ALZATI E CAMMINA!

Alzati e cammina!

Sì. Credo sia tempo di dirlo. Di dirlo a noi stessi e a chi ci è vicino. È tempo di camminare. Dobbiamo muoverci, in tutti i sensi.

Dobbiamo muoverci per cambiare il mondo, per salvare un pianeta che stiamo assassinando.

Dobbiamo muoverci per la nostra stessa salute e il nostro futuro di esseri umani e di umanità.

Dobbiamo muoverci e uno dei modi più semplici e immediati per farlo e scendere dalle nostre automobili e camminare.

Camminiamo.

Perché dovremmo camminare? Mi ripeto: per il bene di noi stessi e del pianeta in cui viviamo.

Risultati immagini per camminare

Partiamo da noi.

Camminare ci fa bene perché è un modo per prevenire molte malattie, per mantenerci in salute. Camminare aiuta a dimagrire o restare in forma. Camminare fa bene al sistema circolatorio, al cervello, migliora la risposta immunitaria del nostro corpo e la resistenza cardiaca, aiuta dormire meglio, migliora la postura. Pare che abbia effetti benefici anche su alcune malattie specifiche, come la prevenzione del cancro al seno, la riduzione del colesterolo, l’alta pressione sanguigna, i disturbi cardiocircolatori.

Camminare ci permette di entrare più in contatto con l’ambiente, di scoprirlo nei suoi dettagli, di assaporarlo, di viverlo. E parlo non solo delle campagne ma anche delle nostre città

Camminare ci permette di fare cose lungo il nostro cammino, di fermarci senza impazzire per trovare un parcheggio, di fare piccole deviazioni.Risultati immagini per camminare in città

Camminare ci spinge a usare i negozi di quartiere, invece di raggiungere in auto i centri commerciali. Camminare potrebbe, così, aiutare a rivitalizzare l’economia locale e a ricreare la vita di quartiere.

Camminare ci permette di incontrare altre persone, magari di scambiarci due parole.

Camminare ci rende meno stressati, se non altro perché non ci troviamo ad affrontare il traffico, ma anche perché mettendo in movimento l’organismo ci fa sentire meglio.

Camminare ci permette persino di leggere di più. Questo credo sia qualcosa che va spiegato. Quando cammino (ma anche quando guido, a dir il vero) io leggo. Certo non è che vada in giro tipo monaco con il breviario, reggendo in mano un libro, rischiando di sbattere contro passanti o pali. Leggo con il TTS, il Text-To-Speech del mio e-reader. Più che leggere, in effetti, ascolto o “mi faccio leggere”. Il TTS, come gli audiolibri, mi permette di ascoltare libri mentre cammino, attività che aiuta a migliorare la capacità di concentrazione, che aumenta il tempo da dedicare alla lettura e al miglioramento della nostra cultura.Risultati immagini per camminare in città

Se pensiamo che camminare ci faccia perdere tempo o che potremmo annoiarci, possiamo dunque non solo ascoltare musica o programmi radio con gli auricolari ma persino leggere!

Camminare, infine, può farci risparmiare i soldi del carburante della nostra auto (magari potremmo persino rinunciare ad averne una e usare car sharing e mezzi pubblici, risparmiando molto di più) o quelli dei biglietti dei mezzi pubblici o la tariffa di un taxi. Possiamo comunque integrare l’uso dei mezzi pubblici con percorsi a piedi.

Camminare ci fa certo risparmiare anche in spese mediche e farmaci, proprio perché ci rende più sani.

E camminare costa poco e nulla (risuolare ogni tanto le scarpe!) e non ha controindicazioni (come altre attività). Può essere considerato uno sport low cost, uno sport che non richiede particolare preparazione e che può essere fatto a ogni livello ed età.

 

Perché camminare può aiutare anche il nostro pianeta?

Gli studiosi dell’ambiente è da tempo che ci mettono in guardia in merito al degrado del nostro mondo, ma ultimamente i loro appelli si sono fatti, giustamente, sempre più Risultati immagini per camminare nello smogpressanti. Ci sono processi in atto che rischiano di diventare presto irreversibili. Il tempo per bloccarli si sta esaurendo. Dobbiamo fare subito qualcosa. Dobbiamo fare subito grandi cose. Dobbiamo subito cambiare molte cose del nostro modo di vivere.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, mantenendo i trend attuali, la temperatura media globale aumenterà di 1,5 °C entro il 2040. Ci resterebbero 12 anni per salvare il pianeta dalla catastrofe climatica.

 

Una delle piccole, grandi cose che possiamo fare è proprio camminare, perché così riduciamo il consumo di carburanti, l’inquinamento che questi producono, il consumo di materiali per produrre automobili, il traffico, gli incidenti, mortali o no, che le auto costantemente producono, miglioriamo la qualità dell’aria delle nostre città.

Non vogliono dilungarmi qui su questi temi, ma mi limito a ricordare che secondo uno studio dell’Health Effects Institute, nel 2016 sono morte 6,1 milioni di persone per l’inquinamento atmosferico e il 95% della popolazione mondiale respira aria pericolosamente inquinata, oltre i parametri consigliati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). E non si tratta di un anno speciale. È sempre così. Fate voi le moltiplicazioni per vedere quanta gente muore in dieci o cento anni.

Risultati immagini per incidente autoLe automobili in Europa causano ogni anno 120.000 morti e 2,4 milioni di persone infortunate. Nel mondo, secondo uno studio dell’OMS del 2009, i morti sarebbero 1,3 milioni e i feriti tra i 20 e 50 milioni. Un ecatombe!

Se è vero che è in corso la Sesta Estinzione di Massa, che stiamo perdendo ogni forma di biodiversità, una riduzione dell’uso delle auto potrebbe aiutare a ridurre questo trend drammatico, per il quale dobbiamo fare anche molto altro.

Città in cui la gente riprenda a camminare potrebbero e dovrebbero cominciare a ripensare al verde urbano, creando, oltre alle piste ciclabili, spazi verdi per camminare. Città in cui si possa camminare piacevolmente, aiuterebbero a farlo più spesso.

Meno auto in circolazione potrebbe essere un aiuto per rallentare il surriscaldamento globale.

Non è tempo di smettere di usare le auto? Non è tempo di cambiare?

E se camminando ci casca l’occhio su qualche oggetto di plastica abbandonato, magari, potremmo provare a chinarci e a raccoglierlo, lasciandolo poi negli appositi contenitori.Risultati immagini per raccogliere plastica per strada

 

Pensate di non aver tempo per camminare? Spesso non è vero. Quanto dista il luogo che state per raggiungere? Quanto impiegate ad arrivarci in auto o con un altro mezzo e quanto, invece, a piedi? C’è poi tutta questa differenza? Non può valer la pena lasciare l’auto e metterci qualche minuto in più, ma con tutti questi benefici? Con i cellulari non potete fare camminando cose che siete abituati a fare seduti?

Risultati immagini per camminare in cittàA volte si pensa che per camminare dobbiamo vestirci in modi particolari, andare in posti adatti. Certo sarebbe bene e bello poter camminare in bei posti nella natura, con abiti e scarpe comode. Quando possiamo, privilegiamo queste soluzioni, ma non smettiamo di camminare quando non mancano. Possiamo camminare in città. Possiamo spostarci nei palazzi a piedi anziché in ascensore. Si può camminare ovunque e sempre.

È tempo di camminare.

Alzati e cammina!

TEMPO DI CAMBIARE ARIA

Risultati immagini per aria inquinataTrovo incredibile che i quotidiani dedichino sempre tante pagine a qualche fatto di cronaca che ha visto la morte di una singola persona e comunichino quasi di sfuggita notizie relative a drammi che hanno le dimensioni di genocidi. Persino i morti per terrorismo, da un punto di vista statistico sono un’inezia rispetto alle principali cause di morte. Persino i conflitti locali in atto sono piccola cosa rispetto ai danni ambientali.

Se alcune cause di morte sono naturali, altre sono causare dall’uomo e come tali rappresentano degli autentici delitti, di norma del tutto impuniti.

Mi riferisco ora a un nuovo studio dell’Health Effects Institute, secondo il quale, nel 2016 sono morte 6,1 milioni di persone per l’inquinamento atmosferico. Ovvero, se moltiplicassimo questo numero, vorrebbe dire che in dieci anni la cattiva qualità dell’aria che respiriamo fa più delle vittime della Seconda Guerra Mondiale (54 milioni). 6 milioni di morti all’anno che si aggiungono, quanto meno, al milione abbondante di morti per incidenti d’auto (1,3 milioni nel 2009).

60 milioni di morti in dieci anni. 600 milioni di morti in un secolo!Risultati immagini per aria inquinata

6,1 milioni di morti nel solo 2016. Non vi dice nulla questo numero? Non riuscite a vedere dietro questa cifra i volti di 6,1 milioni di uomini e donne, le mani di 6,1 milioni di vecchi, adulti, ragazzi e bambini? Non riuscite a vedere la sofferenza, il dolore, i sacrifici di 6,1 milioni di famiglie? Non riuscite a vedere 6,1 milioni di vite spezzate. Non riuscite a vedere i costi per la sanità, per la comunità, per il mondo? Questo è solo un numero e vi è già scivolato via?

Alla notizia di questi 6,1 milioni di morti sono aperti processi di dimensioni tali da far impallidire quello di Norimberga contro i crimini di guerra nazisti? Si sono cercati i colpevoli? Sono stati accusati coloro che hanno contribuito con atteggiamenti attivi e passivi a questo genocidio continuo, prolungato e ripetuto?

Le nazioni sono tutte in allarme e cercano soluzioni? Il problema è ai primi posti nei programmi elettorali dei partiti? La gente scende in piazza indignata reclamando il più basilare dei diritti, quello di respirare?

Respirare uccide. Lo scrivono sulle sigarette. Dovremo scriverlo sulle nuvole? Attenti a respirare! Non respirate. L’aria uccide. Siamo arrivati a questo?

Sempre secondo questo studio, il 95% della popolazione mondiale respira aria pericolosamente inquinata, ovvero i cui parametri eccedono quelli consigliati dall’Organizzazione Mondiale della Salute.

Maggiore risulta l’esposizione nei paesi sottosviluppati, sia nelle case che fuori.

Pensate forse per questo di essere nel 5% che respira aria buona? Anche considerando i parametri del WHO, meno stringenti di quelli dell’Organizzazione Mondiale della Salute, il 60% della popolazione mondiale non respira aria buona.

Voi no. Voi respirate aria fresca di montagna tutti i giorni. È chiaro.

Pensiamo di poter far finta che questi 6 milioni di morti, che si ripetono e si ripetono e si ripetono, anno dopo anno, non ci riguardino?

Se il 95% della popolazione “respira male”, anche noi respiriamo male e anche noi potremmo essere nel prossimo gruppo di 6 milioni di persone spazzate via da un colpo di tosse. Tutti gli abitanti di Roma e Milano morti in un anno! Un’apocalisse!

Dei 6,1 milioni di morti, 4,1 milioni derivano da inquinamento all’esterno delle case. L’inquinamento domestico, peraltro, può arrivare a superare di venti volte le soglie minime consigliate. Il riscaldamento è la fonte principale di inquinamento domestico.

 

Non si tratta di dati statici. La situazione peggiora e la cosa non ci stupisce. La popolazione aumenta, i consumi pro capite aumentano, perché non dovrebbe aumentare anche l’inquinamento? Nel 1990 i morti da inquinamento erano 3,3 milioni. L’incremento è stato del 19,5%. Se si applicasse lo stesso tasso di incremento, nel 2034 i decessi sarebbero 7,3 milioni (in realtà, già un precedente studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità contava in circa 7 milioni le persone morte nel 2012 a causa dell’inquinamento atmosferico).

Il 51% dei decessi avviene in India e Cina. Del resto la Cina e l’India hanno 1,4 miliardi di abitanti ciascuno sui 7,6 miliardi di popolazione mondiale e hanno regole ambientali assai meno stringenti di quelle europee, ma questo non vuol dire che da noi vada tutto bene. Per nulla!

Una sostanza è inquinante quando è un “contaminante” responsabile di effetti nocivi Risultati immagini per aria inquinatasull’ambiente. Un “contaminante”, invece, è qualunque cosa che, aggiunta all’ambiente, causa una deviazione dalla composizione geochimica media.

Non tutto l’inquinamento è causato dall’uomo. L’aria può essere resa poco respirabile anche da fattori naturali quali le eruzioni vulcaniche, gli incendi, la presenza di amianto o processi biologici.

L’inquinamento antropico, invece, può essere provocato dalle industrie e dalle attività artigianali, dall’agricoltura, dal riscaldamento, dal traffico veicolare, dai veicoli fuori strada (treni, trattori e altro). L’uomo, si sa, sta dando un contributo consistente e devastante all’inquinamento atmosferico.

I principali colpevoli sono l’industrializzazione e il traffico. Gli elementi inquinanti provengono soprattutto dall’utilizzo dei combustibili fossili, ma anche dai gas CFC, presenti negli impianti di refrigerazione e nelle bombolette spray, che liberano nell’aria molecole di cloro, intaccando lo strato di ozono naturale dell’atmosfera. L’anidride carbonica, tra le principali cause di inquinamento atmosferico, prodotta dalla combustione di petrolio e derivati, di carbone e di gas, contribuisce a incrementare l’effetto serra, provocando un anomalo aumento della temperatura terrestre.

Risultati immagini per camere a gasSe l’inquinamento incide direttamente sulla salute, lo fa anche indirettamente danneggiando l’ambiente, provocando l’effetto serra e le piogge acide, il buco dell’ozono e altri problemi su flora e fauna.

In Cina la maggior fonte di inquinamento è il carbone, mentre in India è la combustione di biomassa. Se in Cina l’inquinamento da carbone si sta riducendo, nel contempo aumenta in Pakistan, Bangladesh e India.

Da noi, le sostanze inquinanti più comuni sono:

– le polveri fini (Pm 10 e Pm 2,5), residuo della combustione proveniente dalle emissioni industriali, dagli scarichi dei veicoli, dall’usura dell’asfalto, dei freni, delle frizioni e degliRisultati immagini per smog pneumatici. Sono dannose per bambini, anziani, persone con problemi respiratori (asma, bronchite cronica, enfisema, allergia) o cardiovascolari;

– il monossido di carbonio (CO), che deriva da vari processi di combustione, principalmente dai veicoli a benzina e, in minore quantità, dalle raffinerie di petrolio e dalle combustioni con impianti a carbone o legno; è pericoloso per persone con malattie cardiache, feti, lattanti;

– il biossido di azoto (NO2) che si forma nei processi di combustione ad alte temperature, ed è prodotto dai veicoli, da industrie, dal riscaldamento domestico. È pericoloso per bambini e adulti in attività fisica intensa, persone con problemi respiratori. È  un gas fortemente irritante e cancerogeno;

– il biossido di zolfo (SO2), un prodotto della combustione, proveniente da impianti di centrali termoelettriche, raffinerie, da impianti di riscaldamento e, in minima parte, dal traffico veicolare. Crea danni a persone con problemi respiratori, bambini.

– l’ozono (O3): l’inquinamento, atmosferico determina, da un lato, l’assottigliamento della fascia d’ozono nella stratosfera ad alta quota (fenomeno noto come “buco dell’ozono”), e dall’altro un aumento, in particolar modo nelle ore calde dei giorni d’estate, dell’ozono in prossimità del suolo. L’ozono ad alta quota è “benefico”: serve a proteggerci dalle radiazioni solari. Nelle città la molecola d’ozono deriva da un complesso meccanismo di reazioni (smog-fotochimico) che coinvolgono ossigeno, ossidi di azoto, idrocarburi insaturi, radiazione solare e calore. I valori massimi di questi 4 parametri si ottengono in città, d’estate e nelle ore più calde. L’ozono è irritante per l’uomo (vie respiratorie) e per alcuni materiali (es. gomma). È dannoso per persone con problemi respiratori (asma, enfisema, bronchite cronica), bambini, anziani.

 

Non essendo possibile definire un ambiente incontaminato di riferimento, poiché la composizione dell’aria è variabile nello spazio e nel tempo, si è reso necessario introdurre degli standard convenzionali per la qualità dell’aria. Si considera dunque inquinata l’aria la cui composizione ecceda limiti stabiliti per legge allo scopo di evitare effetti nocivi sull’uomo, sugli animali, sulla vegetazione, sui materiali o sugli ecosistemi in generale.

 

Come si legge sul sto dell’Ospedale Pediatrico del Bambin Gesù, i bambini sono particolarmente vulnerabili ai fattori inquinanti per svariati motivi:

– respirano volumi di aria proporzionalmente maggiori rispetto agli adulti e quindi inspirano una maggiore quantità di inquinanti;

– hanno processi di assorbimento e metabolici accelerati;Risultati immagini per bambini smog

– respirano a una altezza più vicina al suolo, dove è presente una maggiore concentrazione di sostanze inquinanti prodotte dai veicoli stradali.

La correlazione tra i livelli di inquinamento atmosferico e le patologie respiratorie è ben noto, invece è ancora da meglio definire l’associazione diretta con l’asma.

I genitori moderni si preoccupano tanto di quello che mangiano i propri figli, che non si prendano freddo o caldo, di che amici frequentano, ma pare si preoccupino poco di quello che respirano.

Risultati immagini per bambini smogE in Italia come vanno le cose? Siamo forse quel 5% del mondo che respira, per ora, aria buona?

Si legge sul sito dell’Ansa che l’Italia ha l’aria più inquinata fra i grandi paesi europei, col maggior numero di morti per inquinamento atmosferico. Lo rivelerebbe il rapporto “La sfida della qualità dell’aria nelle città italiane” presentato lo scorso settembre 2017 al Senato dalla Fondazione sviluppo sostenibile.

L’Italia, secondo tale rapporto, ha circa 91.000 morti premature all’anno per inquinamento atmosferico, contro le 86.000 della Germania, 54.000 della Francia, 50.000 del Regno Unito, 30.000 della Spagna. Il nostro paese ha una media di 1.500 morti premature all’anno per inquinamento per milione di abitanti, contro una media europea di 1.000. La Germania è a 1.100, Francia e Regno Unito a circa 800, la Spagna a 600.

Dei 91.000 morti in Italia, 66.630 sono per le polveri sottili PM2,5, 21.040 per il disossido di azoto (NO2), 3.380 per l’ozono (O3).

Per le polveri sottili PM2,5 si contano nel nostro paese 1.116 morti premature all’anno per milione di abitanti, contro una media europea di 860. La zona dove il particolato fine uccide di più è l’area di Milano e dintorni, poi Napoli, Taranto, l’area industriale di Priolo in Sicilia, le zone industriali di Mantova, Modena, Ferrara, Venezia, Padova, Treviso, Monfalcone, Trieste e Roma.

Le quattro regioni del bacino padano (Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto), secondo i recenti dati dell’European Environment Agency, sarebbero la zona più inquinata del continente con una concentrazione di Pm10 (polveri sottili) è schizzata ben oltre i 50 microgrammi al metro cubo, ovvero oltre il livello guardia, con valori pressoché doppi (fonte: Wired).

Risultati immagini per smogE non si creda che sia solo colpa delle automobili. Il 35% delle polveri sottili PM10 di Milano (la zona d’Italia più inquinata dal particolato) proviene dall’agricoltura, sostiene il rapporto “La sfida della qualità dell’aria nelle città italiane”. L’agricoltura emette nell’atmosfera ammoniaca (NH3), dai fertilizzanti e dalle deiezioni degli allevamenti. L’ammoniaca nell’aria reagisce con nitrati e solfati (prodotti dagli scappamenti delle auto) e forma particolato fine. Per il rapporto, l’agricoltura è responsabile del 96% delle emissioni italiane di ammoniaca.

E la città in cui vivo? Firenze è la 31^ area più inquinata d’Europa per la forte presenza, oltre i limiti di legge, del Biossido d’azoto (NO2).

Non sarebbe tempo di adeguarsi, almeno, alle medie europee?

 

Non sarà ora di cambiar aria?

 

LA FINE DELL’ACQUA, L’ITALIA, L’UOMO, L’AMBIENTE

Mentre continua il grande caldo iniziato quest’estate, con splendide giornate assolate e senza pioggia, oggi, 1 Novembre 2017, sul sito www.italiauomoambiente.it è uscito il numero 10 della rivista, scaricabile gratuitamente, che contiene un mio articolo sulle risorse idriche del nostro pianeta dal titolo “LA FINE DELL’ACQUA

Scaricatelo qui.

LA FINE DELL’ACQUA

In questi giorni che l’Italia assiste al braccio di ferro fra Regione Lazio e Acea sull’acqua,

Risultati immagini per lago di bracciano prosciugato

Il lago di Bracciano in secca

che nei prossimi giorni sarà razionata per 1,5 milioni di romani dopo l’ordine della Regione Lazio di sospendere il prelievo dal lago di Bracciano, riserva idrica della Capitale dal 28 luglio fino al 31 dicembre 2017. A motivare la scelta dell’amministrazione regionale sono “innanzitutto” le “condizioni di deperimento del lago”.

Già il 24 giugno La Stampa denunciava il grave abbassamento delle acque di quello che un tempo si chiamava Lacus Sabatinus ed è ancora l’ottavo più esteso della penisola. Il Sindaco di Bracciano spiegava che l’Acea “risucchia tra 1.100 e 5 mila litri al secondo, perché deve rifornire 60 Comuni a nord di Roma. Se Acea non smette, non basterà un anno di piogge. Un disastro annunciato e, complice la siccità, il livello dell’acqua del lago è calato a dismisura”.

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Lago di Bracciano

Il direttore del Parco di Bracciano, Daniele Badaloni, precisava a giugno che “La profondità è scesa di 1 metro e 46 centimetri, un centimetro al giorno, e siamo solo a inizio estate. A fine stagione supereremo i due metri, un’enormità se si considera che la profondità del lago è di 160 metri. Questo nel punto maggiore perché si tratta di una formazione vulcanica a cono”.

L’ANSA del 23 Luglio 2017 scrive che il Lazio è stato dichiarato in “severità idrica alta” per la siccità: nel 2017 le precipitazioni si sono ridotte tra l’80% e l’85% e i laghi entrano in crisi anche a causa delle eccessive captazioni (prelievi di acqua). È, questa, la sintesi del dossier”Captazioni e abbassamento dei laghi nel Lazio” presentato da Legambiente regionale. Si temono ora ripercussioni gravi su tutto l’ecosistema.

“Purtroppo è una tragedia. Il livello del lago si è abbassato con il rischio di catastrofe ambientale inimmaginabile fino a questo momento”, ha detto il governatore del Lazio Nicola Zingaretti ai microfoni di Tgcom24.

 

Le condizioni del Lago di Bracciano sono gravi, ma sono solo un sintomo di una situazione generale persino più preoccupante.

Secondo Il Fatto Quotidiano, è altissimo il conto da pagare per il caldo incessante e le Risultati immagini per morire di setetemperature oltre la media delle ultime settimane: due terzi dell’Italia e dei campi coltivati lungo la Penisola sono a secco a causa della siccità delle ultime settimane e ammontano a oltre 2 miliardi di euro, secondo un’analisi Coldiretti, i danni provocati a coltivazioni e allevamenti. Almeno dieci Regioni, secondo quanto comunica l’Ansa, stanno per presentare la richiesta di stato di calamità naturale al ministero delle Politiche agricole.

I dati forniti da Coldiretti sono allarmanti: il Lago di Garda è appena al 34,4% di riempimento del volume, mentre il fiume Po al Ponte della Becca a Pavia è a circa 3,5 metri sotto lo zero idrometrico. Per “livello idrometrico” in un determinato luogo del fiume s’intende il dislivello tra la superficie dell’acqua di un fiume ed un punto di riferimento altimetrico, che può essere il livello medio del mare (l.m.m) oppure lo “zero” dell’idrometro stesso (detto “zero idrometrico”). Lo zero dell’idrometro è la quota altimetrica (sul livello medio del mare) che si è convenuta per quell’idrometro. L’idrometro è un valido aiuto per la salvaguardia del territorio contro i pericoli conseguenti alle piene dei fiumi,

 

Risultati immagini per pascolo seccoPer gli agricoltori è sempre più difficile ricorrere all’irrigazione di soccorso per salvare le produzioni. Le perdite provocate dalla siccità nella sola Lombardia ammontano a circa 90 milioni di euro. Anche la produzione di latte che è crollata di circa il 15%, a causa del caldo. L’allarme fieno riguarda anche gli alpeggi in montagna, dove secondo un monitoraggio della Coldiretti in Lombardia, nei pascoli si registra in media un calo del 20% di erba a disposizione del bestiame: le perdite provocate dalla siccità ammontano a circa 90 milioni di euro, i due terzi dei quali legate alle coltivazioni di mais e frumento.

 

“In Italia ogni giorno c’è una dispersione dell’acqua di quasi 9 miliardi di litri al giorno aRisultati immagini per perdita d'acqua causa delle perdite registrate lungo la rete di 474 mila chilometri di acquedotti, è questo il dato drammatico che fa a pugni con l’emergenza siccità di queste ore” afferma Angelo Bonelli esponente dei Verdi. “Ogni 100 litri di acqua immessa negli acquedotti – prosegue – quasi 40 vengono persi per l’obsolescenza della rete idrica, una delle medie più alte d’Europa che fa il paio con il fatto che gli investimenti realizzati per rimodernare gli acquedotti sono tra i più bassi del continente: 32 l’anno per abitante a fronte della Francia che ne investe 88, il Regno unito 102 e la Danimarca 129 (dati Utilitalia).

 

Secondo l’ANSA del 20 giugno 2017, nel mondo ci sarebbero 21,5 milioni di rifugiati ‘ambientali’ per siccità e alluvioni. Nel 2015, erano quasi il doppio rispetto alle persone costrette a fuggire da guerre e violenza. È quanto denuncia Greenpeace Germania nel rapporto “Climate Change, Migration and Displacement”.

Secondo Radio Vaticana, sono oltre 30 milioni le persone che soffrono la fame a causa Risultati immagini per morire di setedella siccità in Sud Sudan, Corno d’Africa e nel bacino del lago Ciad. Secondo un recente rapporto della Commissione europea, l’esposizione globale ai rischi delle catastrofi naturali è addirittura raddoppiato negli ultimi quaranta anni. In Etiopia sono oltre sette milioni, le persone che a causa della siccità soffrono gravemente la fame e in Somalia nel 2011 la carestia ha causato 260.000 morti, molti dei quali bambini.

Già nel 2015 Rinnovabili.it scriveva che California, Brasile, Cina, Australia, India e Spagna sono i 7 Paesi in cui stiamo assistendo ai più gravi episodi di siccità sulla faccia della Terra.

Secondo La Stampa del 24/06/2017 nel Sahel a causa della siccità si prepara la più grande migrazione della storia.

Risultati immagini per siccitàSono i paesi ricchi a produrre gran parte dei gas serra, è l’Africa – soprattutto quella sub-sahariana, e il poverissimo Sahel – a subirne le conseguenze più gravi. Il continente ha una responsabilità minima (tra il 2 e il 4% delle emissioni annuali di gas serra); ma la sua temperatura, secondo quanto emerge da alcune ricerche delle Nazioni Unite, aumenterà una volta e mezzo più rapidamente della media globale, provocando condizioni meteorologiche sempre più estreme, con effetti potenzialmente devastanti. Prolungate siccità rischiano di esporre a una penuria d’acqua fino a 250 milioni di africani entro il 2020. E nel 2040, secondo la Banca Mondiale, potrebbe deteriorarsi e divenire inservibile tra il 40 e l’80% della superficie dell’Africa sub-sahariana destinata alla coltivazione di cereali come grano e mais.

Risultati immagini per incendio

Questa sembra ormai una delle estati più calde degli ultimi anni. Potrà dipendere dal riscaldamento globale o sarà solo un caso di fluttuazione climatica, ma il caldo si sta portando dietro due problemi: gli incendi e la siccità.

Nell’Emisfero Settentrionale del Terzultimo Pianeta che si incontra procedendo verso il sole, la nostra microscopica Terra, se si prende come riferimento il periodo che va dal 1880 a oggi, l’estate del 2003 sembra sia stata fra le più calde di sempre, soprattutto in Europa. Nel 2003 il mese di agosto si rivelò il più caldo, con temperature medie anche di 4-5 gradi superiori alla norma.

Secondo Focus,, che cita uno studio apparso su Environmental Reaserach Letters Journal, da trent’anni nel nostro continente si registrano le estati più calde dai tempi dell’Impero Romano. Dal 1986, rileva lo studio, le temperature medie estive oggi sarebbero superiori di 1,3 °C rispetto a quelle che si avevano due millenni fa, quando si è verificata una sequenza di estati molto calde.

Inoltre, in questo trentennio, i giorni in cui le temperature sono notevolmente superiori Risultati immagini per incendioalle medie del periodo, sono state più lunghe e più frequenti di quelle che si avevano ai tempi dei Romani.

Lo studio è il risultato del lavoro di 40 ricercatori sugli anelli delle piante, su dipinti, annotazioni e documenti storici redatti da medici, sacerdoti, monaci. «La temperatura estiva che stiamo misurando in queste ultime decadi non ha precedenti negli ultimi due millenni, ed essendo particolarmente elevata non può essere spigata da fenomeni naturali, come le variazioni del ciclo solare o altro, ma solo dal contributo dell’uomo», ha spiegato Jurg Leterbacher, coordinatore del lavoro. Nel periodo romano e fino al terzo secolo le estati furono più calde rispetto ai secoli successivi, fino al settimo secolo. Ci fu poi un intermezzo più caldo durante il medioevo, ma il freddo ritornò a causare una piccola era glaciale dal 14° al 19° secolo. Con il 20° secolo la temperatura è ricominciata a crescere e i cambiamenti climatici sono diventati progressivamente più pronunciati.

 

La variazione delle temperature dipende solo dall’uomo e dai processi di industrializzazione? C’è chi sostiene che un importante contributo sia dovuto all’attività solare. Il legame esistente fra macchie solari e temperatura, non sempre trova concordanza  tra i vari ricercatori. Si può dire anzi che la maggioranza di questi  mostrano un evidente scetticismo.Risultati immagini per macchie solari

Come riporta Focus l’8/6/2016, il Sole ha un ciclo abbastanza regolare di circa 11 anni. A un estremo del ciclo il numero di macchie solari è rilevante, all’altro estremo le macchie si riducono fin quasi a scomparire. Le macchie solari sono aree della superficie del Sole più fredde delle circostanti, perciò appaiono più scure: si formano a causa di anomalie magnetiche.

Quello che si rileva negli ultimi mesi è che il Minimo Solare dell’ultimo ciclo, il numero 24 da quando vengono registrati, è ormai prossimo. L’attuale ciclo 24, che ha raggiunto il suo picco nel 2014, è stato il più lungo (14,1 anni) con il numero di macchie solari più basse del 33% rispetto al Ciclo 23 che a sua volta è stato più basso del 25% rispetto al ciclo 22. Attualmente l’attività solare risulta piuttosto bassa, con appena 12 macchie solari e non molto attive; consideriamo inoltre che siamo nella fase calante del Ciclo Solare 24, ovvero andiamo verso un periodo in cui il Sole sarà mediamente più debole. Non significa che nei prossimi mesi non ci saranno più macchie, ma che andranno via via scemando in numero e dimensioni fino al 2019-20 quando, presumibilmente, si toccherà il minimo. Un Sole senza macchie non lascia indifferente il nostro pianeta, scrive Focus. Ci sarà, per esempio, una riduzione delle emissioni di radiazioni ultraviolette: questo provocherà un raffreddamento dell’atmosfera superiore della Terra, che tenderà a collassare tirandosi dietro la spazzatura spaziale più prossima, che avvicinandosi al pianeta potrebbe infine precipitare, in parte bruciando nell’atmosfera e in parte arrivando fino al suolo. Una minore intensità del Sole lascerà anche più spazio ai raggi cosmici, fenomeno in realtà già in corso tant’è che, rispetto a pochi anni fa, si è registrato un aumento del 10% di radiazioni cosmiche in prossimità della Terra, con una serie di conseguenze anche sul clima, perché i raggi cosmici influenzano la produzione di nuvole. Il ciclo che sta per terminare è stato meno intenso rispetto ai precedenti e, secondo molti astronomi, i prossimi potrebbero essere ancora meno intensi. In passato, in concomitanza con cicli molto deboli, la Terra si raffreddò notevolmente, e anche questa potrebbe infine essere una conseguenza inattesa per il prossimo periodo del nostro pianeta.

Se il pianeta si sta davvero raffreddando per effetto della ridotta attività solare in questa fase, ma registriamo comunque degli innalzamenti della temperatura, potrebbe non voler dire che l’osservazione è errata, ma che l’effetto serra e il surriscaldamento generale dovuto all’attività antropica sono mascherati dal raffreddamento causato dall’attività solare. Purtroppo, però, mentre quest’ultima è ciclica e presto il Sole tornerà Risultati immagini per macchie solaria scaldarci come in precedenza, gli effetti di riscaldamento causati dall’uomo vanno in una sola direzione, dunque la fine del ciclo solare potrebbe rivelarsi per l’umanità più una doccia fredda una sauna davvero molto calda. La mitigazione degli effetti del riscaldamento permette, infatti, ad alcuni di negare le colpe dell’uomo e di impedire l’avvio di contromisure, ma la fine del ciclo solare potrebbe proiettarci ancora più in fretta in una situazione drammatica di innalzamento delle temperature mondiali. Se il Ciclo 24 terminerà tra il 2019 e il 2020 e il Ciclo 25 sarà ancor più debole, significa che ci attende un periodo di “freddo solare” di almeno 12-13 anni, che c’ingannerà sugli effetti delle nostre attività.

Il Sole, come riportato da Meteoweb, a differenza di altre stelle, è una stella molto costante in dimensioni e luminosità, con variazioni dello 0,1% nel corso della sua attività undecennale. Un numero sempre crescente di ricercatori, tuttavia, crede che queste piccole variazioni possano avere un effetto significativo sul clima terrestre. È quanto sostiene un rapporto pubblicato dal National Research Council (NRC), dal titolo “Gli effetti della variabilità solare sul clima della Terra”. Il rapporto NRC suggerisce, tuttavia, che l’influenza della variabilità solare è più regionale che globale, in quanto non tutte le aree del globo sono interessate allo stesso modo.

Risultati immagini per caldo torrido

Intanto, il 14 Luglio 2017, c’informa la RSI (Radiotelevisione Svizzera) che l’estate 2017 potrebbe essere ricordata come una delle più calde della storia. Giunti alla metà della stagione si registrano in Svizzera già quattro gradi oltre la media e non sono previsti fronti freddi nei prossimi giorni.

L’estate 2017 si è già rivelata particolarmente calda, ma come nel 2003, anche quest’anno agosto potrebbe rivelarsi il mese peggiore. Una recente ricerca condotta dalla Columbia University ha analizzato più di 100 modelli, arrivando alla conclusione che l’estate sarà oltre che calda, anche afosa e prolungata. Con tutta probabilità si toccheranno anche i 40°C all’ombra.

C’è chi sostiene che il 2017 ancora non sia da record, come Meteo Giuliacci, sostenendo che, prese 40 località italiane, in queste i 34 gradi sono stati superati nel mese di giugno 2017 134 volte, mentre nel giugno 2003 261 volte, nel 2002 147 e nel 2006 145 volte. Non sarà stato, in Italia, un giugno da record assoluto, ma comunque caldo.

Con buona pace di costoro, peraltro, secondo il rapporto climatico del NOAA (l’agenzia federale statunitense), giugno 2017 è stato il terzo mese di giugno più caldo in 138 anni. In Europa ci sarebbero stati 1,77 gradi sopra la media, come riportato anche da Sky TG24. Un trend confermato anche da altri importantissimi centri di calcolo, come ad esempio il JMA giapponese e dall’europeo ECMWF. I mesi di giugno immediatamente successivi per temperatura, sempre secondo il NOAA, sono quelli dei due anni passati, 2015 e 2016, a segnalarci come l’innalzamento non sia solo un fatto episodico di quest’anno.

Non solo. Secondo Meteo Giornale, la prima metà dell’anno, ovvero la temperatura media registrata tra gennaio e giugno 2017, è la seconda più alta della storia moderna Risultati immagini per caldo torridodietro soltanto al 2016.

Un altro dato impressionante: siamo arrivati a 390 mesi consecutivi nei quali la temperatura globale supera la media di riferimento. Nel caso di giugno 2017 quella combinata (superficie della terra e degli oceani) si attestava 0,82°C al di sopra della media del 20° secolo (raggiungendo quota 15,5°C), lasciandosi alle spalle i record del 2015 e del 2016.

Sempre secondo Meteo Giornale, la temperatura della sola superficie terrestre è stata la quarta registrazione di sempre, con 1.15°C al di sopra della media del 20° secolo.

Analizzando le anomalie termiche per continente, in Africa è stato il giugno più caldo di sempre; in Europa il secondo (al pari del 2007); nel Sud America il terzo (pari al 2005); in Asia l’ottavo; Nord America il decimo; in Oceania il cinquantesimo.

Risultati immagini per caldo torridoCome riportato da Sky TG24, secondo il Goddard Institute for Space Studies della Nasa, invece, giugno 2017 sarebbe stato il quarto più caldo dal 1880. Il dato è particolarmente rilevante in Europa dove il mese di giugno sarebbe addirittura il secondo più caldo dopo quello del 2003, che nel Vecchio Continente era stato particolarmente torrido.

Anche in Italia, stando ai dati diffusi in precedenza dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del CNR, giugno 2017 è stato il secondo più caldo, con il termometro a +3,22°C, il dato più alto dopo il record del 2003 con +4,79°C.

Insomma, i dati non sono perfettamente allineati, le classifiche discordano e forse giugno non sarà stato quello più caldo di sempre, ma le temperature si stanno alzando come non mai dai tempi di Giulio Cesare. Aspettiamo che si concluda luglio per leggerne i dati e poi vedremo come va agosto, ma questa sembra comunque davvero un’estate torrida e c’è quindi poco da stupirsi se sta generando siccità e incendi.

 

La riduzione del livello del Lago di Bracciano dipende sia dalla siccità in sé, sia dalle captazioni per soddisfare l’immane sete d’acqua del popolo dell’Urbe.

 

Nel 2014, secondo Lifegate, 1 miliardo le persone non aveva accesso all’acqua potabile.

Dai 3 ai 4 miliardi erano quelle senza acqua sufficiente e in quantità stabili.

8 milioni erano le persone che morivano a causa di malattie legate all’insicurezza dell’approvvigionamento d’acqua. Sono 1,4 milioni i bambini, che muoiono ogni anno per malattie causate da acqua contaminata e dall’assenza di misure igieniche adeguate. Uno ogni 20 secondi.

 

Ma quanta acqua consumiamo?

Sempre secondo Lifegate, ogni abitante degli Stati Uniti consuma 425 litri al giorno, Risultati immagini per morire per siccitàmentre un abitante del Madagscar ne consuma 10 litri. 215 litri è il consumo medio pro capite d’acqua potabile al giorno, in Italia. Purtroppo si usa anche per usi in cui non servirebbe che sia potabile. In Italia non riusciamo a percepire l’acqua come un bene prezioso. Eppure lo diventerà ogni anno di più e dovremo cercare di cambiare il nostro approccio nel suo utilizzo.

Secondo uno studio di Kinsey & Co, la riserva idrica di ogni italiano è di 140 litri, contro i 2.200 litri di uno statunitense, i 3.300 litri di un australiano e i 1.100 litri di uno spagnolo.

Secondo l’Ocse, la domanda mondiale di acqua dal 2014 al 2050 aumenterà del 55%.

Secondo l’OMS, la quantità minima di acqua al giorno per soddisfare i bisogni vitali è di 40 litri, mentre il 40% della popolazione mondiale vive sotto questa soglia ed è di 300 litri al giorno il consumo medio stimato nei Paesi più ricchi. Peraltro, negli Stati Uniti l’utilizzo pro capite annuo di acqua (compresi usi agricoli e industriali) è di 1700 metri cubi, contro 250 metri cubi in Africa.

Secondo il rapporto Onu “UN-Water”, nel 2014 c’erano 2,5 miliardi le persone che Risultati immagini per morire per siccitàvivevano in zone senza acquedotti e senza infrastrutture.

Sono ancora 1 miliardo le persone che non hanno un rubinetto in casa.

Entro il 2030 un terzo degli abitanti del Terzultimo Pianeta del Sistema Solare, la Terra,  vivrà in zone in cui l’acqua scarseggia, mentre due terzi della popolazione mondiale potrebbe trovarsi in condizioni di “stress idrico” già entro il 2025. Siamo già tra loro?

La seconda edizione di “Eating Planet. Cibo e sostenibilità: costruire il nostro futuro” presentato nel 2016 dalla Barilla Center for Food and Nutrition (Edizioni Ambiente) raccoglie i dati relativi all’impronta dell’uomo nel mondo, al suo impatto ambientale e indica la strada per la sostenibilità ecologica.

In Europa, così come emerge dal libro, l’Italia è maglia nera per impronta idrica pro capite, con un totale annuo di 2.232 metri cubi di acqua dolce. Un quantitativo che viene calcolato considerando il volume totale di acqua dolce impiegata in tutte le fasi, anche quella cosiddetta ‘virtuale’ o invisibile, perché non contenuta direttamente nel prodotto.

In Italia, quest’acqua virtuale contribuisce all’89% del totale del consumo giornaliero. Il

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Fontana di Nettuno a Villa d’Este (Tivoli)

consumo dell’acqua varia anche in base al tipo di dieta che si osserva. Così, per esempio, un regime alimentare ricco di carne, comporta un consumo d’acqua ‘virtuale’ che oscilla tra i 4.000 e i 5.400 litri, a differenza di una dieta vegetariana che, invece, va dai 1.500 ai 2.600 litri. Insomma, non consumiamo acqua solo quando apriamo il rubinetto per bere o lavarci o la versiamo da una bottiglia. Consumiamo indirettamente acqua per molteplici attività, innanzitutto legate all’industria alimentare.

Un dato da non dimenticare è che il pianeta Terra dispone di 1,4 miliardi di chilometri di cubi di acqua. Di questo, però, solo lo 0,0001% del totale è effettivamente disponibile per l’utilizzo dell’uomo. La maggior parte non è potabile e altra è inaccessibile.

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Fontana di Trevi – Roma

Tra agricoltura, industrie e famiglie, è il settore agricolo a consumare più acqua con il 70% del totale. Al secondo posto l’industria con il 22%, infine l’uso domestico con l’8%. Il peso dell’agricoltura è ancora più alto nei paesi a medio e basso reddito, dove il consumo raggiunge anche il 95%, mentre in quelli più sviluppati predomina il consumo di acqua per uso industriale con il 59%.

Insomma, surriscaldamento globale e uso intenso delle risorse idriche stanno minando le riserve di acqua potabile del pianeta.

Più della metà delle grandi falde acquifere mondiali si sta consumando in maniera crescente. A lanciare l’allarme è la NASA, con la pubblicazione di dati di uno studio durato un decennio, di cui ci parla Greenstyle il 18/06/2015. Secondo gli scienziati della NASA, 20 delle 37 falde acquifere più grandi al mondo hanno oltrepassato un punto critico. Questi siti, che si trovano in diverse zone del pianeta come India, Cina, Francia e Stati Uniti, sono stati sfruttati in maniera intensiva prelevando più acqua di quanto ne producano.

In questo momento, secondo gli esperti della NASA, la falda acquifera più sfruttata si trova nella penisola araba e rifornisce 60 milioni di persone. Altre importanti falde che si trovano sotto pressione sono in Libia, Niger, India e Pakistan.

La situazione, secondo Jay Famiglietti, professore dell’Università della California che ha partecipato all’analisi, è destinata a peggiorare a causa della crescita della popolazione, all’impatto dell’agricoltura e ai cambiamenti climatici in atto. Il sovrasfruttamento delle acque deve essere invertito, con nuove strategie operative che garantiscano un consumo sostenibile. Un esempio lampante, secondo i ricercatori, è la California, che attinge alle falde acquifere per il 60% del suo consumo di acqua. Regioni simili, quando fiumi e riserve sono a secco per la siccità estiva, sono costrette a rifornirsi direttamente alle falde, cosa che la California dovrà fare entro la fine del 2015.

In totale le falde acquifere forniscono il 35% di acqua utilizzato a livello mondiale: nei periodi caldi e nelle zone più a rischio siccità, la domanda sale continuamente.

Fra gli obiettivi dell’Agenda Onu per il 2030, scrive La Stampa il 13/05/2017, c’è la sicurezza e sostenibilità idrica per tutte le aree del pianeta. Le proiezioni, però, dicono che il fabbisogno della popolazione mondiale potrebbe superare di oltre il 40% le risorse di acqua dolce entro quella data. L’emergenza idrica è già una realtà.

Secondo il Dottor Fred Bolz, esperto di Ecosistemi per la Fondazione Rockefeller e Risultati immagini per docciaresponsabile del programma Freshwater Resilience, la FAO, nel 2014, ha stimato che la carenza d’acqua affligge già tutti i continenti, all’incirca metà delle grandi città del mondo e più del 40% della popolazione globale. Entro il 2025, 1,8 miliardi di persone vivranno in paesi e aree soggette a carenza assoluta di risorse idriche, mentre i due terzi della popolazione mondiale potrebbero dover affrontare condizioni di stress idrico.

I bacini idrici vengono usurpati ogni anno dalla necessità legate al trasporto marittimo, aereo e terrestre. Inoltre proseguono la costruzione e l’utilizzo di condotti subacquei, come i gasdotti, per il trasporto di petrolio, gas, prodotti agroindustriali e biocarburanti. La loro estrazione e il loro trasporto inquinano sempre di più terra e acqua, in una situazione di sovrasfruttamento. Le attività umane inquinano e impoveriscono le risorse di acqua dolce. Gli ecosistemi di acqua dolce sono l’habitat di oltre il 40% delle specie di pesci nel mondo. Secondo il National Geographic, pesci e animali marini stanno subendo gravi danni a causa dell’uomo, tanto che più del 20% delle specie di pesci d’acqua dolce conosciute si sono estinte o sono state minacciate negli ultimi decenni.

 

Se la situazione del Lago di Bracciano tocca da vicino milioni di Italiani, ci sono laghi nel mondo che se la passano peggio. A volte le cause sono legate soprattutto al riscaldamento globale, altre volte allo sfruttamento umano delle acque. L’inquinamento, inoltre, peggiora drasticamente la qualità delle risorse idriche che abbiamo a disposizione sul nostro Pianeta.

Risultati immagini per Lago Baikal prima e dopo

Lago Baikal

In Russia il lago Baikal rappresenta il più grande serbatoio di acqua dolce del mondo, ma purtroppo risulta contaminato da scarichi di acque reflue in cui sono stati rilevati agenti patogeni. Il lago Baikal contiene il 20% dell’acqua dolce di tutto il Pianeta e l’80% per quanto riguarda la sola Russia.

Il secondo lago più grande della Bolivia si è completamente prosciugato. Da dicembre 2015 il lago Poopó, che per dimensioni era secondo solo al Titicaca, è completamente asciutto. La popolazione locale ha dovuto abbandonare la zona, per via della mancanza di acqua. Il riscaldamento globale secondo gli esperti ha inciso sul prosciugamento delle acque del lago negli ultimi decenni. Si trattava di un’oasi importante per la presenza degli aironi e di una risorsa per i pescatori. Ecco, di conseguenza, vere e proprie migrazioni di persone a causa dei cambiamenti climatici.

Un lago della California, il Folsom Lake, nel settembre 2015 si sarebbe prosciugato quasi del tutto in una sola notte. Gli abitanti hanno dato la colpa alle attività della società elettrica locale, che però sul momento ha negato tutto.

Risultati immagini per Lago Ciad prima e dopo

Lago Ciad

Il Lago Ciad, negli ultimi cinquant’anni si sta via via prosciugando a causa della terribile siccità che ha colpito il Sael e per via delle scarse precipitazioni che caratterizzano questa regione. Tra le altre cause troviamo la cattiva gestione delle risorse idriche da parte dei Governi locali che purtroppo hanno ignorato la situazione e gli allarmi degli scienziati e non sono intervenuti.

Il lago Poyang, in Cina, anno dopo anno, si sta prosciugando probabilmente a causa della siccità e dei cambiamenti climatici.

A causa del tasso di evaporazione elevato (da 600 mm a 1.000 mm all’anno), il lago di Urmia è in continua fase di restringimento. Si tratta di un lago salato che rappresenta il maggiore dei laghi interni dell’Iran. L’aumento dell’evaporazione, le piogge sempre meno frequenti e la costruzione di dighe hanno messo in pericolo il futuro di questo lago e la sua esistenza come habitat naturale per numerosi animali marini e volatili.

Negli ultimi decenni il lago Mead, che si trova in Nevada, ha perso almeno il 60% del proprio volume idrico. Talvolta viene sfruttata l’acqua del lago Powell per innalzare il livello del lago Mead, dato che i due bacini sono collegati dal fiume Colorado, ma questo intervento provvisorio non risolve il problema all’origine.

Il lago Powell si trova al confine tra Arizona e Utah. È nato dalla costruzione della diga di Glen Canyon lungo il fiume Colorado. Negli ultimi anni il livello del lago si è notevolmente abbassato a causa della crisi climatica e il fenomeno sta riportando alla luce i territori che l’uomo ha sottratto alla natura per realizzarlo.

Il lago Owens all’inizio del Novecento era ricco di acqua, ma in seguito il suo contenuto è stato dirottato verso gli acquedotti dal Dipartimento di Los Angeles per l’acqua e l’elettricità. Ora la superficie del lago viene coperta solo in parte dall’acqua con cui viene irrigato per evitare che si formino tempeste di polvere in grado di creare problemi respiratori agli abitanti.

Il lago di Aral è un lago salato di origine oceanica, situato alla frontiera tra l’Uzbekistan e il Kazakistan. Il livello delle sue acque è in calo dagli anni Sessanta, cioè

Risultati immagini per lago di bracciano prosciugato

Lago di Aral

da quando è iniziata la deviazione dei fiumi che lo alimentano per l’irrigazione agricola. Il lago d’Aral negli anni ’60 era il quarto più grande del mondo. Nel 2014 il suo bacino orientale si è totalmente prosciugato.

 

Purtroppo il problema con l’acqua non è solo legato al suo esaurimento, ma anche al deterioramento della sua qualità.

Come ci insegna il sito della Protezione civile, ci sono diversi tipi di inquinamento dell’acqua:

  • civile: deriva dagli scarichi delle città, quando l’acqua si riversa senza alcun trattamento di depurazione nei fiumi o direttamente nel mare;
  • industriale: formato da sostanze diverse che dipendono dalla produzione industriale;
  • agricolo: legato all’uso eccessivo e scorretto di fertilizzanti e pesticidi, che essendo generalmente idrosolubili, penetrano nel terreno e contaminano le falde acquifere.

Alcune sostanze chimiche presenti nell’acqua sono particolarmente pericolose per la salute dell’uomo e per la sopravvivenza di numerose specie viventi, come ad esempio alcuni metalli (cromo, mercurio) o composti quali i solventi clorurati.

Gli scarichi industriali contengono una grande quantità di inquinanti e la loro Risultati immagini per acqua inquinatacomposizione varia a secondo del tipo di processo produttivo. Il loro impatto sull’ambiente è complesso: spesso le sostanze tossiche contenute in questi scarichi rinforzano reciprocamente i propri effetti dannosi e quindi il danno complessivo risulta maggiore della somma dei singoli effetti. I fertilizzanti chimici usati in agricoltura e i liquami prodotti dagli allevamenti sono ricchi di sostanze organiche che, dilavate dalla pioggia, vanno a riversarsi nelle falde acquifere o nei corpi idrici superficiali. A queste sostanze si aggiungono spesso detriti più o meno grossi, che si depositano sul fondo dei bacini. L’inquinamento marino è principalmente di origine terrestre, in particolare è una conseguenza dell’immissione di acqua di scarico e di affluenti industriali nei fiumi, che poi portano le sostanze inquinanti al mare. Della gran quantità di plastica presente nei mari e dei suoi effetti abbiamo già parlato.

Leggiamo sul sito di Legambiente che gli indicatori per la valutazione della qualità delle acque (fissati dal decreto legislativo 152/99) ci restituiscono un quadro molto Risultati immagini per acqua inquinatapreoccupante. Lo stato di salute dei fiumi italiani è in molti casi critico: un campione su cinque ha una qualità scarsa o pessima. Un quarto delle acque sotterranee ha qualità scadente, per cause antropiche: tra i principali contaminanti troviamo i nitrati, sostanze presenti nei fertilizzanti. È ancora l’eccessivo uso di fertilizzanti la causa della frequente eutrofizzazione dei laghi: la crescita smodata della flora acquatica che stravolge l’equilibrio naturale degli specchi d’acqua. Quanto ai mari, oltre alle sostanze portate dai fiumi, l’inquinamento è dovuto prevalentemente al petrolio e ai suoi derivati, che in grandi quantità viaggiano per nave. Incidenti, scarichi, pulizia di cisterne in mare aperto portano nel Mediterraneo, ad esempio, 100-150 mila tonnellate di idrocarburi ogni anno: nel Mare nostrum è presente la quantità di catrame pelagico media più alta del mondo (38 milligrammi per metro cubo), dieci volte quella dei mari del Giappone, 50 volte quella Golfo del Messico.

In Italia 198 km di coste nel 2008 risultavano non balneabili perché inquinati (sul totale di 7.375).

Risultati immagini per divieto di balneazione

Mentre le falde acquifere sotterranee, i laghi e i fiumi si prosciugano e i ghiacciai si sciolgono, mescolando le loro acque dolci a quelle salmastre degli oceani, riducendo così le riserve potenziali di acqua potabile del Terzultimo Pianeta, il consumismo crescente e un incremento demografico della popolazione mondiale irrefrenabile, rendono sempre maggiori i consumi di acqua e il suo inquinamento.

Risultati immagini per TerraLe cause possono sembrare molteplici, ma dietro questo essiccamento della Terra c’è sempre l’inarrestabile dilagare dell’uomo e la sua moderna incapacità di trovare un’armonia con il pianeta, limitandone lo sfruttamento.

Di questo passo, molto presto un improbabile visitatore extraterrestre, giungendo sul Terzultimo Pianeta andando verso il Sole, invece della bella sfera azzurra che abbiamo imparato a conoscere grazie ai primi timidi voli spaziali, potrebbe vedere solo un arrido mondo giallastro come le sabbie del deserto.

 

PETIZIONE AD ANGELA MERKEL PER IL CLIMA

Risultati immagini per surriscaldamento globaleSe vuoi agire contro il cambiamento climatico, unisciti alla petizione per spingere Angela Merkel a isolare Trump al prossimo G20, e a concentrare gli sforzi degli altri 19 paesi verso un futuro pulito al 100%!

Spargi la voce qui.

Questa è l’email originale:

Cari amici,

Trump ha un piano per dirottare l’incontro dei 20 paesi più potenti al mondo e farne un attacco all’accordo di Parigi sul clima e a tutto il Pianeta.

E solo Angela Merkel lo può fermare.

Perché lei che ospiterà e coordinerà il G20, ha sempre avuto una posizione molto forte Risultati immagini per surriscaldamento globaleper il clima e ha il potere di isolare Trump proponendo agli altri 19 paesi un piano verso il 100% di energie pulite. Ma isolare gli Stati Uniti è una decisione senza precedenti, e solo un’enorme mobilitazione può convincerla. Firma la lettera aperta qui sotto e poi condividila — abbiamo pochi giorni per arrivare a 1 milione e pubblicarla sui principali giornali tedeschi prima del G20!

AGGIUNGO LA MIA FIRMA

Cancelliera Merkel, 

Risultati immagini per surriscaldamento globaleDobbiamo reagire ai tentativi di Donald Trump di dividere il mondo sul cambiamento climatico. 

E per questo le chiediamo di sostenere un piano verso un futuro sostenibile, con o senza gli USA. 

Nell’ospitare il G20 in Germania, le chiediamo di isolare i tentativi di Trump e spingere gli altri 19 Paesi ad un impegno verso un futuro pulito al 100%. 

La chiamano “la Cancelliera del Clima” e con il suo impegno già in passato ci ha dato la speranza di poter evitare una catastrofe climatica. Quella speranza è fondamentale. Miliardi di persone sul nostro pianeta in questo momento contano su di lei. 

AGGIUNGO LA MIA FIRMA

Il nostro movimento ha fatto davvero tutto il possibile per raggiungere lo storico accordo di Parigi. Ora dobbiamo essere pronti a difenderlo, e a salvare con esso il nostro futuro. Unisciti alla campagna e inoltra questa email a tutti. 

Con speranza e determinazione, 

Christoph, Bert, Patricia, Camille, René e tutto il team di Avaaz 

MAGGIORI INFORMAZIONI 

Il tradimento americano

Germania, Merkel attacca Trump in vista del G20: “Prevedo difficili discussioni” (Repubblica) 

Merkel esorta l’Europa ad affrontare la sfida al cambiamento climatico (La Stampa) 

Trump ha deciso di ritirare gli Stati Uniti l’accordo sul clima di Parigi (Today) 

Così Trump sta smantellando vent’anni di lotte per il clima (Linkiesta) 

 

AFFOGATI DALLA PLASTICA

Risultati immagini per sacchetto di plasticaChi pensa di fare un uso attento della plastica spesso cerca di riciclarla e di evitare l’uso dei sacchetti per la spesa, eppure parrebbe che ne usiamo circa un trilione ogni anno. La plastica, però, non è solo quella degli shopper. Le nostre case e le nostre città ne sono piene in ogni forma, basta guardarsi attorno: dagli oggetti interamente in plastica, a quelli in materiali plastificati, a quelli parzialmente in plastica. Siamo sommersi dalla plastica. Viviamo in un mondo di plastica, e non certo solo metaforicamente parlando! Qualcuno ha persino definito i nostri anni l’Età della Plastica!

La plastica è comoda, pratica, leggera, economica. Quando se ne iniziò la produzione, la pubblicità ne esaltava le doti prodigiose. Chi, avendone l’età, non ricorda, per esempio, negli anni ’60 la pubblicità della Moplen, con il comico Gino Risultati immagini per moplen BramieriBramieri? Il Moplen altro non era che polipropilene isotattico, formidabile materia plastica a elevata temperatura di fusione. Bramieri alla domanda “E mo’?”, rispondeva “E mo’? Moplen!”, divenuta un tormentone dell’epoca. Lo accompagnava un coretto che ne esaltava le doti “è leggero, resistente, è leggero, resistente e inconfondibile e mo’, mo’, mo’ e mo’, mo’, mo’: moplen!”

Se sessant’anni fa la plastica pareva una grandiosa novità, oggi non sappiamo più come liberarcene.

Secondo Polimerica, la produzione mondiale di plastiche nel 2014 si attestava intorno a 311 milioni di tonnellate, in crescita rispetto ai 299 milioni del 2013. Quella europea (28 Paesi UE + Norvegia e Svizzera) è stimata in 59 milioni di tonnellate, leggermente superiore all’anno precedente (58 milioni), ma ancora inferiore al picco di 65 milioni di tonnellate registrato nel 2007, prima della grande crisi. Centinaia di milioni di tonnellate ogni anno!

Risultati immagini per plastica nelle caseProviamo a fare un raffronto con il prodotto più classico dell’umanità: nel 2009 la produzione mondiale di grano è stata di 682 milioni di tonnellate, di cui quella europea di 139 milioni di tonnellate. Insomma, nel mondo, produciamo plastica in un ordine di misura confrontabile al grano, sebbene le tonnellate di questo siano, per ora, più del doppio. Il grano, però, si trasforma in farina e poi in tanti altri prodotti che consumiamo nel giro di poco e presto scompaiono. La plastica, resta in circolazione su quel granello di sabbia disperso nella galassia, sul terzultimo pianeta che incontriamo viaggiando verso il sole, sulla Terra, in casa nostra! La produzione di ogni anno si accumula, sommandosi a quella degli anni precedenti. Siamo contenti di riempirci casa di spazzatura? Pensiamo davvero di poter cambiare pianeta facilmente appena questo sarà soffocato da tanta plastica?

Noi europei siamo tra i primi colpevoli. A livello mondiale, l’Europa mantiene il secondo posto, con un quinto della produzione globale di materie plastiche, alle spalle della Cina, che nel 2014 ha raggiunto una quota del 26%, contro il 21% del 2006. In contrazione l’area Nafta, passata in otto anni dal 23 al 19%.

 

Non tutte le plastiche sono uguali. Le “materie plastiche” comprendono una grande varietà di polimeri, ognuno con proprie caratteristiche, proprietà e campi di applicazione.

Ci insegna wikipedia che le materie plastiche sono materiali organici a elevato peso molecolare che possono essere costituite da polimeri puri o miscelati con additivi o cariche varie. I polimeri più comuni sono prodotti da sostanze derivate dal petrolio, ma vi sono anche materie plastiche sviluppate partendo da altre fonti. La plastica, infatti, si ottiene da composti di carbonio e idrogeno chiamati “monomeri”, che si ricavano soprattutto dal petrolio e dal metano.Risultati immagini per produzione plastica

Dal petrolio raffinato si ricavano circa una ventina di prodotti, e se energia per l’elettricità, benzina e gasolio fanno la parte del leone, dal barile il petrolio arriva nelle case sotto forma di bottiglie e oggetti di plastica, polistirolo fino ad alcuni tessuti di abbigliamento, come il polyestere. Circa il 4% della produzione mondiale viene trasformata in materie plastiche. Leggo su La Repubblica che da un barile di petrolio, si possono ricavare ben 1.750 bottiglie di plastica da un litro e mezzo, quelle comunemente usate per acqua minerale e bibite. Un barile contiene, infatti, convenzionalmente 159 litri di greggio, pari a circa 135 chili. Servono all’incirca 2 chili di petrolio per fare 1 kg di plastica per alimenti (Pet). Quindi da un barile di petrolio si ricavano circa 70 chili di Pet. In Italia consumiamo mediamente 5 litri di petrolio al giorno per persona, ossia circa un barile di petrolio al mese. Il consumo di petrolio annuale medio per una famiglia di 4 persone in Italia si aggira intorno a 7.760 litri. La plastica che ci circonda, insomma, altro non è che il famigerato petrolio sotto false spoglie! Produrre plastica significa produrre petrolio. Finché ce ne sarà ancora.Risultati immagini per oggetti di plastica

Ci ricorda Tecnologicamente che le plastiche sono materiali che non esistono in natura. Sono prodotte negli impianti chimici manipolando le molecole di una materia prima, che può essere la virgin-nafta o il gas naturale. La virgin-nafta è un prodotto della raffinazione del petrolio, costituita da una miscela di paraffine (idrocarburi saturi) a basso peso molecolare, con una bassa concentrazione di composti aromatici. Originariamente molte materie plastiche erano prodotte con resine di origine vegetale, per esempio la cellulosa (dal cotone), gli olii (dai semi di alcune piante), i derivati dell’amido e il carbone; tra i materiali non vegetali usati è invece da citare la caseina (dal latte). Sebbene la produzione di nylon fosse basata in origine su carbone, acqua e aria, e il nylon 11 sia ancora basato sull’olio estratto dai semi di ricino, la maggior parte delle materie plastiche è attualmente derivata dai prodotti petrolchimici, facilmente utilizzabili e poco costosi.

La IUPAC (Unione internazionale di chimica pura e applicata) nel definire le materie plastiche come “materiali polimerici che possono contenere altre sostanze finalizzate a migliorarne le proprietà o ridurre i costi”, raccomanda l’utilizzo del termine polimeri al posto di quello generico di plastiche.

Sempre secondo wikipedia, i materiali polimerici puri si dividono in:

  • termoplastici: acquistano malleabilità, cioè rammolliscono, sotto l’azione del calore; possono essere modellati o formati in oggetti finiti e quindi per raffreddamento tornano ad essere rigidi; tale processo può essere ripetuto tante volte;
  • termoindurenti: dopo una fase iniziale di rammollimento per riscaldamento, induriscono per effetto della reticolazione; nella fase di rammollimento per effetto combinato di calore e pressione risultano formabili; se vengono riscaldati dopo l’indurimento non tornano più a rammollire, ma si decompongono carbonizzandosi;
  • elastomeri: presentano elevata deformabilità ed elasticità.

Secondo una classificazione “commerciale”, i materiali polimerici si dividono in:Risultati immagini per oggetti di plastica

  • fibre: sono dotati di notevole resistenza meccanica e hanno scarsa duttilità rispetto agli altri materiali polimerici; ciò vuol dire che sono materiali che si allungano poco se sottoposti a trazione e possono resistere a elevati carichi di rottura;
  • materie plastiche: formulate a partire da termoplastici e termoindurenti;
  • resine: particolari materie plastiche formulate a partire da termoindurenti;
  • gomme: formulate a partire da elastomeri.

 

Tra i polimeri termoplastici abbiamo polietilene e polistirene.

Il polietilene è usato principalmente per gli imballaggi e rappresenta il 40% dei prodotti plastici usati in Europa.

Risultati immagini per oggetti di plasticaLe poliolefine (talvolta indicate dalla sigla PO), ci dice wikipedia, sono una classe di macromolecole composte da monomeri di olefine derivate dalla polimerizzazione di petrolio o gas naturale. Le poliolefine sono polimeri. Tra i più diffusi il polipropilene (PP), il polietilene (PE) e il poliisobutilene (PIB), largamente utilizzati per prodotti in plastica o gomma d’utilizzo comune.

Secondo Polimerica, le poliolefine sono le plastiche in assoluto più trasformate, totalizzando quasi la metà dei consumi europei (47,8 mln ton), tra polietileni  a bassa densità (17,2%), alta densità (12,1%) e polipropilene (19,2%). Segue il PVC con il 10,3% e, a singola cifra, poliuretani (7,5%), PET (7%) e polistireni (7%). Fluoropolimeri, ABS, policarbonato, PMMA e altri tecnopolimeri concorrono per il restante 19,7%.

 

Perché dovremmo preoccuparci della produzione e dello smaltimento della plastica? Risultati immagini per balena  di plasticaPerché la plastica non si “consuma” facilmente ovvero non è un prodotto facilmente biodegradabile.

La biodegradabilità è la proprietà delle sostanze organiche e di alcuni composti sintetici di essere decomposti dalla natura, o meglio, dai batteri saprofiti.

I batteri ne estraggono gli enzimi necessari alla decomposizione in prodotti semplici, dopodiché l’elemento è assorbito completamente nel terreno. Una sostanza non decomponibile (o decomponibile a lungo termine), rimane nel terreno senza esserne assorbita, provoca inquinamento e favorendo problematiche ambientali.

Risultati immagini per balena  di plasticaUn composto è biodegradabile quando in natura esiste un batterio in grado di decomporre il materiale. Tutti i composti organici naturali, come la carta, sono facilmente decomponibili; invece, tutti i prodotti sintetici moderni (esclusi alcuni speciali, come la bioplastica) non possono essere decomposti dalla natura. Un materiale non biodegradabile rimane identico nel tempo e contribuisce all’inquinamento; peraltro, non tutti i composti non biodegradabili sono altrettanto pericolosi: esistono tipi di composto che non danneggiano la vita dell’ecosistema, e che quindi lasciano immutata la situazione.

Secondo la definizione data dalla European Bioplastics, la bioplastica è un tipo di plastica che deriva da materie prime rinnovabili oppure è biodegradabile o ha entrambe le proprietà, ed è inoltre riciclabile.

 

Non solo la plastica ha bassa biodegradabilità. I prodotti della nostra “civiltà” hanno diversi tempi per biodegradarsi. Quelli della plastica, sono certo tra i più preoccupanti, soprattutto, per la grande quantità di questi materiali in circolazione.

Secondo il sito www.leucopetra.it, per esempio, le pile al cadmio hanno bisogno di milioni di anni per degradarsi, le bottiglie di vetro di alcuni millenni, i sacchetti di plastica di oltre 800 anni, le bottiglie di plastica di 500 anni, le lattine in alluminio di 100 anni, il legno di due anni, un maglione di lana, una sigaretta o un pannolino di oltre un anno, giornali e scatole di cartone di oltre due mesi, la carta assorbente di oltre 4 settimane.

Risultati immagini per vetroAnche la produzione di vetro, insomma, è preoccupante, aggirandosi intorno ai 40 milioni di tonnellate annue, ma il vetro, a differenza della plastica, non galleggia e quindi non rappresenta una minaccia altrettanto seria per la catena alimentare marina. Il vetro che finisce in mare si deposita sul fondo, mentre la plastica è continuamente trasportata dalle correnti e, sfaldandosi, si trasforma in pericolosi frammenti di microplastica. Il vetro, poi, è costituito soprattutto da silice oltre a piccole quantità di sostanze minerali necessarie alla lavorazione e alla colorazione, per cui è innocuo, mentre, come si scriveva, la plastica deriva soprattutto dal petrolio. Inoltre, a differenza del vetro, nella fase del consumo la plastica cede e assorbe sostanze (ftalati e altro) al liquido contenuto. In fase di smaltimento, essendo un derivato del petrolio, la plastica nell’inceneritore produce sostanze nocive.

 

Poiché la plastica galleggia, segue le grandi correnti marine, fino a bloccarsi lungo alcune coste o formando isole mobili in mezzo al mare.Risultati immagini per Great Pacific Garbage Patch

Nell’oceano Pacifico, da anni ormai, è presente un’isola di plastica, una grande quantità di immondizia concentratasi a causa delle correnti degli oceani. È detta “Great Pacific Garbage Patch”. Si tratta di un’immensa massa di spazzatura composta da oltre 21 mila tonnellate di microplastica, in un’area di qualche milione di kmq, con una concentrazione massima di oltre un milione di oggetti per kmq.  L’accumulo è noto almeno dalla fine degli anni ’80, e ha un’età di oltre 60 anni. Un gigantesco vortice di correnti superficiali ha concentrato in quest’area i rifiuti gettati o persi da navi in transito, o scaricati in mare dalle coste del Nord America e dall’Asia. Le isole di plastica, Risultati immagini per Great Pacific Garbage Patchperò, non sono presenti solo nell’oceano Pacifico, ma anche nell’oceano Atlantico e nel mar Mediterraneo. Il Mediterraneo è diventato una zuppa di plastica. Un chilometro quadro, nei mari italiani, ne contiene in superficie fino a 10 chili! Dieci chili di plastica non biodegradabile in un chilometro quadro: vi sembra poco? È questo il record del Tirreno settentrionale, fra Corsica e Toscana. Attorno a Sardegna, Sicilia e coste pugliesi, la media è invece di 2 chili. Sono valori superiori perfino alla famigerata “isola di plastica” nel vortice del Pacifico del nord. Qui la densità delle microplastiche – i frammenti di pochi millimetri da cui è formata la “zuppa” – è di 335mila ogni chilometro quadro. Nel Mediterraneo arriva a 1,25 milioni. L’analisi che ha riguardato i mari della penisola arriva da un gruppo di biologi del Cnr ed è pubblicata su Risultati immagini per Great Pacific Garbage PatchScientific Reports. “Nel complesso – scrivono i biologi nello studio – la plastica è meno abbondante nell’Adriatico, con una media di 468 grammi per chilometro quadro, rispetto al Mediterraneo occidentale” con una media di 811 grammi. “La gravità della situazione del Mediterraneo non ci stupisce – dice Aliani, uno dei responsabili del progetto – È un mare sostanzialmente chiuso, in cui una particella ha un tempo di permanenza di circa mille anni. Teoricamente, cioè, impiega tutto quel tempo per attraversare la stretta imboccatura di Gibilterra. Nelle sue acque sboccano anche fiumi importanti come Danubio, Don, Po e Rodano”. Anche se i mari diventano sempre più torbidi (si calcola che dei 300 milioni di tonnellate all’anno di plastica prodotta nel mondo, una dozzina finiscano in mare), quale sia la sorte di buona parte della spazzatura resta un mistero. “Non sappiamo dove sia oggi tutta la plastica che abbiamo Risultati immagini per Great Pacific Garbage Patchprodotto – spiega Aliani al quotidiano La Repubblica – Quella che ritroviamo nelle nostre spedizioni non si avvicina neanche lontanamente all’ammontare che secondo i nostri calcoli dovrebbe essere finito in mare. Può darsi che molta si perda in fondo agli oceani, dove non abbiamo la possibilità di osservarla”. La responsabilità delle zuppe marine va in buona parte al packaging non riciclabile, spiega un articolo di Repubblica. Avete mai fatto caso a quanta plastica ci sia attorno a ogni alimento che acquistiamo in un supermercato? Come mai i nostri secchi della spazzatura si riempiono tanto in fretta? Se facciamo la raccolta differenziata, quanto più in fretta si riempie il secchio della plastica e del vetro rispetto a quello delle materie organiche? La raccolta differenziata delle materie plastiche riguarda in particolare gli imballaggi, che costituiscono una percentuale rilevante della plastica contenuta nei rifiuti urbani (oltre il 50%).

Risultati immagini per Great Pacific Garbage PatchIn Europa, dove il 38% della plastica finisce nelle discariche, scatole e involucri contribuiscono al 40% della produzione di questo materiale e a più del 10% dei rifiuti. Il 92% della plastica trovata in mare è composta da frammenti di meno di 5 millimetri, i più pericolosi per la fauna marina. Tracce sono comparse in Artide e Antartide. Sono finite inglobate in alcune rocce (un campione dei cosiddetti “plastiglomerati” è stato osservato alle Hawaii nel 2014) e si sono infilate nei sedimenti dei fondali oceanici. Questo materiale è perfino stato proposto come uno dei segni distintivi dell’antropocene, l’era geologica caratterizzata dai segni della presenza umana sulla Terra.

Più pericolose della plastica stessa, sono le sostanze che alla plastica vengono combinate durante i processi industriali, per fornirle le caratteristiche volute. “Potrebbero agire come pseudo-ormoni, creando scompensi nel sistema endocrino. Abbiamo osservato il Risultati immagini per Great Pacific Garbage Patchproblema nelle balene” spiega Aliani, uno dei coordinatori del progetto del CNR che ha studiato la situazione del Mediterraneo.

Secondo il National Geographic, anche i fondali non se la passano tanto bene: il 70% dei detriti marini precipitano e ricoprono dunque anche il fondo dell’oceano. Qui, come ha messo in evidenza l’Unep, anche le plastiche biodegradabili possono non decomporsi in mare, dato che sul fondo non arriva la luce del sole e la temperatura dell’acqua è molto più bassa di quella necessaria per avviare il processo di decomposizione.

 

Quando si dice che la platica non è biodegradabile, non s’intende che non si decompone, perché, invece, è proprio quello che fa, ma frammentandosi diventa persino più pericolosa, trasformandosi nella così detta micro-plastica che si diffonde in modo ancor più insidioso nell’ambiente.

Un documentario prodotto da Sky TG24 intitolato “La balena di plastica” mostra una balena arenatasi allo stremo delle forze a Sotra, in Norvegia. All’interno del suo intestino e del suo stomaco è stata trovata una grande quantità di plastica, l’equivalente di circa 30 borse di plastica. Non si trattava di un gigantesco capodoglio, ma di un cetaceo molto più piccolo, per dimensioni qualcosa di più di un delfino.Risultati immagini per plastic whale

Come spiega il documentario, le balene emettono dei sonar con i quali, tra le altre cose, riconoscono il cibo. Poiché il plancton di cui si nutrono, al sonar, appare molto simile alla plastica, questi animali la mangiano fino al momento in cui il loro stomaco ne è così pieno, che non possono più mangiare o evacuare e alla fine ne muoiono. Questo non è un problema solo delle balene. Nel 1994, per esempio, una tartaruga fu ritrovata in fin di vita con 54 sacchetti di plastica nell’esofago che le impedivano di mangiare e respirare. Secondo alcuni studi, in Olanda circa il 96% degli uccelli trovati morti aveva frammenti di plastica nello stomaco (circa 23 frammenti per uccello).

Risultati immagini per plastic whaleLa maggior parte delle specie animali non mangiano interi sacchi di plastica, ma la microplastica può essere ingerita assai più facilmente, accumulandosi allo stesso modo nello stomaco dei pesci o degli altri animali e da lì passando nell’intera catena alimentare, fino all’uomo.

 

Una soluzione per lo smaltimento naturale della plastica lo ha recentemente suggerito Federica Bertocchini, dell’Istituto di Biomedicina e Biotecnologia di Cantabria, in Spagna, che pulendo le larve che vivevano come parassite della cera delle api in uno degli alveari, dopo averle poste temporaneamente in un sacchetto di plastica, ha notato, che dopo poco tempo, sono apparsi sul sacchetto dei forellini. Mettendo quindi un centinaio Risultati immagini per larve della cera d'apidi larve in un sacchetto, dopo quaranta minuti ha notato i primi buchi. Dopo 12 ore, erano spariti 92 milligrammi di plastica. Alcuni batteri, invece, riescono a smaltire 0,13 milligrammi al giorno. Purtroppo parliamo di milligrammi smaltiti, contro milioni di tonnellate che ogni anno finiscono in mare. Di quanti batteri e quanti vermi avremmo bisogno per ripulire i nostri mari e le nostre terre?

 

Le plastiche sono tipicamente composte da polimeri sintetizzati artificialmente. La loro struttura non è disponibile in natura, quindi, come si scriveva prima, non sono biodegradabili. Peraltro, sono stati creati nuovi materiali con le proprietà e l’usabilità della plastica, ma biodegradabili.

La plastica biodegradabile si decompone completamente in anidride carbonica, metano, acqua, biomassa e composti inorganici, sotto l’azione di organismi viventi in condizioni aerobiche o anaerobiche.

Il processo trasforma i materiali artificiali come la plastica in componenti naturali. Il processo con il quale una sostanza organica, come un polimero, si converte in una sostanza inorganica, come l’anidride carbonica, si chiama mineralizzazione.Risultati immagini per plastica compostabile

Le plastiche compostabili si frammentano durante il ciclo di compostaggio e il processo di mineralizzazione comincia nel periodo richiesto per la degradazione degli scarti biologici (es. erba, rifiuti alimentari domestici).

Le plastiche compostabili sono un sottoinsieme delle plastiche biodegradabili e si decompongono biologicamente alle condizioni di compostaggio entro il tempo relativamente breve di un ciclo di compostaggio. Compostabile significa sempre biodegradabile, mentre biodegradabile non necessariamente significa compostabile.

Risultati immagini per plastica compostabileDovremmo, insomma, cercare di usare non semplicemente plastiche biodegradabili, ma possibilmente compostabili!

Anche se si degradano, le plastiche biodegradabili non devono essere gettate in natura! Come spiega www.plastice.org, le plastiche biodegradabili non sono estranee per l’ambiente naturale, come la plastica ordinaria, la cui influenza può essere diminuita ma non eliminata. Tuttavia, nonostante questi vantaggi, esse devono essere raccolte, solitamente insieme a rifiuti biologici, e processate aerobicamente o anerobicamente.

 

Secondo Polimerica, in Europa, delle 25,8 milioni di tonnellate di plastiche trasformatesiRisultati immagini per plastica compostabile in rifiuto nel 2014, il 29,7% è stato raccolto e riciclato (per un totale 7,7 milioni di tonnellate), un altro 39,5% è stato trasformato in energia (10,2 milioni di tonnellate), mentre il 30,8%, pari a 8 milioni di tonnellate di prezioso materiale, è finito in discarica, la peggiore delle opzioni a disposizione.

La nota positiva è che, dal 2006 al 2014, il ricorso alla discarica è crollato del 38%, da 12,9 a 10,2 milioni di tonnellate, mentre il riciclo meccanico è salito del 64%, da 4,7 a 7,7 milioni di tonnellate, e quello energetico del 46%, da 7 a 10,2 milioni di tonnellate. L’Italia si colloca in una posizione intermedia tra paesi europei che ricorrono alla discarica, con il 40% dei rifiuti plastici non recuperati altrimenti, non raggiungendo i livelli virtuosi di Svizzera, Germania, Austria o Benelux, che conferiscono in discarica meno del 10% delle plastiche a fine vita. Se si limita l’analisi ai soli imballaggi in plastica (oggetto della raccolta differenziata nel nostro Paese), l’Italia si posiziona al tredicesimo posto con oltre il 75% tra riciclo e termovalorizzazione, ben prima di Paesi come Francia o Regno Unito.

Purtroppo non tutta la plastica è correttamente smaltita.

Secondo Greenpeace, in media 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono ogni anno nei mari di tutto il mondo. Plastica che viene ingerita dalle balene e che potrebbe portarle all’estinzione, plastica che si degrada trasformandosi in micro-plastica, entrando nel ciclo alimentare di tutti gli esseri viventi.

La plastica insomma inquina? Così sembrerebbe, ma la risposta non è così semplice.

Come ci spiega Focus Junior, la plastica per essere prodotta richiede meno energia di quanta ne occorre per una bottiglia di vetro o un sacchetto di carta. Essendo più leggera di altri materiali da imballaggio richiede meno energia anche per il trasporto. Meno energia si consuma, dunque, meno s’inquina.  Il problema della plastica non è che è un materiale che inquina in quanto tale. Altri materiali inquinano di più, perché comportando un maggior dispendio di energia, determinano un maggior uso di combustibili. Siamo noi uomini, a inquinare e devastare l’ambiente lasciando in giro bottigliette, sacchetti e oggetti. Infatti, l’elevata resistenza agli agenti atmosferici e al passare del tempo di questo materiale fanno sì che duri disperso nell’ambiente per lungo tempo. E, se giunge in mare, rappresenta un grave pericolo per le creature marine che dovessero ingoiarlo. Per questa ragione, conclude Focus Junior, è importantissimo gettare tutta la plastica usata nei raccoglitori per la raccolta differenziata. Così facendo otterremo un doppio risultato: rispettare l’ambiente in cui viviamo e risparmiare energia e materie prime, trasformando le bottigliette vuote e i sacchetti in nuovi oggetti utili.

 

Negli ultimi 20 anni, l’uso della plastica nelle automobili è aumentato del 114% e si stima Risultati immagini per plastica automobiliche, senza questo materiale, le auto odierne peserebbero in media almeno 200 kg di più.

Si ritiene che, su una durata media di un’auto stimata in 150.000 km, la riduzione del peso ha contribuito a diminuire il consumo di carburante di circa 750 litri. A sua volta ciò riduce il consumo di petrolio di circa 12 milioni di tonnellate e le emissioni di CO2 di circa 30 milioni di tonnellate all’anno in Europa Occidentale. Insomma, gli effetti ambientali dell’uso della plastica nel settore automobilistico sono contrastanti, da una parte aumenta la plastica utilizzata, dall’altra migliora l’efficienza dei veicoli.

È la grande contraddizione della plastica, la cui leggerezza, resistenza ed economicità la rendono un materiale che abbassa i consumi energetici, con effetti benefici sull’inquinamento, ma la sua non biodegradabilità unità alla sua tendenza a deteriorarsi e frammentarsi la rendono un grave inquinante.

Il rapporto dell’uomo con la plastica è qualcosa che dovrà essere rivisto molto presto. Lo stesso esaurirsi della sua materia prima principale, il petrolio, le cui riserve sono da decenni sempre più prossime a raggiungere livelli di anti-economicità, potrebbero portare a una morte naturale della plastica. Se così non fosse e anche prima che questo avvenga dovremo immaginare un’uscita da quest’Età della Plastica, prima che il nostro pianeta ne rimanga soffocato.

La plastica è una delle varie sirene del nostro tempo, che ci ammalia con il suo canto, ma che nasconde insidie ormai sempre più evidenti.

Occorre ripensare l’intero rapporto con il pianeta e la natura per consentirne la sopravvivenza e per evitare l’estinzione della nostra specie che sempre più fattori stanno contribuendo a rendere un evento tutt’altro che fantascientifico.

 

IL TRADIMENTO AMERICANO

La devastazione provocata dall’uomo e, soprattutto, dalla civiltà industriale sulla Terra non ha impatti solo sul clima, ma riguarda anche la deforestazione, la perdita di biodiversità, l’inquinamento dell’aria e delle acque, l’alterazione o distruzione degli ecosistemi, l’estinzione di migliaia di specie animali e vegetali, l’esaurimento delle risorse naturali.

Il surriscaldamento globale è, comunque, uno dei drammi più sensibili del nostro tempo. L’ottenimento di accordi internazionali come quelli di Kyoto e di Parigi per limitarne i danni e cercare di farne regredire gli effetti ci aiutano a credere che la nostra razza non sia del tutto folle, incosciente e criminale. Ogni popolo e Paese civile e dotato di sensibilità e cultura, è ormai oggi consapevole che solo mediante una collaborazione internazionale potremo salvare questo nostro pianeta malato.Risultati immagini per accordo di Parigi

Il primo giugno 2017 il Presidente Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti d’America non parteciperanno più all’accordo sul clima di Parigi. La scusa è che gli accordi sono poco favorevoli agli Stati Uniti. Un passo indietro da parte di un Paese tanto importante su un simile tema è, oggettivamente pericoloso, allarmante come esempio per altri Paesi e del tutto vergognoso.Risultati immagini per trump

Chiudere pubblicamente gli occhi sui rischi ambientali è un autentico crimine politico. I danni che ne potranno derivare sono forse peggiori di un genocidio, sia perché le alterazioni climatiche possono renderci colpevoli anche di innumerevoli estinzioni di specie naturali che si troveranno private del loro clima abituale, sia perché i danni sulla stessa popolazione umana e sulle generazioni future sono inimmaginabili.

Che cosa prevede l’intesa di Parigi?

Secondo il sito della Commissione Europea, alla conferenza sul clima di Parigi (COP21) del dicembre 2015, 195 paesi hanno adottato il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale.

L’accordo definisce un piano d’azione globale, inteso a rimettere il mondo sulla buona strada per evitare cambiamenti climatici pericolosi limitando il riscaldamento globale al di sotto dei 2ºC.

Con l’accordo di Parigi i governi hanno concordato di:

  • mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali come obiettivo a lungo termine;
  • puntare a limitare l’aumento a 1,5°C, dato che ciò ridurrebbe in misura significativa i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici;
  • fare in modo che le emissioni globali raggiungano il livello massimo al più presto possibile, pur riconoscendo che per i paesi in via di sviluppo occorrerà più tempo;
  • procedere successivamente a rapide riduzioni in conformità con le soluzioni scientifiche più avanzate disponibili;
  • riunirsi ogni cinque anni per stabilire obiettivi più ambiziosi in base alle conoscenze scientifiche;
  • riferire agli altri Stati membri e all’opinione pubblica cosa stanno facendo per raggiungere gli obiettivi fissati;
  • segnalare i progressi compiuti verso l’obiettivo a lungo termine attraverso un solido sistema basato sulla trasparenza e la responsabilità;
  • rafforzare la capacità delle società di affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici;
  • fornire ai paesi in via di sviluppo un sostegno internazionale continuo e più consistente all’adattamento.

 

L’accordo, inoltre, riconosce:

  • l’importanza di scongiurare, minimizzare e affrontare le perdite e i danni associati agli effetti negativi dei cambiamenti climatici;
  • la necessità di cooperare e migliorare la comprensione, gli interventi e il sostegno in diversi campi, come i sistemi di allarme rapido, la preparazione alle emergenze e l’assicurazione contro i rischi:
  • il ruolo dei soggetti interessati che non sono parti dell’accordo nell’affrontare i cambiamenti climatici, comprese le città, altri enti a livello subnazionale, la società civile, il settore privato e altri ancora.

 

Essi sono invitati a:

  • intensificare i loro sforzi e sostenere le iniziative volte a ridurre le emissioni;
  • costruire resilienza e ridurre la vulnerabilità agli effetti negativi dei cambiamenti climatici;
  • mantenere e promuovere la cooperazione regionale e internazionale.

Risultati immagini per inquinamento

L’UE e altri paesi sviluppati continueranno a sostenere l’azione per il clima per ridurre le emissioni e migliorare la resilienza agli impatti dei cambiamenti climatici nei paesi in via di sviluppo. Altri paesi sono invitati a fornire o a continuare a fornire tale sostegno su base volontaria.

I paesi sviluppati intendono mantenere il loro obiettivo complessivo attuale di mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 e di estendere tale periodo fino al 2025. Dopo questo periodo sarà stabilito un nuovo obiettivo più consistente.

L’accordo è stato aperto alla firma per un anno il 22 aprile 2016.

Per entrare in vigore, almeno 55 paesi che rappresentino almeno il 55% delle emissioni globali dovevano depositare i loro strumenti di ratifica. Il 5 ottobre l’UE ha formalmente ratificato l’accordo di Parigi, consentendo in tal modo la sua entrata in vigore il 4 novembre 2016. Gli Stati Uniti nel 2016 rappresentavano da soli il 15% del pianeta. Con la Cina rappresentano il 45%. La loro uscita mette seriamente in crisi l’accordo e rende l’impegno cinese centrale, con evidenti ripercussioni.

 

La scelta di abbandono degli USA è dettata da considerazioni di tipo economico e da interessi specifici del Paese, dimostrando un forte miopia e un autolesionistico egoismo politico. La giustificazione di Trump è che “l’accordo negoziato da Obama impone target non realistici per gli Stati Uniti nella riduzione delle emissioni, lasciando invece a paesi quali la Cina un lasciapassare per anni”. Trump uscendo dall’accordo non ha certo fatto un colpo di mano, ma ha semplicemente mantenuto una promessa elettorale. Per un ritiro totale dall’accordo parigino, però, ci vorranno quattro anni e quindi la decisione finale sarà presa dal popolo americano in occasione delle elezioni del 2020 e rimane la speranza che l’elettorato americano nel frattempo riacquisti coscienza delle proprie responsabilità.

L’America, però, votando Trump già sapeva che questa sarebbe stata la sua posizione sul clima. Il tradimento degli accordi per la salvaguardia del pianeta e del nostro futuro è, dunque, un tradimento americano, confrontabile con il recente tradimento degli ideali di pacificazione e di unità europea realizzato con la Brexit dalla Gran Bretagna. Rimane sempre la speranza che questi popoli si ravvedano e riportino i rispettivi Paesi sulla giusta rotta, ma oggi si può quasi dire che il mondo ha smesso di parlare inglese. Con la Brexit e l’uscita dagli accordi di Parigi la guida morale e culturale anglosassone è finita. Il secolo americano si è concluso. L’innamoramento del mondo, dell’Europa e dell’Italia verso la comunità anglosassone ha subito un duro colpo. L’America, che negli ultimi decenni aveva guidato gran parte del mondo tenendo alte le bandiere della Libertà e della Democrazia, si è oggi dimostrata incapace di reggere le più moderne bandiere della Solidarietà e della Difesa dell’Ambiente. L’Europa e il mondo traditi devono procedere senza più l’antico amante e trovare una nuova strada. Questo non vuol dire cercare un nuovo Paese guida, ma costruire finalmente una comunità internazionale europea e non solo che sia multietnica e multilinguistica e non più anglocentrica. A onore degli Americani, va detto che molte città e molti stati USA hanno subito dichiarato che nonostante la posizione del Presidente, andranno avanti con gli obblighi dell’accordo di Parigi. Persino la Gran Bretagna della May in fuga dall’Europa ha dichiarato che non rinuncerà ai propri impegni. Abbiamo, dunque, ancora una speranza che l’antico amore verso i Paesi anglosassoni possa salvarsi nonostante la Brexit e la nuova follia dell’America First.

La fuga di Trump, comunque, non basta in sé a far saltare l’accordo di Parigi. La Cina, che proprio l’America di Obama aveva convinto ad aderire, ha assicurato che proseguirà con l’Europa sugli obiettivi di riduzione delle emissioni inquinanti, assumendo inaspettatamente una nuova levatura morale. L’Unione Europea e la Russia hanno confermato il loro impegno. Senza il secondo Paese più inquinante del mondo, raggiungere gli obiettivi, però, sarà assai più arduo e altri Paesi potrebbero essere indotti a seguire l’egoistico esempio americano.

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Secondo wikipedia, il surriscaldamento climatico (per favore, non chiamiamolo più “global warning) è il mutamento del clima terrestre sviluppatosi nel corso del XX secolo e tuttora in corso. Tale mutamento è attribuito in larga misura alle emissioni nell’atmosfera terrestre di crescenti quantità di gas serra e ad altri fattori comunque dovuti all’attività umana.

Nel corso della storia della Terra si sono registrate diverse variazioni del clima che hanno condotto il pianeta ad attraversare diverse ere glaciali alternate a periodi più caldi detti ere interglaciali. Queste variazioni sono riconducibili principalmente a mutamenti periodici dell’assetto orbitale del nostro pianeta, con perturbazioni dovute all’andamento periodico dell’attività solare e alle eruzioni vulcaniche (per emissione di CO2 e di polveri).

 

Sempre secondo wikipedia, per riscaldamento globale s’intende invece un fenomeno di incremento delle temperature medie della superficie della Terra non riconducibile a cause naturali e riscontrato a partire dall’inizio del XX secolo. Secondo il quarto rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) del 2007 la temperatura media della superficie terrestre è aumentata di 0.74 ± 0.18 °C durante il XX secolo. La maggior parte degli incrementi di temperatura sono stati osservati a partire dalla metà del XX secolo con la distribuzione del riscaldamento climatico che non è uniforme su tutto il globo, ma presenta un picco massimo nell’emisfero settentrionale a partire dalle medie e alte latitudini fino al polo nord, più accentuato sulla terraferma che sui mari e oceani  e un livello minore nell’emisfero sud, circondato dagli oceani, con la zona del polo sud con una tendenza opposta al raffreddamento. Sembrerebbe cioè esserci, anche a livello geografico, una correlazione stretta tra le zone più inquinanti del pianeta e gli incrementi di temperatura. Sarebbero, quindi, proprio i Paesi più industrializzati a generare l’innalzamento e a subirne le più immediate conseguenze.

Questo incremento medio globale sarebbe attribuibile all’aumento della concentrazione atmosferica dei gas serra, in particolare dell’anidride carbonica, dunque una conseguenza dell’attività umana, in particolare della generazione di energia per mezzo di combustibili fossili e della deforestazione, che genera a sua volta un incremento dell’effetto serra. L’oscuramento globale, causato dall’incremento della concentrazione in atmosfera di aerosol, blocca i raggi del sole, per cui, in parte, potrebbe mitigare gli effetti del riscaldamento globale. I report dell’IPCC suggeriscono che durante il XXI secolo la temperatura media della Terra potrà aumentare ulteriormente rispetto ai valori attuali, da 1,1 a 6,4 °C in più, a seconda del modello climatico utilizzato e dello scenario di emissione. E questo che l’accordo di Parigi cerca di impedire.

 

La temperatura media superficiale della terra al 2015

L’aumento delle temperature sta causando importanti perdite di ghiaccio e l’aumento del livello del mare. Sono visibili anche conseguenze sulle strutture e intensità delle precipitazioni, con conseguenti modifiche nella posizione e nelle dimensioni dei deserti subtropicali. La maggioranza dei modelli previsionali prevede che il riscaldamento sarà maggiore nella zona artica e comporterà una riduzione dei ghiacciai, del permafrost e dei mari ghiacciati, con possibili modifiche alla rete biologica e all’agricoltura. Il riscaldamento climatico avrà effetti diversi da regione a regione e le sue influenze a livello locale sono molto difficili da prevedere. Come risultato dell’incremento in atmosfera del diossido di carbonio gli oceani potrebbero diventare più acidi.

 

2016: Estensione dei ghiacci artici rispetto al 1981

 

 

2016: Livello medio del mare, dati satellitari

Sempre secondo wikipedia, la comunità scientifica è sostanzialmente concorde nel ritenere che la causa del riscaldamento globale sia di origine antropica.

Dal 2014 la Cina ha superato gli Stati Uniti d’America come maggior Paese inquinante della Terra. Nel 2016 Pechino è, infatti, responsabile del 28,21% delle emissioni di gas serra. Gli USA sono colpevoli per il 15,99%. La Cina, però, è ancora indietro nel suo processo di sviluppo economico e parrebbe giusto chiedere a chi ha già elevati PIL pro capite ed elevati tenori di vita come gli americani, uno sforzo maggiore che quello richiesto a un Paese ancora in crescita. È questo che l’America di Trump non vuole accettare.

Mettendo le emissioni in rapporto con le popolazioni dei singoli Paesi, gli Stati occidentali e quelli del Golfo Persico risultano in cima alla lista dei maggiori produttori di emissioni di gas serra. Ogni abitante di Australia, Canada e Stati Uniti produce oltre 20 tonnellate di gas nocivi ogni anno, più del doppio rispetto ai cinesi.

Al terzo posto della classifica dei Paesi inquinanti nel 2016 troviamo l’India con il 6,24% e al quarto la Russia con il 4,53%. Seguono il Giappone con il 3,67% e la Germania con il 2,23%. La Corea pesa poi 1,75% e l’Iran l’1,72%. Se consideriamo l’Europa a 27 più la Gran Bretagna, l’UE sarebbe al terzo posto con il 9%.

Appare evidente quanto sia rilevante un apporto americano all’iniziativa.

Come dimostra il recente sorpasso cinese, la situazione è in continua evoluzione e i Paesi occidentali in passato hanno contribuito in modo assai più significativo. Se si calcolano i dati a partire dall’inizio della Rivoluzione industriale del XVIII secolo, secondo Rai News, gli Stati Uniti sono i principali produttori di gas serra nei settori industriale ed energetico, con il 28% del totale. Seguono la Cina al 9,9%, la Russia al 6,9%, il Regno Unito al 5,9% e la Germania al 5,6%.

Nel 1751, il primo anno in cui sono disponibili dati, sono state prodotte circa 11 milioni di tonnellate di biossido di carbonio in tutto il mondo. Negli anni ’60, il livello di CO2 era 1.000 volte superiore e nel 2015 sono state emesse a livello globale circa 36,2 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio.

Secondo il rapporto IPCC (“Intergovernmental Panel on Climate Change”) “le emissioni pro capite nei Paesi altamente industrializzati restano in media cinque volte più alte che negli Stati meno ricchi”.

Secondo il sito di RAI News, la produzione di energia è la principale causa di emissioni di gas serra, circa un terzo del totale. Fra i combustibili fossili, a generare la maggiore quantità di inquinanti è il carbone, seguito dal petrolio e dal gas naturale.

L’agricoltura, la selvicoltura e altri tipi di sfruttamento del terreno rappresentano il 24% delle emissioni totali. Altri settori molto inquinanti sono i trasporti, che producono il 13% dei gas serra mondiali, e l’edilizia, con il 7%.

L'immagine può contenere: spazio all'aperto

Mario Sanchez Nevado

Secondo il V Rapporto dell’IPCC, AR5, “È estremamente probabile che l’influenza umana sia stata la causa dominante del riscaldamento osservato dalla metà del 20° secolo”. I cambiamenti osservati mostrano che il riscaldamento del sistema climatico è inequivocabile, e che dal 1950 molti dei cambiamenti osservati sono senza precedenti nei millenni trascorsi. L’atmosfera e gli oceani si sono riscaldati, le quantità di neve e ghiaccio sono diminuite, il livello del mare è aumentato e le concentrazioni di gas serra sono aumentate. Ciascuno degli ultimi tre decenni è stato nell’ordine il più caldo sulla superficie della Terra rispetto a qualsiasi decennio precedente a partire dal  1850.

Nell’emisfero settentrionale il periodo 1983-2012 è stato probabilmente il trentennio più caldo degli ultimi 1400 anni.Risultati immagini per accordo di Parigi

Secondo il Comitato Scientifico della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, le emissioni pro capite cinesi sono ora circa alla pari con quelle dell’UE a circa 7 tC/py. Nel 2012, le emissioni di CO2 degli Stati Uniti sono diminuite del 4% e sono scese di oltre il 12% dal 2005. Le emissioni pro capite americane sono tuttavia molto superiori, pari a 16.4 tC/py, il peggior valore del pianeta.

In Cina le emissioni di pro capite sono pari a quelle europee, e quasi la metà degli Stati Uniti, le sue efficienza energetica è invece circa  la metà degli Stati Uniti e dell’Europa, ed è pari a quella della Federazione russa. Il grande pacchetto di stimolo economico della Cina, finalizzato ad evitare un rallentamento della crescita economica durante la crisi globale, è all’esaurimento.

 

2016: Concentrazione della CO2 in atmosfera

Che cosa occorre fare? Innanzitutto, serve un grande sforzo collettivo della comunità internazionale per far capire al governo e al popolo americano le conseguenze della loro decisione di abbandono e invitarli a mantenere responsabilmente gli impegni presi. Poi, si dovrà ricercare una sempre maggior presa di coscienza in tutto il mondo delle esigenze di salvaguardia ambientale del pianeta, che come detto all’inizio non possono limitarsi alla difesa delle temperature e del clima, ma che devono considerare questo come un punto minimale di partenza per l’impegno comune di tutti i popoli e di tutte le nazioni di questo piccolo pianeta errante nella vastità dell’universo che è la nostra sola casa e dal quale non siamo in alcun modo in grado di fuggire o vivere senza.

Dobbiamo dire basta a tutti gli egoismi, alle America First e a tutte le forme di nazionalismo autoreferenziale. Al primo posto non deve essere mai un singolo Paese, ma l’intero mondo, il terzultimo pianeta viaggiando verso il Sole.

Risultati immagini per accordo di Parigi

PERCHÉ IL TERRORISMO NON CI DEVE PREOCCUPARE

Leggo su un vecchio articolo de La Stampa che  nel mondo, solo nel 2014, le vittime del terrorismo sono state 32.658, ben l’80% in più rispetto al 2013, 18.111.

L’articolo prosegue citando il Global terrorism database Università del Maryland, (elaborazione Catchy per La Stampa) secondo il quale tra il 1970 e il 2014 in media ci sarebbero state 394 azioni terroriste l’anno in Europa. Nel mondo, invece, ci sono stati, in questo arco temporale, 62.145 attacchi, 1.381 attentati con almeno una vittima ogni anno, quasi quattro al giorno.

Qui, invece, si può vedere un grafico dell’istituto di elaborazione di dati Statista che mostra il numero di vittime in Europa Occidentale, suddivise per nazionalità, tra il 1970 e il 2015, mostrando un picco nel 1988 con un numero di morti tra 425 e 450. Nel 2015 non si arriva a 150 e negli anni precedenti siamo ampiamente sotto le 25 vittime.

vittime terrorismo

Leggo, poi, su wikipedia che in Europa gli incidenti stradali sono una delle prime cause di morte, con più di 120.000 vittime all’anno.

Un articolo de La Stampa dichiara che nel 2015 nell’Unione Europea le vittime registrate sono state 26mila, come nel 2014 (fonte Eurostat) per una media di 51 morti per milione di abitanti.

Secondo il sito dell’ASAPS (Portale della Sicurezza Stradale), nel 2015 sulle strade della UE, 26.300 persone hanno perso la vita (in media 70 al giorno): l’1,3% in più rispetto all’anno precedente.

Epicentro, il portale dell’epidemiologia per la salute pubblica, scrive che gli incidenti stradali sono un problema di salute pubblica molto importante, ma ancora troppo trascurato e che per l’Oms sono la nona causa di morte nel mondo fra gli adulti, la prima fra i giovani di età compresa tra i 15 e i 19 anni e la seconda per i ragazzi dai 10 ai 14 e dai 20 ai 24 anni. Si stima, inoltre, che senza adeguate contromisure, entro il 2020 rappresenteranno la terza causa globale di morte e disabilità. Il peso di questo problema non è distribuito in maniera uniforme ed è fonte di una crescente disuguaglianza tra i diversi Paesi, con svantaggi socioeconomici delle categorie di persone più a rischio.

Epicentro riporta che Secondo il rapporto 2009 “European status report on road safety. Towards safer roads and healthier transport” dell’Oms Europa, ogni anno circa 120 mila persone muoiono a causa di incidenti stradali nella Regione europea dell’Oms, mentre 2,4 milioni rimangono infortunate.

Pedoni, ciclisti e motociclisti costituiscono circa il 39% delle vittime della strada e, mediamente, i Paesi a basso e medio reddito hanno un numero complessivo di incidenti pari al doppio di quello dei Paesi industrializzati. Gli incidenti stradali sono la prima causa di morte nei giovani di età compresa tra i 5 e i 29 anni e hanno un impatto sulle economie dei singoli Paesi superiore al 3% del prodotto interno lordo.

Il 70% degli incidenti mortali avviene nei Paesi più poveri e, all’interno dei Paesi dell’ex Unione sovietica, il tasso di mortalità è circa quattro volte superiore a quello dei Paesi nordici. I Paesi dell’Est europeo sono quelli con la più alta proporzione di incidenti mortali per i pedoni, mentre Italia, Grecia, Malta, Cipro e Francia sono gli Stati con il più elevato numero di decessi per incidenti mortali in moto.

La differenza tra i 120.000 morti dell’Europa OMS e i 26.000 dell’Unione Europea sembrano un segnale di una maggior attenzione e di maggiori norme di sicurezza dell’area UE.

Secondo le stime pubblicate nel 2009 dall’Oms nel “Global status report on road safety”, ogni anno i morti sulle strade sono circa 1,3 milioni e le persone che subiscono incidenti non mortali sono tra i 20 e i 50 milioni.

Nel 2004 gli incidenti stradali si collocavano al quarto posto nella classifica delle cause più importanti di morte della popolazione mondiale, ma per il 2030 si prevede che raggiungano la quinta posizione. I Paesi a basso e medio reddito hanno un tasso di incidenti mortali maggiore rispetto ai Paesi più ricchi: rispettivamente 21,5; 19,5; 10,3 ogni 100 mila persone. Pur avendo solo il 48% del totale dei veicoli registrati, nei Paesi più poveri si verifica il 90% degli incidenti globali. Malgrado nei Paesi industrializzati negli ultimi 40-50 anni il tasso di mortalità per incidente stradale sia diminuito, l’incidente stradale rimane una delle più importanti cause di morte e disabilità.

Avete letto?

Posso farvi una domanda?

Quale causa di morte vi preoccupa di più, il terrorismo o il traffico auto?

Pesano di più 100 morti all’anno o 120.000?

Un milione e trecentomila morti all’anno sulle strade del mondo non vi sembrano degni di attenzione? Non vi sembra un tema che dovrebbe stare nelle prime pagine dei giornali ogni giorno? Non dovrebbe trovarsi al primo posto nei programmi politici di ogni partito?

Come possiamo accettare che dei demagoghi ci prendano in giro e chiedano di limitare la nostra libertà e la nostra privacy in nome di una del tutto falsa esigenza di sicurezza?

Non faremmo assai meglio il bene dell’Europa e del mondo combattendo le morti su strada piuttosto che lottando contro alcuni esaltati che ammazzano gente?

Non dico che costoro non vadano fermati e puniti, come è giusto per ogni criminale. Ogni omicidio è un delitto. Ma le automobili dovrebbero essere una preoccupazione assai maggiore per tutti noi. Sono loro i nostri veri killer!

Eppure le auto non sono il solo dei problemi di cui la politica e i media dovrebbero occuparsi assai di più invece di prenderci in giro parlandoci di terrorismo e dando risalto a pochi squilibrati ed esaltati, facendoli sentire molto più importanti di quello che sono, facendogli credere di poter influenzare le nostre esistenze molto di più di quanto in realtà siano in grado di fare.

Il vero pericolo sono quei media e quei politici che vogliono farci credere che il terrorismo sia una priorità.

Ci sono molti temi che dovrebbero interessare la politica e i media, ma limitiamoci qui a parlare di quelli che concernono la morte.

Quali sono le principali cause di morte? Abbiamo visto che non lo è certo il terrorismo, la cui incidenza statistica è inessenziale e ridicola.

Secondo l’Eurostat per l’UE-28 per il periodo di riferimento 2012 le cause di morte di gran lunga predominanti in Europa sono le malattie del sistema circolatorio (393,6 ogni 100.000 abitanti) e i tumori (neoplasie maligne).

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Il tasso di mortalità standardizzato per le malattie ischemiche del cuore nell’UE-28 è di 137 decessi per 100 000 abitanti.

Le malattie respiratorie sono la terza principale causa di morte nell’UE-28.

Secondo questo studio le cause di morte per incidenti stradali sono di 6,3 ogni 100.000 abitanti. Dunque le malattie ischemiche del cuore sono una causa di morte assai più grave persino degli incidenti automobilistici, che, come abbiamo visto, sono molto più rilevanti degli effetti del terrorismo.

Il Sole 24 Ore riporta che al primo posto nel mondo tra le cause di decesso ci sono le malattie ischemiche cardiache, con 7,4 milioni di decessi, seguite dall’ictus, con 6,7 milioni di morti. Sono state queste, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, le due principali cause di morte nel mondo nel 2012. Al terzo posto della “top 10” stilata dall’Oms figurano, ex aequo, la broncopneumopatia cronica ostruttiva e le infezioni delle vie aeree inferiori, responsabili ciascuna di 3,1 milioni di decessi. Al quarto i tumori polmonari (insieme con quelli della trachea e dei bronchi), che hanno fatto registrare 1,6 milioni di decessi, e al quinto posto l’Hiv/Aids, con 1,5 milioni, pari merito con diarrea e diabete. Gli incidenti stradali, che nel corso del solo 2012 hanno fatto registrare 1,3 milioni di morti a livello mondiale, figurano al sesto posto. A chiudere la “top 10” sono le patologie ipertensive, responsabili di 1,1 milioni di decessi.

Per dirla con le percentuali, le malattie ischemiche cardiache rappresentano il 13,2% di tutte le morti a livello globale, l’ictus l’11,9%, la broncopneumopatia cronica ostruttiva il 5,6%, le infezioni delle basse vie aeree il 5,5%, i tumori a trachea, bronchi e polmoni il 2,9%, l’Hiv/Aids, la diarrea e il diabete mellito il 2,7% ciascuno, gli incidenti stradali il 2,2% e le patologie ipertensive il 2%. Il 48,6% rappresenta invece le morti “per altre cause”.

Alcune di queste malattie sono determinate dal nostro stile di vita. Il nostro stile di vita comprende la creazione di inquinamento. Le automobili sono un’importante causa di inquinamento.

Leggo su Terra Nuova che nel 2012 circa 7 milioni di persone sono morte a causa dell’inquinamento atmosferico. Sarebbe la sentenza glaciale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) che ha pubblicato uno studio ricco di dati e statistiche sugli effetti dell’urbanizzazione sulla salute umana. Le aree geografiche più interessate con 5,9 milioni di decessi sono in Asia e nelle regioni del Pacifico.

Per essere più precisi, però, il rapporto distingue tra decessi derivati da inquinamento atmosferico outdoor e inquinamento indoor. La cattiva aria che respiriamo negli spazi chiusi provoca addirittura più decessi: circa 4,3 milioni contro i 3,7 milioni negli spazi aperti.

Per l’inquinamento indoor le cause principali sono il fumo, le emissioni di fornelli e cucine, e il riscaldamento a legna o carbone.

I numeri generali sono raddoppiati. Nello studio precedente, datato 2008, l’OMS aveva parlato di 3,2 milioni di morti totali, di cui 1,3 per l’inquinamento esterno e 1,9 per quello domestico.

I dati rivelano uno stretto collegamento tra inquinamento in aree confinate e inquinamento esterno, con una diffusa incidenza su malattie cardiocircolatorie, infarti, ischemie, tumori.

Nello schema (Fonte OMS) seguente si riassumono le percentuali di incidenza delle singole malattie:

Inquinamento atmosferico esterno:

40% – ischemie cardiache

40% – ictus

11% – malattia polmonare ostruttiva

6% – cancro al polmone

3% – infezioni respiratorie acute nei bambini

 

Inquinamento indoor:

34% – ictus

26% – ischemie cardiache

22% – malattia polmonare ostruttiva ..

12% – infezioni respiratorie acute nei bambini

6% – cancro al polmone

Un post su QualEnergia di marzo 2016 riporta che una morte su quattro a livello mondiale è causata da fattori di rischio ambientale. Secondo quest’articolo sarebbero ben 12,6 milioni le morti attribuibili all’inquinamento ambientale. In Europa nel 2012 l’inquinamento ha provocato 1,4 milioni decessi prematuri. Siano 7 o 13 milioni i morti da inquinamento, sono comunque una percentuale rilevante. Un morto su quattro, se possiamo considerare vera tale informazione, sarebbe ancor più impressionante.

Su Epicentro si legge che nel documento “Country profiles of the environmental burden of disease” dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (il primo rapporto sull’impatto delle condizioni ambientali sulla salute Paese per Paese, presentato in un convegno a Vienna  il 13-15 giugno 2007) i rischi ambientali considerati sono l’inquinamento, le radiazioni ultraviolette, i fattori occupazionali, i cambiamenti climatici e degli ecosistemi, i rumori, l’edilizia, l’agricoltura e i comportamenti delle persone. Le malattie causate da questi fattori comprendono diarrea, infezioni respiratorie, asma, malattie cardiovascolari, oltre agli infortuni e ai disturbi dello sviluppo del sistema nervoso.

I dati indicano che in tutti i Paesi la salute della popolazione potrebbe migliorare molto riducendo i rischi ambientali: in tutto il mondo si potrebbero evitare 13 milioni di morti ogni anno. Nessun Paese è immune dal fenomeno, ma i dati mostrano anche enormi diseguaglianze: nei Paesi a basso reddito gli anni di vita in buona salute persi a causa di disabilità (Daly) sono venti volte quelli dei Paesi ricchi. Tra i più colpiti ci sono Angola, Burkina Faso, Mali e Afghanistan.

In alcuni Paesi, addirittura un terzo delle malattie potrebbero essere prevenute con miglioramenti ambientali. In 23 Paesi più del 10% delle morti sono dovute alla cattiva qualità dell’acqua e all’inquinamento nei luoghi chiusi causato dall’uso di combustibili per cucinare.

La fascia di popolazione più colpita è quella dei bambini fino a 5 anni, che rappresentano il 74% dei morti per malattie diarroiche e infezioni alle basse vie respiratorie. Per ridurre in modo significativo il tasso di morti sarebbero quindi molto utili gli interventi al livello delle abitazioni: l’uso di gas o elettricità per cucinare, il miglioramento della ventilazione e il cambiamento di alcune abitudini di vita (per esempio, tenere i bambini lontani dal fumo di tabacco).

 

Posso ripetervi la domanda?

Se un politico o un giornale o un canale televisivo vi dicono che il terrorismo è il nostro primo  problema, cosa pensate?

Se il terrorismo avesse fatto 7,4 milioni di morti all’anno come le malattie ischemiche cardiache sarebbe di sicuro Il Nostro Problema, con tutte le maiuscole che volete, ma non è così.

 

Se qualcuno vi dice che la lotta al terrorismo è una priorità, pensate abbia ragione?

Se qualcuno vi dice che dobbiamo avere paura dei terroristi, pensate abbia ragione?

Se poi qualcuno viene persino a dirvi che dovremmo avere paura degli islamici in genere, perché una piccolissima minoranza di loro è rappresentata da terroristi, pensate abbia ragione? Quanti mussulmani pensate siano terroristi? E quanti cristiani? Non ho statistiche, ma che percentuali immaginate? Nel 2010 il cristianesimo era di gran lunga la religione più seguita al mondo (2,2 miliardi di seguaci su 6,9 miliardi di abitanti sulla Terra, circa il 31% della popolazione globale). Di contro, l’Islam raccoglieva 1,6 miliardi di seguaci (il 23% della popolazione). Sono 1,6 miliardi di terroristi? Certo che no. Se lo fossero non avremmo certo le poche decine di morti che abbiamo ogni anno ma probabilmente l’umanità sarebbe già estinta! Il basso numero di attentati rispetto alla popolazione mussulmana dimostra da solo che non è l’appartenenza a quella fede a fare di una persona un terrorista e un assassino. Se, come alcuni ci vogliono far credere, l’Islam istigasse a uccidere, avremmo in giro centinaia di milioni di killer. Non è così, dunque la tesi è errata. Il razzismo nasce da pregiudizi come questi, nonostante l’evidenza della logica e della statistica.

Siamo fatti di emotività oltre che di ragione e vedere qualcuno ucciso ingiustamente, ci indigna e ci fa inorridire. È giusto che sia così. Deve essere così. I responsabili degli attentati sono dei mostri e dei pazzi, degli esseri sfuggiti a un medioevo che speravamo di aver sconfitto. Non per quanto detto sopra dobbiamo smettere di combatterli, ma non dobbiamo avere paura di loro. Non possiamo avere paura di loro.

La barbarie si combatte con la cultura e l’intelligenza, la superstizione si combatte con la cultura e la conoscenza. Diamo cultura e conoscenza a tutto il mondo e il terrorismo sarà un ricordo del passato. Diamo cultura e conoscenza a tutto il mondo perché questo ci aiuterà a combattere anche i problemi veri, anche le vere cause di morte. Cominciamo a renderci conto che i veri assassini siamo noi, Cominciamo a considerare che ci trasformiamo in potenziali assassini ogni volta che accendiamo il motore della nostra auto.