.

Scarsa qualità del cibo

La diffusione degli allevamenti intensivi, con l’uso di farmaci e antibiotici che finiscono Risultati immagini per allevamento mucchenelle nostre cucine e nei nostri piatti, ha determinato un abbassamento della qualità del cibo. La riscoperta di prodotti se non a chilometro zero, comunque provenienti dai dintorni, potrà ridurre l’inquinamento dovuto al trasporto e garantire cibi più controllati, anche se magari più cari. Dovrebbe spettare alle autorità favorire contributi che abbassino i prezzi.

Esaurimento delle risorse

La scarsa qualità del cibo è da analizzarsi assieme all’esaurimento delle risorse. I consumi di carne comportano non solo l’uso di pratiche di allevamento dannose per la salute, ma anche un consumo di terre assai maggiore dell’agricoltura.

Secondo wikipedia “Nella seconda metà del Novecento il consumo globale di carne è aumentato di 5 volte, passando da 45 milioni di tonnellate all’anno nel 1950 a 233 milioni di tonnellate all’anno nel 2000, e la FAO ha stimato che entro il 2050 si arriverà a 465 milioni di tonnellate.” “Gli animali allevati, per svilupparsi, vivere, crescere e produrre, naturalmente hanno bisogno di nutrirsi. Le risorse alimentari consumate da questi animali sono però maggiori di quante essi ne producano sotto forma di carne, latte e uova destinati al mercato: gli allevamenti”. Gli allevamenti comportano anche un consumo di vegetali e di acque, che non è proporzionato a quanto ci ritorna sotto forma di alimentazione umana.

Le città dovrebbero scoraggiare un sistema alimentare incentrato sulla carne.

Per far fronte all’esaurimento del petrolio, dobbiamo passare in fretta a nuovi sistemi di alimentazione dei mezzi di trasporto e dei sistemi di riscaldamento delle case.

Spazi urbani poco fruibili

E, infine, dovremmo cercare di rendere le nostre città più vivibili anche da un punto di vista ambientale, con spazi verdi curati per l’uso delle persone, ma anche spazi lasciati liberi alla natura, per consentire la vita di animali e piante non irreggimentate.Immagine correlata

Se da una parte le strade non dovrebbero essere impercorribili per l’affiorare di radici o per la presenza di rami non potati, dall’altra sarebbe bello ci fossero all’interno delle città spazi lasciati del tutto alla natura, possibilmente tra loro connessi e collegati con la campagna circostante, per consentirvi l’afflusso e il deflusso della fauna terricola.

Dovrebbe essere possibile raggiungere ogni punto della città con percorsi nel verde pedonalizzati e/o con piste ciclabili.

In conclusione quel che potremmo fare per le città sarebbe:

  • ridurre drasticamente l’uso delle automobili private a carburanti fossili;
  • migliorare la tenuta termica delle case;
  • favorire la produzione di energia elettrica all’interno della città stessa;
  • aumentare il verde;
  • migliorare la qualità e la pulizia delle acque;
  • scoraggiare l’uso della plastica, soprattutto se usa e getta;
  • creare una cultura civica attenta al risparmio energetico, all’uso di materiali riciclabili, al consumo di alimenti non animali.

Il tempo stringe. Tutto questo dobbiamo farlo non con calma nei prossimi anni, ma ora e subito o sarà troppo tardi. Non possiamo accettare che il pianeta si degradi, aumentando ancora la temperatura, proseguendo nel genocidio di intere specie animali e vegetali, peggiorando la qualità dell’aria, dell’acqua e del cibo.

Risultati immagini per orologio campanile

ALZATI E CAMMINA!

Alzati e cammina!

Sì. Credo sia tempo di dirlo. Di dirlo a noi stessi e a chi ci è vicino. È tempo di camminare. Dobbiamo muoverci, in tutti i sensi.

Dobbiamo muoverci per cambiare il mondo, per salvare un pianeta che stiamo assassinando.

Dobbiamo muoverci per la nostra stessa salute e il nostro futuro di esseri umani e di umanità.

Dobbiamo muoverci e uno dei modi più semplici e immediati per farlo e scendere dalle nostre automobili e camminare.

Camminiamo.

Perché dovremmo camminare? Mi ripeto: per il bene di noi stessi e del pianeta in cui viviamo.

Risultati immagini per camminare

Partiamo da noi.

Camminare ci fa bene perché è un modo per prevenire molte malattie, per mantenerci in salute. Camminare aiuta a dimagrire o restare in forma. Camminare fa bene al sistema circolatorio, al cervello, migliora la risposta immunitaria del nostro corpo e la resistenza cardiaca, aiuta dormire meglio, migliora la postura. Pare che abbia effetti benefici anche su alcune malattie specifiche, come la prevenzione del cancro al seno, la riduzione del colesterolo, l’alta pressione sanguigna, i disturbi cardiocircolatori.

Camminare ci permette di entrare più in contatto con l’ambiente, di scoprirlo nei suoi dettagli, di assaporarlo, di viverlo. E parlo non solo delle campagne ma anche delle nostre città

Camminare ci permette di fare cose lungo il nostro cammino, di fermarci senza impazzire per trovare un parcheggio, di fare piccole deviazioni.Risultati immagini per camminare in città

Camminare ci spinge a usare i negozi di quartiere, invece di raggiungere in auto i centri commerciali. Camminare potrebbe, così, aiutare a rivitalizzare l’economia locale e a ricreare la vita di quartiere.

Camminare ci permette di incontrare altre persone, magari di scambiarci due parole.

Camminare ci rende meno stressati, se non altro perché non ci troviamo ad affrontare il traffico, ma anche perché mettendo in movimento l’organismo ci fa sentire meglio.

Camminare ci permette persino di leggere di più. Questo credo sia qualcosa che va spiegato. Quando cammino (ma anche quando guido, a dir il vero) io leggo. Certo non è che vada in giro tipo monaco con il breviario, reggendo in mano un libro, rischiando di sbattere contro passanti o pali. Leggo con il TTS, il Text-To-Speech del mio e-reader. Più che leggere, in effetti, ascolto o “mi faccio leggere”. Il TTS, come gli audiolibri, mi permette di ascoltare libri mentre cammino, attività che aiuta a migliorare la capacità di concentrazione, che aumenta il tempo da dedicare alla lettura e al miglioramento della nostra cultura.Risultati immagini per camminare in città

Se pensiamo che camminare ci faccia perdere tempo o che potremmo annoiarci, possiamo dunque non solo ascoltare musica o programmi radio con gli auricolari ma persino leggere!

Camminare, infine, può farci risparmiare i soldi del carburante della nostra auto (magari potremmo persino rinunciare ad averne una e usare car sharing e mezzi pubblici, risparmiando molto di più) o quelli dei biglietti dei mezzi pubblici o la tariffa di un taxi. Possiamo comunque integrare l’uso dei mezzi pubblici con percorsi a piedi.

Camminare ci fa certo risparmiare anche in spese mediche e farmaci, proprio perché ci rende più sani.

E camminare costa poco e nulla (risuolare ogni tanto le scarpe!) e non ha controindicazioni (come altre attività). Può essere considerato uno sport low cost, uno sport che non richiede particolare preparazione e che può essere fatto a ogni livello ed età.

 

Perché camminare può aiutare anche il nostro pianeta?

Gli studiosi dell’ambiente è da tempo che ci mettono in guardia in merito al degrado del nostro mondo, ma ultimamente i loro appelli si sono fatti, giustamente, sempre più Risultati immagini per camminare nello smogpressanti. Ci sono processi in atto che rischiano di diventare presto irreversibili. Il tempo per bloccarli si sta esaurendo. Dobbiamo fare subito qualcosa. Dobbiamo fare subito grandi cose. Dobbiamo subito cambiare molte cose del nostro modo di vivere.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, mantenendo i trend attuali, la temperatura media globale aumenterà di 1,5 °C entro il 2040. Ci resterebbero 12 anni per salvare il pianeta dalla catastrofe climatica.

 

Una delle piccole, grandi cose che possiamo fare è proprio camminare, perché così riduciamo il consumo di carburanti, l’inquinamento che questi producono, il consumo di materiali per produrre automobili, il traffico, gli incidenti, mortali o no, che le auto costantemente producono, miglioriamo la qualità dell’aria delle nostre città.

Non vogliono dilungarmi qui su questi temi, ma mi limito a ricordare che secondo uno studio dell’Health Effects Institute, nel 2016 sono morte 6,1 milioni di persone per l’inquinamento atmosferico e il 95% della popolazione mondiale respira aria pericolosamente inquinata, oltre i parametri consigliati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). E non si tratta di un anno speciale. È sempre così. Fate voi le moltiplicazioni per vedere quanta gente muore in dieci o cento anni.

Risultati immagini per incidente autoLe automobili in Europa causano ogni anno 120.000 morti e 2,4 milioni di persone infortunate. Nel mondo, secondo uno studio dell’OMS del 2009, i morti sarebbero 1,3 milioni e i feriti tra i 20 e 50 milioni. Un ecatombe!

Se è vero che è in corso la Sesta Estinzione di Massa, che stiamo perdendo ogni forma di biodiversità, una riduzione dell’uso delle auto potrebbe aiutare a ridurre questo trend drammatico, per il quale dobbiamo fare anche molto altro.

Città in cui la gente riprenda a camminare potrebbero e dovrebbero cominciare a ripensare al verde urbano, creando, oltre alle piste ciclabili, spazi verdi per camminare. Città in cui si possa camminare piacevolmente, aiuterebbero a farlo più spesso.

Meno auto in circolazione potrebbe essere un aiuto per rallentare il surriscaldamento globale.

Non è tempo di smettere di usare le auto? Non è tempo di cambiare?

E se camminando ci casca l’occhio su qualche oggetto di plastica abbandonato, magari, potremmo provare a chinarci e a raccoglierlo, lasciandolo poi negli appositi contenitori.Risultati immagini per raccogliere plastica per strada

 

Pensate di non aver tempo per camminare? Spesso non è vero. Quanto dista il luogo che state per raggiungere? Quanto impiegate ad arrivarci in auto o con un altro mezzo e quanto, invece, a piedi? C’è poi tutta questa differenza? Non può valer la pena lasciare l’auto e metterci qualche minuto in più, ma con tutti questi benefici? Con i cellulari non potete fare camminando cose che siete abituati a fare seduti?

Risultati immagini per camminare in cittàA volte si pensa che per camminare dobbiamo vestirci in modi particolari, andare in posti adatti. Certo sarebbe bene e bello poter camminare in bei posti nella natura, con abiti e scarpe comode. Quando possiamo, privilegiamo queste soluzioni, ma non smettiamo di camminare quando non mancano. Possiamo camminare in città. Possiamo spostarci nei palazzi a piedi anziché in ascensore. Si può camminare ovunque e sempre.

È tempo di camminare.

Alzati e cammina!

Un mondo senza insetti

The rate of insect extinction is eight times faster than that of mammals, birds and reptiles.Leggo sulla Newsletter de La Repubblica del 11 Febbraio 2019 “Gli insetti stanno precipitando verso l’estinzione, minacciando un “catastrofico collasso dell’ecosistema”. Lo racconta il quotidiano britannico Guardian che riferisce dello studio pubblicato dalla rivista Biological Conservation.

Più del 40% delle specie di insetti stanno scendendo di numero e un terzo sono a rischio estinzione.

Il ritmo della sparizione è otto volto più veloce di quello dei mammiferi, degli uccelli e dei rettili. Ogni anno la popolazione mondiale degli insetti cala del 2,5%  e questo significa che di qui a un secolo potrebbero non esserci più.

Si è già detto che il pianeta sta assistendo all’inizio della sesta estinzione di massa della sua storia, con grandi perdite in vari tipi di animali. Ma gli insetti – che hanno la maggiore diversità e superiorità numerica nel mondo animale – sono essenziali per il funzionamento di tutti gli ecosistemi visto che rappresentano il cibo per altri animali, gli impollinatori per le piante e anche i riciclatori dei resti.

Tra le cause del disastro: l’agricoltura intensiva, l’uso dei pesticidi in particolare, ma anche l’urbanizzazione e il riscaldamento globale.”

Un mondo senza insetti purtroppo non può funzionare: niente insetti, niente Risultati immagini per insetto mortoimpollinazione e niente cibo per molti uccelli, rettili e mammiferi. Se davero gli insetti stanno scomparendo sempre più in fretta, la sesta estinzione di massa, ormai in corso, sarà difficile da fermare e anche noi, come esseri umani, ne saremo travolti.

Eppure si continua a far finta di nulla e a considerare altri problemi più gravi.

Un grado, forse due — strategie evolutive

Dal 14 al 21 ottobre sarà la Settimana del Pianeta Terra. È la sesta edizione. Da sei anni cerco di organizzare qualcosa qui in Astigianistan, ma pare che la weltanschauung locale non riesca ad arrivare oltre polenta e coniglio. E allora? E allora hai un blog, usa il blog. Si comincia il 14, ma noi […]

via Un grado, forse due — strategie evolutive

QUANDO UN LIBRO CAMBIA LA VITA A TAVOLA

Jonathan Safran Foer - Se Niente ImportaA volte qualcuno dice che un libro gli ha cambiato la vita. Non posso dire che “Se Niente Importa” me l’abbia cambiata, ma la sensazione che si ha leggendolo e che smuova qualcosa in noi. L’ho letto ormai da vari anni (era il 2012). Magari non mi ha cambiato l’esistenza, ma un po’ ha contribuito a cambiare il mio modo di mangiare. Se l’avessi letto un anno prima, forse me l’avrebbe cambiato di più, perché già allora avevo ridotto i miei consumi di carne al minimo e non per motivi morali, ma solo per questioni di salute e di dieta (la carne alza la pressione, diceva il mio medico).

Se Niente Importa” di Jonathan Safran Foer sottotitolo “Perché Mangiamo gli Animali?”, edito da Ugo Guanda, è un saggio sull’alimentazione e l’industria zootecnica americana, scritto da un ebreo americano (riferisco che è ebreo per il suo rapporto, citato nel volume, con la cucina Kosher, che richiede una grande attenzione alla qualità e alla preparazione del cibo).

Forse in Italia le cose non stanno come le descrive lui, che parla dell’America, ma non sarei troppo ottimista.

Nonostante l’autore dichiari di non essere né vegetariano (che non mangia carne e pesce), né vegano (che non mangia neppure latticini e uova), dopo aver letto il suo libro, nutrirsi di carne penso possa essere almeno un po’ più problematico per tutti.

In sostanza, con abbondanza di esempi e di documentazione, Foer ci spiega che gli animali negli allevamenti industriali americani soffrono molto più di quanto si possa immaginare, che vengono macellati in modi molto più violenti di quanto si possa pensare e sono molto meno sani di quanto si possa credere. Come se questo non bastasse sono fonte di molte più malattie di quanto si supponga comunemente.

L’autore esamina la produzione di carne aviaria, ovina, bovina e ittica, mostrando come nessuna di queste industrie si salvi (ma i polli sono messi proprio male!).

Il volume è piuttosto corposo e a volte anche un po’ ripetitivo, con trascrizione di dialoghi con addetti ai lavori, esempi personali e dettagli raccapriccianti, ma merita senz’altro una lettura.

Credo che sintetizzare qui il trattamento dei polli da carne (per quelli ovicoli è un’altra – brutta – storia), possa aiutare a dare una vaga idea di quello che si racconta.

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Jonathan Safran Foer

I polli sono animali geneticamente modificati e quindi incapaci di vivere in natura o di sopravvivere molto di più dei 36-43 giorni che vivono in allevamento. Vengono stipati a decine di migliaia in capannoni industriali, in gabbie stratificate, con superfici pro-capite pari a quella di un foglio di carta A4, con gli escrementi dei polli ai piani superiori che ricadono su quelli di sotto. Quando si dice che hanno “accesso all’esterno” c’è una porticina minuscola attraverso la quale possono andare in un quadrato di un metro quadro o poco più. Quando sono “allevati a terra”, semplicemente non hanno altri polli che gli cagano in testa. Sono così malati (oltre il 90% ha l’escherichia coli e hanno, in percentuali minori, varie altre malattie), che il loro mangime comprende costantemente farmaci e antibiotici (che in modo indiretto i consumatori assorbono, riducendo la propria resistenza alle malattie). Vengono trasportati al mattatoio appesi a testa in giù e in preda al panico. Lì sono uccisi con sistemi che non ne garantiscono la morte istantanea (taglio automatico della gola, successivo frettoloso taglio manuale dove non ha funzionato) quindi vengono fatti bollire (a volte sono ancora vivi, se qualcosa non ha funzionato nei passaggi precedenti) in acqua, dove rilasciano microbi, sangue, feci e urine. In tal modo assorbono dai pori dilatati percentuali di acqua sporca e infetta che superano l’8% del loro peso. Questa carne insapore viene “migliorata” con iniezioni di macellazione muccasoluzioni saline e di brodi.

I virus mutati dai polli (o dagli altri animali macellati) a volte si adattano all’uomo, avviando pandemie aviarie. Non credo sia noto a tutti che persino la terribile Spagnola del 1918 pare sia nata così. Si attende il prossimo ciclo di aviaria, che s’immagina almeno altrettanto letale.

Considerato che produrre carne comporta un utilizzo di terre assai maggiore che la coltivazione e che (secondo i nutrizionisti intervistati) nelle verdure ci sono tutte le proteine di cui abbiamo bisogno in ogni fase di crescita, dall’infanzia, alla maternità, alla vecchiaia, l’autore si chiede se non sia possibile un allevamento meno violento e pericoloso per la salute umana e animale. Sostiene di sì e ne porta esempi.

Il problema rimane però che con una popolazione mondiale crescente e con richieste pro-capite di carne in ulteriore aumento (specie nei paesi emergenti), la produzione di carne con metodi “civili” rischia di non avere nessuno spazio.

Vedi anche https://carlomenzinger.wordpress.com/2013/04/27/quando-un-libro-cambia-la-vita-a-tavola/

Risultati immagini per polli allevamento industriale

 

TEMPO DI CAMBIARE ARIA

Risultati immagini per aria inquinataTrovo incredibile che i quotidiani dedichino sempre tante pagine a qualche fatto di cronaca che ha visto la morte di una singola persona e comunichino quasi di sfuggita notizie relative a drammi che hanno le dimensioni di genocidi. Persino i morti per terrorismo, da un punto di vista statistico sono un’inezia rispetto alle principali cause di morte. Persino i conflitti locali in atto sono piccola cosa rispetto ai danni ambientali.

Se alcune cause di morte sono naturali, altre sono causare dall’uomo e come tali rappresentano degli autentici delitti, di norma del tutto impuniti.

Mi riferisco ora a un nuovo studio dell’Health Effects Institute, secondo il quale, nel 2016 sono morte 6,1 milioni di persone per l’inquinamento atmosferico. Ovvero, se moltiplicassimo questo numero, vorrebbe dire che in dieci anni la cattiva qualità dell’aria che respiriamo fa più delle vittime della Seconda Guerra Mondiale (54 milioni). 6 milioni di morti all’anno che si aggiungono, quanto meno, al milione abbondante di morti per incidenti d’auto (1,3 milioni nel 2009).

60 milioni di morti in dieci anni. 600 milioni di morti in un secolo!Risultati immagini per aria inquinata

6,1 milioni di morti nel solo 2016. Non vi dice nulla questo numero? Non riuscite a vedere dietro questa cifra i volti di 6,1 milioni di uomini e donne, le mani di 6,1 milioni di vecchi, adulti, ragazzi e bambini? Non riuscite a vedere la sofferenza, il dolore, i sacrifici di 6,1 milioni di famiglie? Non riuscite a vedere 6,1 milioni di vite spezzate. Non riuscite a vedere i costi per la sanità, per la comunità, per il mondo? Questo è solo un numero e vi è già scivolato via?

Alla notizia di questi 6,1 milioni di morti sono aperti processi di dimensioni tali da far impallidire quello di Norimberga contro i crimini di guerra nazisti? Si sono cercati i colpevoli? Sono stati accusati coloro che hanno contribuito con atteggiamenti attivi e passivi a questo genocidio continuo, prolungato e ripetuto?

Le nazioni sono tutte in allarme e cercano soluzioni? Il problema è ai primi posti nei programmi elettorali dei partiti? La gente scende in piazza indignata reclamando il più basilare dei diritti, quello di respirare?

Respirare uccide. Lo scrivono sulle sigarette. Dovremo scriverlo sulle nuvole? Attenti a respirare! Non respirate. L’aria uccide. Siamo arrivati a questo?

Sempre secondo questo studio, il 95% della popolazione mondiale respira aria pericolosamente inquinata, ovvero i cui parametri eccedono quelli consigliati dall’Organizzazione Mondiale della Salute.

Maggiore risulta l’esposizione nei paesi sottosviluppati, sia nelle case che fuori.

Pensate forse per questo di essere nel 5% che respira aria buona? Anche considerando i parametri del WHO, meno stringenti di quelli dell’Organizzazione Mondiale della Salute, il 60% della popolazione mondiale non respira aria buona.

Voi no. Voi respirate aria fresca di montagna tutti i giorni. È chiaro.

Pensiamo di poter far finta che questi 6 milioni di morti, che si ripetono e si ripetono e si ripetono, anno dopo anno, non ci riguardino?

Se il 95% della popolazione “respira male”, anche noi respiriamo male e anche noi potremmo essere nel prossimo gruppo di 6 milioni di persone spazzate via da un colpo di tosse. Tutti gli abitanti di Roma e Milano morti in un anno! Un’apocalisse!

Dei 6,1 milioni di morti, 4,1 milioni derivano da inquinamento all’esterno delle case. L’inquinamento domestico, peraltro, può arrivare a superare di venti volte le soglie minime consigliate. Il riscaldamento è la fonte principale di inquinamento domestico.

 

Non si tratta di dati statici. La situazione peggiora e la cosa non ci stupisce. La popolazione aumenta, i consumi pro capite aumentano, perché non dovrebbe aumentare anche l’inquinamento? Nel 1990 i morti da inquinamento erano 3,3 milioni. L’incremento è stato del 19,5%. Se si applicasse lo stesso tasso di incremento, nel 2034 i decessi sarebbero 7,3 milioni (in realtà, già un precedente studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità contava in circa 7 milioni le persone morte nel 2012 a causa dell’inquinamento atmosferico).

Il 51% dei decessi avviene in India e Cina. Del resto la Cina e l’India hanno 1,4 miliardi di abitanti ciascuno sui 7,6 miliardi di popolazione mondiale e hanno regole ambientali assai meno stringenti di quelle europee, ma questo non vuol dire che da noi vada tutto bene. Per nulla!

Una sostanza è inquinante quando è un “contaminante” responsabile di effetti nocivi Risultati immagini per aria inquinatasull’ambiente. Un “contaminante”, invece, è qualunque cosa che, aggiunta all’ambiente, causa una deviazione dalla composizione geochimica media.

Non tutto l’inquinamento è causato dall’uomo. L’aria può essere resa poco respirabile anche da fattori naturali quali le eruzioni vulcaniche, gli incendi, la presenza di amianto o processi biologici.

L’inquinamento antropico, invece, può essere provocato dalle industrie e dalle attività artigianali, dall’agricoltura, dal riscaldamento, dal traffico veicolare, dai veicoli fuori strada (treni, trattori e altro). L’uomo, si sa, sta dando un contributo consistente e devastante all’inquinamento atmosferico.

I principali colpevoli sono l’industrializzazione e il traffico. Gli elementi inquinanti provengono soprattutto dall’utilizzo dei combustibili fossili, ma anche dai gas CFC, presenti negli impianti di refrigerazione e nelle bombolette spray, che liberano nell’aria molecole di cloro, intaccando lo strato di ozono naturale dell’atmosfera. L’anidride carbonica, tra le principali cause di inquinamento atmosferico, prodotta dalla combustione di petrolio e derivati, di carbone e di gas, contribuisce a incrementare l’effetto serra, provocando un anomalo aumento della temperatura terrestre.

Risultati immagini per camere a gasSe l’inquinamento incide direttamente sulla salute, lo fa anche indirettamente danneggiando l’ambiente, provocando l’effetto serra e le piogge acide, il buco dell’ozono e altri problemi su flora e fauna.

In Cina la maggior fonte di inquinamento è il carbone, mentre in India è la combustione di biomassa. Se in Cina l’inquinamento da carbone si sta riducendo, nel contempo aumenta in Pakistan, Bangladesh e India.

Da noi, le sostanze inquinanti più comuni sono:

– le polveri fini (Pm 10 e Pm 2,5), residuo della combustione proveniente dalle emissioni industriali, dagli scarichi dei veicoli, dall’usura dell’asfalto, dei freni, delle frizioni e degliRisultati immagini per smog pneumatici. Sono dannose per bambini, anziani, persone con problemi respiratori (asma, bronchite cronica, enfisema, allergia) o cardiovascolari;

– il monossido di carbonio (CO), che deriva da vari processi di combustione, principalmente dai veicoli a benzina e, in minore quantità, dalle raffinerie di petrolio e dalle combustioni con impianti a carbone o legno; è pericoloso per persone con malattie cardiache, feti, lattanti;

– il biossido di azoto (NO2) che si forma nei processi di combustione ad alte temperature, ed è prodotto dai veicoli, da industrie, dal riscaldamento domestico. È pericoloso per bambini e adulti in attività fisica intensa, persone con problemi respiratori. È  un gas fortemente irritante e cancerogeno;

– il biossido di zolfo (SO2), un prodotto della combustione, proveniente da impianti di centrali termoelettriche, raffinerie, da impianti di riscaldamento e, in minima parte, dal traffico veicolare. Crea danni a persone con problemi respiratori, bambini.

– l’ozono (O3): l’inquinamento, atmosferico determina, da un lato, l’assottigliamento della fascia d’ozono nella stratosfera ad alta quota (fenomeno noto come “buco dell’ozono”), e dall’altro un aumento, in particolar modo nelle ore calde dei giorni d’estate, dell’ozono in prossimità del suolo. L’ozono ad alta quota è “benefico”: serve a proteggerci dalle radiazioni solari. Nelle città la molecola d’ozono deriva da un complesso meccanismo di reazioni (smog-fotochimico) che coinvolgono ossigeno, ossidi di azoto, idrocarburi insaturi, radiazione solare e calore. I valori massimi di questi 4 parametri si ottengono in città, d’estate e nelle ore più calde. L’ozono è irritante per l’uomo (vie respiratorie) e per alcuni materiali (es. gomma). È dannoso per persone con problemi respiratori (asma, enfisema, bronchite cronica), bambini, anziani.

 

Non essendo possibile definire un ambiente incontaminato di riferimento, poiché la composizione dell’aria è variabile nello spazio e nel tempo, si è reso necessario introdurre degli standard convenzionali per la qualità dell’aria. Si considera dunque inquinata l’aria la cui composizione ecceda limiti stabiliti per legge allo scopo di evitare effetti nocivi sull’uomo, sugli animali, sulla vegetazione, sui materiali o sugli ecosistemi in generale.

 

Come si legge sul sto dell’Ospedale Pediatrico del Bambin Gesù, i bambini sono particolarmente vulnerabili ai fattori inquinanti per svariati motivi:

– respirano volumi di aria proporzionalmente maggiori rispetto agli adulti e quindi inspirano una maggiore quantità di inquinanti;

– hanno processi di assorbimento e metabolici accelerati;Risultati immagini per bambini smog

– respirano a una altezza più vicina al suolo, dove è presente una maggiore concentrazione di sostanze inquinanti prodotte dai veicoli stradali.

La correlazione tra i livelli di inquinamento atmosferico e le patologie respiratorie è ben noto, invece è ancora da meglio definire l’associazione diretta con l’asma.

I genitori moderni si preoccupano tanto di quello che mangiano i propri figli, che non si prendano freddo o caldo, di che amici frequentano, ma pare si preoccupino poco di quello che respirano.

Risultati immagini per bambini smogE in Italia come vanno le cose? Siamo forse quel 5% del mondo che respira, per ora, aria buona?

Si legge sul sito dell’Ansa che l’Italia ha l’aria più inquinata fra i grandi paesi europei, col maggior numero di morti per inquinamento atmosferico. Lo rivelerebbe il rapporto “La sfida della qualità dell’aria nelle città italiane” presentato lo scorso settembre 2017 al Senato dalla Fondazione sviluppo sostenibile.

L’Italia, secondo tale rapporto, ha circa 91.000 morti premature all’anno per inquinamento atmosferico, contro le 86.000 della Germania, 54.000 della Francia, 50.000 del Regno Unito, 30.000 della Spagna. Il nostro paese ha una media di 1.500 morti premature all’anno per inquinamento per milione di abitanti, contro una media europea di 1.000. La Germania è a 1.100, Francia e Regno Unito a circa 800, la Spagna a 600.

Dei 91.000 morti in Italia, 66.630 sono per le polveri sottili PM2,5, 21.040 per il disossido di azoto (NO2), 3.380 per l’ozono (O3).

Per le polveri sottili PM2,5 si contano nel nostro paese 1.116 morti premature all’anno per milione di abitanti, contro una media europea di 860. La zona dove il particolato fine uccide di più è l’area di Milano e dintorni, poi Napoli, Taranto, l’area industriale di Priolo in Sicilia, le zone industriali di Mantova, Modena, Ferrara, Venezia, Padova, Treviso, Monfalcone, Trieste e Roma.

Le quattro regioni del bacino padano (Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto), secondo i recenti dati dell’European Environment Agency, sarebbero la zona più inquinata del continente con una concentrazione di Pm10 (polveri sottili) è schizzata ben oltre i 50 microgrammi al metro cubo, ovvero oltre il livello guardia, con valori pressoché doppi (fonte: Wired).

Risultati immagini per smogE non si creda che sia solo colpa delle automobili. Il 35% delle polveri sottili PM10 di Milano (la zona d’Italia più inquinata dal particolato) proviene dall’agricoltura, sostiene il rapporto “La sfida della qualità dell’aria nelle città italiane”. L’agricoltura emette nell’atmosfera ammoniaca (NH3), dai fertilizzanti e dalle deiezioni degli allevamenti. L’ammoniaca nell’aria reagisce con nitrati e solfati (prodotti dagli scappamenti delle auto) e forma particolato fine. Per il rapporto, l’agricoltura è responsabile del 96% delle emissioni italiane di ammoniaca.

E la città in cui vivo? Firenze è la 31^ area più inquinata d’Europa per la forte presenza, oltre i limiti di legge, del Biossido d’azoto (NO2).

Non sarebbe tempo di adeguarsi, almeno, alle medie europee?

 

Non sarà ora di cambiar aria?

 

LIBERTÀ, UGUAGLIANZA E CITTADINANZA

IL REDDITO DI CITTADINANZA NON È UN SUSSIDIO DI DISOCCUPAZIONE

Image result for reddito di cittadinanzaIn questi giorni il dibattito politico è caduto sul reddito di cittadinanza, un concetto nuovissimo sul quale, per ignoranza o per malafede, sono state fatte circolare informazioni sbagliate e devianti. In un senso e nell’altro: “Un argine contro la povertà secondo i suoi sostenitori, un sussidio a pioggia che non è destinato a risolvere il tema della scarsa occupazione per i suoi detrattori.” (www.repubblica.it). Ma, in nessuno dei due casi stiamo parlando davvero del reddito di cittadinanza ma di un reddito minimo o, addirittura, di un sussidio di disoccupazione, concetto che di nuovo a ben poco.

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In Europa si parla più facilmente di reddito minimo garantito per distinguerlo dal reddito di cittadinanza, che è invece un contributo universale concesso indipendentemente dal reddito e dalla disponibilità o meno a lavorare.” (www.repubblica.it).

Il presunto reddito di cittadinanza di cui parlano (o “sparlano”) ii politici italiani in questi giorni è, nei fatti, una forma di reddito minimo garantito, confuso a sua volta con il sussidio disoccupazione.. Non è quindi, in alcun modo, il reddito di cittadinanza! Infatti, ai possibili beneficiari verrebbe richiesto di iscriversi ai centri per l’impiego, il che è un assurdo, perché il reddito di cittadinanza dovrebbe, appunto, prescindere dal reddito e dallo stato di lavoratore o di disoccupato.

Che cosa intendiamo allora con reddito di cittadinanza?

Come indica il nome stesso, il reddito di cittadinanza (chiamato anche “reddito di base”, in inglese “basic income”) è un trasferimento monetario erogato dallo stato che viene ricevuto da tutti i cittadini, a prescindere da ogni altra considerazione. È un reddito, quindi, che spetta a qualcuno per il solo fatto di essere cittadino di un certo paese. La sua caratteristica è che viene erogato in assenza di qualsiasi altra condizione: ricchi e poveri, occupati e disoccupati, tutti i cittadini di uno stato che prevede il reddito di cittadinanza ricevono questo sussidio.”  (www.ilpost.it)

Qualcosa del genere pare ci sia solo in Alaska, dove chiunque riceve 1.000-2.000 dollari l’anno (a seconda del periodo) senza distinzione di reddito, età o occupazione.

In Finlandia sono concessi 560 euro al mese a 2.000 disoccupati estratti a sorte. Lo riceverà anche chi trova lavoro. Siamo qui, però, più vicini a un sussidio, anche se si conserva dopo aver trovato lavoro, ma riguarda comunque una popolazione minima e non tutti i finlandesi (www.ilfattoquotidiano.it).

Poca cosa, invero, e ben lontano da un vero reddito di cittadinanza, che rimane concetto di pura speculazione, senza vere applicazioni pratiche.Image result for rivoluzione francese

Il reddito di cittadinanza potrebbe essere invece un concetto rivoluzionario, che affonda le sue radici, per l’appunto, nella più celebre delle rivoluzioni, quella francese del 1789-99. Chi non conosce, infatti, il suo celebre motto “Liberté, égalité, fraternité”? Ebbene, la politica, da allora si è molto concentrata sui concetti di libertà e uguaglianza (persino nelle ultime elezioni una formazione politica ha pensato di farvi riferimento, dimenticandosi però del terzo elemento del motto e chissà se non sia stato questo a portar loro sfortuna!). Il reddito di cui parliamo si rifà proprio al concetto di fratellanza. Il sussidio di disoccupazione, invece, si riallaccia a quelli di solidarietà e uguaglianza.

Perché oggi, dopo oltre due secoli, la fratellanza dovrebbe tornare di moda?Image result for rivoluzione industriale

In realtà in quel termine, usato sul finire del XVIII secolo c’era una grande lungimiranza, che coglieva un’esigenza che si stava sviluppando con l’avvio di un processo che proprio ora comincia a rendersi più palese: la rivoluzione del lavoro. Stava partendo, infatti, la rivoluzione industriale, il modo di lavorare stava cambiando e il lavoro diveniva “un fattore di produzione”, ancor più che nell’epoca della prevalenza dell’agricoltura. I lavoratori si “vendevano” sul mercato, come schiavi mercenari, o, se preferite, vendevano il loro tempo, divenendo schiavi part-time. Il lavoratore agricolo era assoggettato ai tempi della natura (giorno e notte, alternarsi delle stagioni), ma non vendeva il suo tempo in pacchetti orari, remunerati con salari e stipendi.

Con la rivoluzione industriale, prima, con quella elettronica e informatica poi, il lavoro, inoltre, progressivamente perdeva spazi e valore, perché il lavoro umano poteva essere sostituito dal lavoro meccanico. E i cittadini,  i lavoratori che cosa guadagnavano in tutto ciò? Dire nulla sarebbe sbagliato,  ma credo si possa dire che ci hanno guadagnato poco, rispetto al progresso che abbiamo avuto. Alcuni di loro, i così detti capitalisti, beneficiavano dell’automazione grazie ai minori costi di produzione che si trasformavano in maggiori guadagni. Contemporaneamente, però, la società si è evoluta e sviluppata, maggiori quantità di denaro sono entrate in circolazione. I “ceti inferiori” oggi hanno servizi e beni impensabili un tempo. La società offre loro scuole, ospedali, cure mediche, strade, infrastrutture, pensioni… Tutto questo serve a far beneficiare i Image result for robot industrialicittadini, tutti i cittadini, del progresso che si è ottenuto grazie, anche, al lavoro dei loro antenati e di loro stessi. Il reddito di cittadinanza è qualcosa di simile. Qualcosa che si aggiunge a ciò che lo Stato dà a tutti i suoi cittadini.

Credo che possa aiutare immaginare lo Stato come una famiglia. Se si fa parte di una famiglia, questa mette a disposizione di tutti i suoi membri, a prescindere da età, stato di occupazione, salute o reddito prodotto, una casa in cui abitare, cibo e assistenza per ogni genere di situazione. Se la famiglia è ricca, offrirà di più. Se la famiglia è povera, offrirà di meno. Non chiederà però (di norma) ai bambini o ai vecchi di lavorare. Una famiglia povera offrirà lo stretto indispensabile. Una famiglia ricca pagherà le vacanze, i corsi di lingua o di sport ai figli, bei vestiti, giocattoli, elettrodomestici, la badante ai genitori anziani. Che diritto hanno costoro a ricevere tutto questo? Il loro forse non è neanche un diritto. Nasce dal fare parte di una comunità.

Image result for bancomat nuova generazioneSe apparteniamo a una comunità più ampia, questo non può funzionare? Di sicuro è più difficile e non ci sono i legami di sangue e amore a rendere tutto più semplice, ma uno Stato è una comunità in cui i membri si riconoscono. Se si riconoscono in quella comunità, dovrebbero accettare di condividere con gli altri cittadini qualcosa. E già lo facciamo! Lo facciamo con tutto quello che chiamiamo welfare, con i servizi e le infrastrutture che la comunità offre ai suoi membri.

Perché il reddito di cittadinanza potrebbe diventare un diritto come la libertà e l’uguaglianza? Perché il benessere della comunità non nasce oggi all’improvviso, ma è il frutto del lavoro e del capitale di tutti noi e di tutti coloro che ci hanno preceduto.

C’è però un problema. Per pagare un sussidio di disoccupazione basta guardare nei conti dello Stato e dire, come si sta facendo ora, okay, ci servono 15 miliardi o magari 30 miliardi. C’è la copertura di bilancio? Ovvero lo Stato si può permettere di pagare, ad alcune persone, per esempio 4 milioni di indigenti, 780 € al mese?

Invece, dare un reddito di cittadinanza, significativo, a tutti e un’altra cosa. L’Italia potrebbe permettersi di pagare € 1.000 al mese a 60.000.000 di abitanti? Non si tratterebbe solo di cercare dei fondi. Si tratterebbe di immaginare una società del tutto diversa, un modo di vivere diverso, un modo di rapportarci gli uni agli altri del tutto diverso.

Image result for robot cameriereDisporre di un reddito di cittadinanza significherebbe accrescere la capacità di consumo di tutti, avviando, forse, meccanismi virtuosi di sviluppo. Significherebbe però anche poter dire, a tutti, che possono lavorare un po’ meno, che 37 ore lavorative settimanali magari potrebbero diventare 30 senza per questo impoverirsi. Più tempo libero potrebbe essere dedicato a se stessi e, magari, a un po’ più di arte, di bellezza, di vita e di scambio sociale. Forse una parte potrebbe trasformarsi in risparmi per un minore uso di strutture pubbliche come asili o assistenza a infermi e anziani, avendo la gente più tempo e risorse da dedicare ai propri cari. Andrebbe ridefinito l’intero welfare. Le risorse dovrebbero trovare una diversa destinazione, trasformando una parte dei servizi in reddito individuale.

Il reddito di cittadinanza, quello vero, non quello taroccato di cui si parla per propaganda politica, sarebbe un cambiamento epocale. In un tempo in cui tutto sta diventando automatizzato, in cui tanti lavori scompaiono, si potrebbe davvero tutti lavorare meno e anche la disoccupazione si potrebbe ridurre.

Il reddito di cittadinanza è la risposta a un mondo in cui le macchine prendono il posto dei lavoratori. Chi deve beneficiare del lavoro delle macchine? Solo i proprietari di queste macchine? Chi le produce? Chi le vende? Certo anche loro, ma anche tutta la comunità. Non si tratta di togliere valore alla proprietà privata, si tratta di ridare valore all’uomo, proprio mentre il suo lavoro va sparendo, il suo valore come fattore produttivo si riduce.

Arrivare a un reddito di cittadinanza sarebbe possibile? Penso di sì, ma non oggi, non domani. Ci si potrà arrivare solo cambiando molte cose, per primo il modo di pensare, quindi il mondo in cui lo Stato trasforma le tasse in servizi. In realtà, andrebbe rivoluzionato anche il sistema fiscale. Che senso avrebbe chiedere pagare un reddito, se poi venisse ripreso sotto forma di tasse? Forse una forma di reddito di cittadinanza o un suo compendio potrebbe essere la riduzione della tassazione sul reddito. Oggi lo Stato prende soldi sui redditi, sulla proprietà e sui consumi. E se decidesse di prendere solo le imposte sui consumi? Si perderebbe del tutto il principio della proporzionalità dell’imposta o chi più guadagna e più spende non sarebbe tassato di più di chi meno ha e quindi meno potrebbe spendere? E il reddito di cittadinanza non potrebbe essere un modo per far spendere anche chi ora ha meno, trasformandoli in pagatori di imposte ma nel contempo attivando i consumi e con questi l’economia?Image result for vacanza

Difficile, molto difficile, perché sarebbe un cambiamento immane, ma non impossibile.

Il fatto che se ne parli è già un bel passo avanti.

Il mondo non deve essere come lo conosciamo. Può cambiare, come cerco di dimostrare anche con le mie ucronie, come con l’ultimo romanzo “Il sogno del ragno”, in cui descrivo un mondo in cui le cose funzionano in modo del tutto diverso da oggi. Mi rifaccio al mondo di Sparta, in cui i pasti e gli alloggi erano comuni, dati ai cittadini (che si definivano tra loro “Uguali”) per il solo fatto di appartenere a una comunità.

Peccato che un’idea tanto sconvolgente sia stata trasformata in una buffonata elettorale che ha ingannato e confuso le persone.

STORIA DI UN GENOCIDA CHE SA INVENTARE MONDI IMMAGINARI

Quando ho iniziato a leggere “Da animali a Dei” (2014) dello storico israeliano Yuval Noah Harari (Kiryat Ata – Israele -24/02/1976) non pensavo che questo saggio potesse aiutarmi ad approfondire il tema di cui ho parlato nel mio recente articolo Image result for estinzione di massaSopravvivremo alla Sesta Estinzione di Massa?

Il volume, invece, presenta alcuni capitoli assai importanti per comprendere che l’umanità non ha cominciato a danneggiare in modo grave l’intero pianeta solo negli ultimi 200 o 500 anni per effetto della rivoluzione industriale e dell’incremento demografico. Da questo saggio emerge con evidenza come persino gli antichi coltivatori-raccoglitori di epoca pre-agricola, vissuti cioè tra 70.000 e 15.000 anni fa, sono stati in grado di provocare l’estinzione di un grandissimo numero di specie, in particolare gli animali terrestri di grossa taglia, che furono sterminati in maniera quasi totale soprattutto nei continenti in cui l’homo sapiens si trasferì in modo pressoché improvviso, ovvero l’Australia e, ancor più, le due Americhe. Se in Africa ed Eurasia gli animali avevano imparato a temere, poco per volta, gli uomini man mano che questi miglioravano le proprie tecniche di caccia, nei continenti “nuovi” l’arrivo di questa scimmia dall’aria fragile non impensierì i grandi abitanti di quelle zone, che sottovalutarono il pericolo, lasciandosi avvicinare e uccidere con facilità dai cacciatori. L’abitudine a bruciare boschi e giungle per creare radure in cui fosse facile scorgere i predatori e cacciare piccoli animali, contribuì sin da allora a devastare interi eco-sistemi.

Image result for specie di homoUn’altra osservazione interessante di questo libro è nel fatto che a estinguersi, presumibilmente per causa nostra, non furono solo altri “animali”, ma persino i nostri “fratelli” delle altre specie di homo. L’homo sapiens non è, infatti, l’evoluzione diretta dell’uomo di Neanderthal, dell’homo abilis, dell’homo erectus e di molte altre specie di homo ma ne è una sorta di “fratello” allo stesso modo in cui non discendiamo dagli scimpanzé attuali ma da un antenato comune. Il sapiens è divenuto una specie concorrente delle altre e come tale ha contribuito alla loro estinzione, vuoi predando e raccogliendo cibo negli stessi territori, facendo morire di fame  i membri delle altre specie, vuoi, magari, compiendo autentici genocidi. Insomma, l’homo sapiens, ancor prima di diventare un essere tecnologico ha contribuito all’estinzione di un enorme numero di specie animali, compresi i suoi “fratelli” della famiglia biologica homo e a distruggere gli habitat di molte altre specie animali e vegetali.

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Altra osservazione affascinante di questo saggio è l’importanza della capacità di raccontare storie nel successo della nostra specie.

È relativamente facile concordare sul fatto che solo l’Homo sapiens può parlare di cose che non esistono veramente, e di mettersi in testa cose impossibili appena sveglio. Non riuscireste mai a convincere una scimmietta a darvi una banana promettendole che nel paradiso delle scimmiette, dopo morta, avrà tutte le banane che vorrà.”

La capacità di inventare storie è stata la base della creazione di grandi gruppi organizzati:

Ma la finzione ci ha consentito non solo di immaginare le cose, ma di farlo collettivamente. Possiamo intessere miti condivisi come quelli della storia biblica della creazione, quelli del Tempo del Sogno elaborati dagli aborigeni australiani e quelli nazionalisti degli stati moderni. Questi miti conferiscono ai Sapiens la capacità senza precedenti di cooperare tra grandi numeri di individui.”

Image result for narratore“Come ha fatto l’Homo sapiens ad attraversare questa soglia critica, arrivando a fondare città con decine di migliaia di abitanti e poi imperi che governavano centinaia di milioni di persone? Il segreto sta probabilmente nella comparsa della finzione. Grandi numeri di estranei riescono a cooperare con successo attraverso la credenza in miti comuni.”

Questa nostra capacità di immaginare e rendere reali le cose, ci ha anche permesso di inventare categorie giuridiche e considerare quindi reali cose che non esistono nella realtà. Per esempio: “La Peugeot appartiene a un particolare genere di finzioni giuridiche chiamate “società a responsabilità limitata”. “Il concetto che sta dietro queste società è tra le più ingegnose invenzioni dell’umanità.”

“Gran parte della storia gira intorno a questa domanda: come si fa a convincere milioni di

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Karl Marx

persone a credere a storie tanto particolari circa gli dèi, le nazioni o le società a responsabilità limitata?”

Questa capacità di immaginare e credere nell’immaginario ha permesso al sapiens di creare le religioni e le ideologie. Tra le ideologie ci sono anche il capitalismo e il consumismo.

Harari, poi, sfata il mito che con l’avvento dell’agricoltura le condizioni di vita dell’umanità siano migliorate rispetto a quando eravamo solo cacciatori-raccoglitori: “Il tipo di vita del cacciatore-raccoglitore differiva notevolmente da una regione all’altra e da stagione a stagione, ma nel complesso pare che questi Sapiens abbiano potuto godere un’esistenza più confortevole e gratificante di quella vissuta dalla maggior parte dei contadini, pastori, operai e impiegati che sono venuti dopo di loro.”

Image result for DeiCon l’agricoltura peggiora la dieta, meno varia, e peggiora la qualità del tempo: “Mentre nelle attuali società opulente una persona lavora in media quaranta-quarantacinque ore la settimana e nei paesi in via di sviluppo lavora tra le sessanta e le ottanta ore la settimana, i cacciatori-raccoglitori esistenti oggi negli habitat più inospitali – come il deserto del Kalahari – lavorano in media tra le trentacinque e le quarantacinque ore settimanali. Si occupano della caccia solo un giorno su tre, e la raccolta comporta giornalmente un lavoro fra le tre e le sei ore.”

La Rivoluzione agricola è stata la più grande impostura della storia.Image result for Contadini

Chi ne fu responsabile? Né re né preti né mercanti. I colpevoli furono una manciata di specie vegetali, compreso il frumento, il riso e le patate. Furono queste piante a domesticare l’Homo sapiens, non viceversa. Si pensi per un momento alla Rivoluzione agricola dal punto di vista del frumento. Diecimila anni fa il frumento era un’erba selvaggia, confinata in una zona piuttosto limitata del Medio Oriente. Improvvisamente, nel giro di qualche millennio, esso cresceva in tutto il mondo. Secondo i princìpi evoluzionistici basilari di sopravvivenza e di riproduzione, il frumento è diventato una delle

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Frumento

piante di maggior successo nella storia della Terra. In regioni quali le grandi pianure del Nord America, dove diecimila anni fa non cresceva un solo gambo di questa pianta, oggi si può camminare per centinaia e centinaia di chilometri senza imbattersi in alcuna altra pianta. A livello mondiale, le piantagioni di frumento coprono circa 2,25 milioni di chilometri quadrati della superficie terrestre, quasi dieci volte l’estensione della Gran Bretagna. Come fu che quest’erba diventò, da insignificante, a ubiqua?

Il frumento ci riuscì manipolando l’Homo sapiens a proprio vantaggio. Questa scimmia, diecimila anni fa, stava vivendo una vita tutto sommato confortevole, cacciando e raccogliendo; ma poi cominciò a investire sempre più impegno a coltivare il frumento. Nel giro di un paio di millenni, in numerose parti del mondo, gli umani, dall’alba al tramonto, ormai facevano poco altro a parte prendersi cura delle piante di frumento.”

Se furono le piante ad addomesticare l’uomo e non viceversa, analogo discorso può valere per animali come mucche, pecore e galline, con la differenza, che per il frumento la simbiosi con l’uomo ha portato solo vantaggi riproduttivi e ben pochi svantaggi (almeno fino a a quando non si dimostrerà che anche le piante hanno dei sentimenti e soffrono come gli animali).

Per gli animali “domestici”, il discorso è un po’ diverso, perché, se è vero che ci hanno “addomesticato”, al punto che oggi ci sono molte più mucche, pecore e galline di quante ci sarebbero probabilmente state in natura senza il nostro aiuto.  Questi animali, però, sono stati introdotti nella produzione industriale e, se i loro geni (malati) ora si riproducono più facilmente (e questo è un successo evolutivo), peraltro, come anche Harari evidenzia, la qualità della loro vita ha subito un declino drammatico. In merito si potrebbe approfondire leggendo l’interessante saggio “Se niente importa” di Jonathan Safran Foer. Caso ancora diverso quello degli animali da compagnia, che oggi sono serviti e riveriti.

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Altre interessanti citazioni sulle origini della nostra specie sono:

Nell’Homo sapiens il cervello vale circa il 2-3 per cento del peso corporeo totale, ma consuma il 25 per cento dell’energia del corpo quando questo è in stato di riposo. Facendo il confronto, i cervelli delle altre scimmie richiedono solo l’8 per cento dell’energia in stato di riposo. Gli umani arcaici pagarono in due modi il fatto di avere cervelli grandi. In primo luogo, spesero più tempo alla ricerca di cibo. Secondariamente, atrofizzarono i loro muscoli.”

 

Il fatto di poter vedere più dall’alto e di usare mani industriose, l’umanità lo pagò con mal di schiena e colli rigidi. Alle donne costò anche di più. L’andatura eretta richiedeva fianchi più stretti, venendo a così restringere il canale vaginale – e ciò mentre le teste dei bambini diventavano sempre più grosse. Per le femmine degli umani, la morte per parto diventò un pericolo enorme.”

 “Addomesticando il fuoco, gli umani acquisirono il controllo di una forza totalmente gestibile e potenzialmente illimitata.”

 “I gruppi vaganti dei Sapiens raccontatori di storie costituirono la forza più importante e più distruttiva che il regno animale avesse mai prodotto.”

 “Tutto ruotava intorno al fatto di raccontare storie e di convincere gli altri a crederci.”

 Da animali a Dei” non si occupa solo della preistoria.

I suoi capitoli sono:

Parte prima. La Rivoluzione cognitiva

  1. Un animale di nessuna importanza
  2. L’albero della conoscenza
  3. Una giornata nella vita di Adamo ed Eva
  4. L’inondazione

Parte seconda. La Rivoluzione agricola

  1. La più grande impostura della storia
  2. Costruire piramidi
  3. Memoria sovraccarica
  4. Non c’è giustizia nella storia

Parte terza. L’unificazione dell’umanità

  1. La freccia della storia
  2. L’odore del denaro
  3. Visioni imperiali
  4. La legge della religione
  5. Il segreto del successoImage result for allevamento intensivo

Parte quarta. La Rivoluzione scientifica

  1. La scoperta dell’ignoranza
  2. Il matrimonio tra Scienza e Impero
  3. Il credo capitalista
  4. Le ruote dell’industria
  5. Una rivoluzione permanente
  6. E vissero felici e contenti
  7. La fine dell’Homo Sapiens

Postfazione. L’animale che diventò un dio

Nella terza e quarta parte del saggio (e in parte anche nella seconda) Harari tratta il periodo “storico” della nostra specie, anche se piuttosto che usare la scoperta della scrittura come spartiacque, preferisce parlare di rivoluzione cognitiva, facendo partire tutto da lì e ridimensionando il ruolo della scrittura (che, del resto, di questi tempi sembra stare per morire e cui l’umanità e la Storia potrebbero riuscire a sopravvivere).

Se la parte iniziale mi è parsa la più interessante e densa, anche le altre offrono affascinanti temi di riflessione, come l’idea che le tre forze unificanti dell’umanità siano: denaro, imperi e religioni e come la tendenza generale dell’umanità, grazie all’azione di queste forze, sia verso l’unificazione delle culture.

A qualcuno potrebbe sembrare semplicistico descrivere in poche centinaia di pagine la storia dell’umanità da 70.000 anni fa, quando i soli strumenti che sapevamo usare erano pietre e bastoni, a oggi, ma “Da animali a dèi” non ha la pretesa di descrivere tutti gli eventi di tutte le culture che si sono succedute in questi millenni sulla Terra. Quella che Image result for ricchezza e povertàfa è un’analisi della nostra evoluzione-storia, con uno sguardo diverso. Come Jared Damond in “Armi, acciaio e malattie” analizzava il prevalere degli euro-asiatici sugli altri popoli con lo sguardo di un ornitologo, riuscendo a cogliere aspetti generali che agli storici attenti ai dettagli di norma sfuggono, così questo saggio di Harari riesce a portarci a riflettere sulle tendenze generali della nostra storia e sulle pulsioni che la muovono.

Nella parte finale, per esempio, lo storico s’interroga su come sia cambiata la felicità dell’uomo dall’antichità a oggi, cercando, innanzitutto, di capire che cosa s’intenda con “felicità”, come sia misurabile e come sia un concetto tipico del nostro tempo.

Gli ultimi cinquecento anni hanno assistito a una serie sbalorditiva di rivoluzioni. La terra è stata unificata in un’unica sfera ecologica e storica. L’economia si è sviluppata in misura esponenziale, e l’umanità oggi gode di un tipo di ricchezza un tempo riservato solo alle fiabe. La scienza e la Rivoluzione industriale hanno conferito all’umanità poteri sovrumani e un’energia praticamente illimitata. L’ordine sociale si è trasformato completamente, così come la politica, la vita quotidiana e la psicologia umana.

Ma siamo più felici?”

Oggi abbiamo un livello di sopportazione del dolore e della sofferenza assai più basso che nel passato e una percezione della violenza che ci circonda assai maggiore. Questo ci inganna facendoci credere di vivere in un tempo violento, ma come questo testo dimostra (e molti altri studi con esso), stiamo vivendo nell’epoca meno violenta e più pacifica che l’umanità abbia mai attraversato.

Ciò che nessuno può negare è che la violenza internazionale è scesa a un minimo storico.”

Image result for fungo atomicoTra le varie ragioni che hanno contribuito a rendere le guerre degli eventi eccezionali e non più abituali, Harari elenca “Primo fra tutti, il prezzo della guerra è salito drasticamente. A Robert Oppenheimer e ai suoi colleghi artefici della bomba atomica avrebbe dovuto essere stato attributo il Nobel per la pace, avendo reso inutile questo premio dopo di loro.”.

In secondo luogo, mentre il prezzo della guerra s’impennava i profitti della guerra declinavano. Nel corso di gran parte della storia le nazioni potevano arricchirsi depredando o annettendo territori nemici. Il grosso della ricchezza consisteva di campi coltivati, bestiame, schiavi e oro, per cui era facile far bottino di queste cose. Oggi la ricchezza consiste principalmente di capitale umano, di know-how tecnico e di complesse strutture socioeconomiche quali le banche. Di conseguenza è difficile portare via questi beni o incorporarli nel proprio territorio.”

“Mentre la guerra diventava meno proficua, la pace diventò più lucrativa che mai.”

“Ultimo ma non da meno, nella cultura politica globale ha avuto luogo uno spostamento tettonico. Nella storia, numerose élite – come i condottieri Hun, i nobili vichinghi e i sacerdoti aztechi – consideravano la guerra un bene positivo. Altri la vedevano come un male, ancorché inevitabile, da ricondurre possibilmente a proprio vantaggio. La nostra è la prima epoca nella storia in cui il mondo è dominato da un’élite amante della pace”.

Infine, Harari lancia, infine, uno sguardo verso il futuro, immaginando dove potrebbero portarci lo sviluppo della biotecnologia e della genetica:

i Sapiens, malgrado gli sforzi e conquiste da essi compiuti, non sono capaci di liberarsi dai loro limiti biologici. All’alba del ventunesimo secolo, questo sembra non essere più vero: l’Homo Sapiens sta valicando i propri limiti. Egli comincia ora a spezzare le leggi della selezione naturale, sostituendole con quelle della progettazione intelligente.”

Image result for protesi ciberneticheOggi il sistema di selezione naturale, vecchio di quattro miliardi di anni, sta affrontando una sfida completamente differente. Nei laboratori di tutto il mondo gli scienziati stanno progettando esseri viventi.”

“Al momento in cui scrivo, la sostituzione della selezione naturale da parte della progettazione intelligente potrebbe avvenire in uno di questi tre modi: attraverso la bioingegneria, la cyberingegneria (i cyborg sono esseri che combinano parti organiche con parti non organiche) e l’ingegneria della vita inorganica.”

“La nostra capacità di programmare non soltanto il mondo che ci circonda, ma soprattutto il mondo dentro i nostri corpi e le nostre menti, sta sviluppandosi a velocità vertiginosa.”

 

In sintesi questo libro ci dice che “Settantamila anni fa l’Homo sapiens era ancora un animale insignificante che si faceva i fatti suoi in un angolo dell’Africa. Nei successivi millenni si trasformò nel signore dell’intero pianeta e nel terrore dell’ecosistema. Oggi è sul punto di diventare un dio, pronto ad acquisire non solo l’eterna giovinezza ma anche le Image result for bionicacapacità divine di creare e di distruggere.”

Il volume si conclude con un’angosciante interrogativo su cui tutti dovremmo riflettere (e agire) “Può esserci qualcosa di più pericoloso di una massa di dèi insoddisfatti e irresponsabili che non sanno neppure ciò che vogliono?” Questi dèi insoddisfatti siamo noi.

Credo che un primo passo per trovare la soluzione a questo problema, che ha fatto sì che l’homo sapiens (unica specie, per quanto ne sappiamo, a essere arrivata a tale grado di distruttività) stia mettendo a repentaglio l’esistenza di tutte le altre specie viventi e, presumibilmente, anche la propria, sia proprio leggere libri come questo, che ci aiutano a vedere il mondo in modo diverso.