Un grado, forse due — strategie evolutive

Dal 14 al 21 ottobre sarà la Settimana del Pianeta Terra. È la sesta edizione. Da sei anni cerco di organizzare qualcosa qui in Astigianistan, ma pare che la weltanschauung locale non riesca ad arrivare oltre polenta e coniglio. E allora? E allora hai un blog, usa il blog. Si comincia il 14, ma noi […]

via Un grado, forse due — strategie evolutive

AFFOGATI DALLA PLASTICA

Risultati immagini per sacchetto di plasticaChi pensa di fare un uso attento della plastica spesso cerca di riciclarla e di evitare l’uso dei sacchetti per la spesa, eppure parrebbe che ne usiamo circa un trilione ogni anno. La plastica, però, non è solo quella degli shopper. Le nostre case e le nostre città ne sono piene in ogni forma, basta guardarsi attorno: dagli oggetti interamente in plastica, a quelli in materiali plastificati, a quelli parzialmente in plastica. Siamo sommersi dalla plastica. Viviamo in un mondo di plastica, e non certo solo metaforicamente parlando! Qualcuno ha persino definito i nostri anni l’Età della Plastica!

La plastica è comoda, pratica, leggera, economica. Quando se ne iniziò la produzione, la pubblicità ne esaltava le doti prodigiose. Chi, avendone l’età, non ricorda, per esempio, negli anni ’60 la pubblicità della Moplen, con il comico Gino Risultati immagini per moplen BramieriBramieri? Il Moplen altro non era che polipropilene isotattico, formidabile materia plastica a elevata temperatura di fusione. Bramieri alla domanda “E mo’?”, rispondeva “E mo’? Moplen!”, divenuta un tormentone dell’epoca. Lo accompagnava un coretto che ne esaltava le doti “è leggero, resistente, è leggero, resistente e inconfondibile e mo’, mo’, mo’ e mo’, mo’, mo’: moplen!”

Se sessant’anni fa la plastica pareva una grandiosa novità, oggi non sappiamo più come liberarcene.

Secondo Polimerica, la produzione mondiale di plastiche nel 2014 si attestava intorno a 311 milioni di tonnellate, in crescita rispetto ai 299 milioni del 2013. Quella europea (28 Paesi UE + Norvegia e Svizzera) è stimata in 59 milioni di tonnellate, leggermente superiore all’anno precedente (58 milioni), ma ancora inferiore al picco di 65 milioni di tonnellate registrato nel 2007, prima della grande crisi. Centinaia di milioni di tonnellate ogni anno!

Risultati immagini per plastica nelle caseProviamo a fare un raffronto con il prodotto più classico dell’umanità: nel 2009 la produzione mondiale di grano è stata di 682 milioni di tonnellate, di cui quella europea di 139 milioni di tonnellate. Insomma, nel mondo, produciamo plastica in un ordine di misura confrontabile al grano, sebbene le tonnellate di questo siano, per ora, più del doppio. Il grano, però, si trasforma in farina e poi in tanti altri prodotti che consumiamo nel giro di poco e presto scompaiono. La plastica, resta in circolazione su quel granello di sabbia disperso nella galassia, sul terzultimo pianeta che incontriamo viaggiando verso il sole, sulla Terra, in casa nostra! La produzione di ogni anno si accumula, sommandosi a quella degli anni precedenti. Siamo contenti di riempirci casa di spazzatura? Pensiamo davvero di poter cambiare pianeta facilmente appena questo sarà soffocato da tanta plastica?

Noi europei siamo tra i primi colpevoli. A livello mondiale, l’Europa mantiene il secondo posto, con un quinto della produzione globale di materie plastiche, alle spalle della Cina, che nel 2014 ha raggiunto una quota del 26%, contro il 21% del 2006. In contrazione l’area Nafta, passata in otto anni dal 23 al 19%.

 

Non tutte le plastiche sono uguali. Le “materie plastiche” comprendono una grande varietà di polimeri, ognuno con proprie caratteristiche, proprietà e campi di applicazione.

Ci insegna wikipedia che le materie plastiche sono materiali organici a elevato peso molecolare che possono essere costituite da polimeri puri o miscelati con additivi o cariche varie. I polimeri più comuni sono prodotti da sostanze derivate dal petrolio, ma vi sono anche materie plastiche sviluppate partendo da altre fonti. La plastica, infatti, si ottiene da composti di carbonio e idrogeno chiamati “monomeri”, che si ricavano soprattutto dal petrolio e dal metano.Risultati immagini per produzione plastica

Dal petrolio raffinato si ricavano circa una ventina di prodotti, e se energia per l’elettricità, benzina e gasolio fanno la parte del leone, dal barile il petrolio arriva nelle case sotto forma di bottiglie e oggetti di plastica, polistirolo fino ad alcuni tessuti di abbigliamento, come il polyestere. Circa il 4% della produzione mondiale viene trasformata in materie plastiche. Leggo su La Repubblica che da un barile di petrolio, si possono ricavare ben 1.750 bottiglie di plastica da un litro e mezzo, quelle comunemente usate per acqua minerale e bibite. Un barile contiene, infatti, convenzionalmente 159 litri di greggio, pari a circa 135 chili. Servono all’incirca 2 chili di petrolio per fare 1 kg di plastica per alimenti (Pet). Quindi da un barile di petrolio si ricavano circa 70 chili di Pet. In Italia consumiamo mediamente 5 litri di petrolio al giorno per persona, ossia circa un barile di petrolio al mese. Il consumo di petrolio annuale medio per una famiglia di 4 persone in Italia si aggira intorno a 7.760 litri. La plastica che ci circonda, insomma, altro non è che il famigerato petrolio sotto false spoglie! Produrre plastica significa produrre petrolio. Finché ce ne sarà ancora.Risultati immagini per oggetti di plastica

Ci ricorda Tecnologicamente che le plastiche sono materiali che non esistono in natura. Sono prodotte negli impianti chimici manipolando le molecole di una materia prima, che può essere la virgin-nafta o il gas naturale. La virgin-nafta è un prodotto della raffinazione del petrolio, costituita da una miscela di paraffine (idrocarburi saturi) a basso peso molecolare, con una bassa concentrazione di composti aromatici. Originariamente molte materie plastiche erano prodotte con resine di origine vegetale, per esempio la cellulosa (dal cotone), gli olii (dai semi di alcune piante), i derivati dell’amido e il carbone; tra i materiali non vegetali usati è invece da citare la caseina (dal latte). Sebbene la produzione di nylon fosse basata in origine su carbone, acqua e aria, e il nylon 11 sia ancora basato sull’olio estratto dai semi di ricino, la maggior parte delle materie plastiche è attualmente derivata dai prodotti petrolchimici, facilmente utilizzabili e poco costosi.

La IUPAC (Unione internazionale di chimica pura e applicata) nel definire le materie plastiche come “materiali polimerici che possono contenere altre sostanze finalizzate a migliorarne le proprietà o ridurre i costi”, raccomanda l’utilizzo del termine polimeri al posto di quello generico di plastiche.

Sempre secondo wikipedia, i materiali polimerici puri si dividono in:

  • termoplastici: acquistano malleabilità, cioè rammolliscono, sotto l’azione del calore; possono essere modellati o formati in oggetti finiti e quindi per raffreddamento tornano ad essere rigidi; tale processo può essere ripetuto tante volte;
  • termoindurenti: dopo una fase iniziale di rammollimento per riscaldamento, induriscono per effetto della reticolazione; nella fase di rammollimento per effetto combinato di calore e pressione risultano formabili; se vengono riscaldati dopo l’indurimento non tornano più a rammollire, ma si decompongono carbonizzandosi;
  • elastomeri: presentano elevata deformabilità ed elasticità.

Secondo una classificazione “commerciale”, i materiali polimerici si dividono in:Risultati immagini per oggetti di plastica

  • fibre: sono dotati di notevole resistenza meccanica e hanno scarsa duttilità rispetto agli altri materiali polimerici; ciò vuol dire che sono materiali che si allungano poco se sottoposti a trazione e possono resistere a elevati carichi di rottura;
  • materie plastiche: formulate a partire da termoplastici e termoindurenti;
  • resine: particolari materie plastiche formulate a partire da termoindurenti;
  • gomme: formulate a partire da elastomeri.

 

Tra i polimeri termoplastici abbiamo polietilene e polistirene.

Il polietilene è usato principalmente per gli imballaggi e rappresenta il 40% dei prodotti plastici usati in Europa.

Risultati immagini per oggetti di plasticaLe poliolefine (talvolta indicate dalla sigla PO), ci dice wikipedia, sono una classe di macromolecole composte da monomeri di olefine derivate dalla polimerizzazione di petrolio o gas naturale. Le poliolefine sono polimeri. Tra i più diffusi il polipropilene (PP), il polietilene (PE) e il poliisobutilene (PIB), largamente utilizzati per prodotti in plastica o gomma d’utilizzo comune.

Secondo Polimerica, le poliolefine sono le plastiche in assoluto più trasformate, totalizzando quasi la metà dei consumi europei (47,8 mln ton), tra polietileni  a bassa densità (17,2%), alta densità (12,1%) e polipropilene (19,2%). Segue il PVC con il 10,3% e, a singola cifra, poliuretani (7,5%), PET (7%) e polistireni (7%). Fluoropolimeri, ABS, policarbonato, PMMA e altri tecnopolimeri concorrono per il restante 19,7%.

 

Perché dovremmo preoccuparci della produzione e dello smaltimento della plastica? Risultati immagini per balena  di plasticaPerché la plastica non si “consuma” facilmente ovvero non è un prodotto facilmente biodegradabile.

La biodegradabilità è la proprietà delle sostanze organiche e di alcuni composti sintetici di essere decomposti dalla natura, o meglio, dai batteri saprofiti.

I batteri ne estraggono gli enzimi necessari alla decomposizione in prodotti semplici, dopodiché l’elemento è assorbito completamente nel terreno. Una sostanza non decomponibile (o decomponibile a lungo termine), rimane nel terreno senza esserne assorbita, provoca inquinamento e favorendo problematiche ambientali.

Risultati immagini per balena  di plasticaUn composto è biodegradabile quando in natura esiste un batterio in grado di decomporre il materiale. Tutti i composti organici naturali, come la carta, sono facilmente decomponibili; invece, tutti i prodotti sintetici moderni (esclusi alcuni speciali, come la bioplastica) non possono essere decomposti dalla natura. Un materiale non biodegradabile rimane identico nel tempo e contribuisce all’inquinamento; peraltro, non tutti i composti non biodegradabili sono altrettanto pericolosi: esistono tipi di composto che non danneggiano la vita dell’ecosistema, e che quindi lasciano immutata la situazione.

Secondo la definizione data dalla European Bioplastics, la bioplastica è un tipo di plastica che deriva da materie prime rinnovabili oppure è biodegradabile o ha entrambe le proprietà, ed è inoltre riciclabile.

 

Non solo la plastica ha bassa biodegradabilità. I prodotti della nostra “civiltà” hanno diversi tempi per biodegradarsi. Quelli della plastica, sono certo tra i più preoccupanti, soprattutto, per la grande quantità di questi materiali in circolazione.

Secondo il sito www.leucopetra.it, per esempio, le pile al cadmio hanno bisogno di milioni di anni per degradarsi, le bottiglie di vetro di alcuni millenni, i sacchetti di plastica di oltre 800 anni, le bottiglie di plastica di 500 anni, le lattine in alluminio di 100 anni, il legno di due anni, un maglione di lana, una sigaretta o un pannolino di oltre un anno, giornali e scatole di cartone di oltre due mesi, la carta assorbente di oltre 4 settimane.

Risultati immagini per vetroAnche la produzione di vetro, insomma, è preoccupante, aggirandosi intorno ai 40 milioni di tonnellate annue, ma il vetro, a differenza della plastica, non galleggia e quindi non rappresenta una minaccia altrettanto seria per la catena alimentare marina. Il vetro che finisce in mare si deposita sul fondo, mentre la plastica è continuamente trasportata dalle correnti e, sfaldandosi, si trasforma in pericolosi frammenti di microplastica. Il vetro, poi, è costituito soprattutto da silice oltre a piccole quantità di sostanze minerali necessarie alla lavorazione e alla colorazione, per cui è innocuo, mentre, come si scriveva, la plastica deriva soprattutto dal petrolio. Inoltre, a differenza del vetro, nella fase del consumo la plastica cede e assorbe sostanze (ftalati e altro) al liquido contenuto. In fase di smaltimento, essendo un derivato del petrolio, la plastica nell’inceneritore produce sostanze nocive.

 

Poiché la plastica galleggia, segue le grandi correnti marine, fino a bloccarsi lungo alcune coste o formando isole mobili in mezzo al mare.Risultati immagini per Great Pacific Garbage Patch

Nell’oceano Pacifico, da anni ormai, è presente un’isola di plastica, una grande quantità di immondizia concentratasi a causa delle correnti degli oceani. È detta “Great Pacific Garbage Patch”. Si tratta di un’immensa massa di spazzatura composta da oltre 21 mila tonnellate di microplastica, in un’area di qualche milione di kmq, con una concentrazione massima di oltre un milione di oggetti per kmq.  L’accumulo è noto almeno dalla fine degli anni ’80, e ha un’età di oltre 60 anni. Un gigantesco vortice di correnti superficiali ha concentrato in quest’area i rifiuti gettati o persi da navi in transito, o scaricati in mare dalle coste del Nord America e dall’Asia. Le isole di plastica, Risultati immagini per Great Pacific Garbage Patchperò, non sono presenti solo nell’oceano Pacifico, ma anche nell’oceano Atlantico e nel mar Mediterraneo. Il Mediterraneo è diventato una zuppa di plastica. Un chilometro quadro, nei mari italiani, ne contiene in superficie fino a 10 chili! Dieci chili di plastica non biodegradabile in un chilometro quadro: vi sembra poco? È questo il record del Tirreno settentrionale, fra Corsica e Toscana. Attorno a Sardegna, Sicilia e coste pugliesi, la media è invece di 2 chili. Sono valori superiori perfino alla famigerata “isola di plastica” nel vortice del Pacifico del nord. Qui la densità delle microplastiche – i frammenti di pochi millimetri da cui è formata la “zuppa” – è di 335mila ogni chilometro quadro. Nel Mediterraneo arriva a 1,25 milioni. L’analisi che ha riguardato i mari della penisola arriva da un gruppo di biologi del Cnr ed è pubblicata su Risultati immagini per Great Pacific Garbage PatchScientific Reports. “Nel complesso – scrivono i biologi nello studio – la plastica è meno abbondante nell’Adriatico, con una media di 468 grammi per chilometro quadro, rispetto al Mediterraneo occidentale” con una media di 811 grammi. “La gravità della situazione del Mediterraneo non ci stupisce – dice Aliani, uno dei responsabili del progetto – È un mare sostanzialmente chiuso, in cui una particella ha un tempo di permanenza di circa mille anni. Teoricamente, cioè, impiega tutto quel tempo per attraversare la stretta imboccatura di Gibilterra. Nelle sue acque sboccano anche fiumi importanti come Danubio, Don, Po e Rodano”. Anche se i mari diventano sempre più torbidi (si calcola che dei 300 milioni di tonnellate all’anno di plastica prodotta nel mondo, una dozzina finiscano in mare), quale sia la sorte di buona parte della spazzatura resta un mistero. “Non sappiamo dove sia oggi tutta la plastica che abbiamo Risultati immagini per Great Pacific Garbage Patchprodotto – spiega Aliani al quotidiano La Repubblica – Quella che ritroviamo nelle nostre spedizioni non si avvicina neanche lontanamente all’ammontare che secondo i nostri calcoli dovrebbe essere finito in mare. Può darsi che molta si perda in fondo agli oceani, dove non abbiamo la possibilità di osservarla”. La responsabilità delle zuppe marine va in buona parte al packaging non riciclabile, spiega un articolo di Repubblica. Avete mai fatto caso a quanta plastica ci sia attorno a ogni alimento che acquistiamo in un supermercato? Come mai i nostri secchi della spazzatura si riempiono tanto in fretta? Se facciamo la raccolta differenziata, quanto più in fretta si riempie il secchio della plastica e del vetro rispetto a quello delle materie organiche? La raccolta differenziata delle materie plastiche riguarda in particolare gli imballaggi, che costituiscono una percentuale rilevante della plastica contenuta nei rifiuti urbani (oltre il 50%).

Risultati immagini per Great Pacific Garbage PatchIn Europa, dove il 38% della plastica finisce nelle discariche, scatole e involucri contribuiscono al 40% della produzione di questo materiale e a più del 10% dei rifiuti. Il 92% della plastica trovata in mare è composta da frammenti di meno di 5 millimetri, i più pericolosi per la fauna marina. Tracce sono comparse in Artide e Antartide. Sono finite inglobate in alcune rocce (un campione dei cosiddetti “plastiglomerati” è stato osservato alle Hawaii nel 2014) e si sono infilate nei sedimenti dei fondali oceanici. Questo materiale è perfino stato proposto come uno dei segni distintivi dell’antropocene, l’era geologica caratterizzata dai segni della presenza umana sulla Terra.

Più pericolose della plastica stessa, sono le sostanze che alla plastica vengono combinate durante i processi industriali, per fornirle le caratteristiche volute. “Potrebbero agire come pseudo-ormoni, creando scompensi nel sistema endocrino. Abbiamo osservato il Risultati immagini per Great Pacific Garbage Patchproblema nelle balene” spiega Aliani, uno dei coordinatori del progetto del CNR che ha studiato la situazione del Mediterraneo.

Secondo il National Geographic, anche i fondali non se la passano tanto bene: il 70% dei detriti marini precipitano e ricoprono dunque anche il fondo dell’oceano. Qui, come ha messo in evidenza l’Unep, anche le plastiche biodegradabili possono non decomporsi in mare, dato che sul fondo non arriva la luce del sole e la temperatura dell’acqua è molto più bassa di quella necessaria per avviare il processo di decomposizione.

 

Quando si dice che la platica non è biodegradabile, non s’intende che non si decompone, perché, invece, è proprio quello che fa, ma frammentandosi diventa persino più pericolosa, trasformandosi nella così detta micro-plastica che si diffonde in modo ancor più insidioso nell’ambiente.

Un documentario prodotto da Sky TG24 intitolato “La balena di plastica” mostra una balena arenatasi allo stremo delle forze a Sotra, in Norvegia. All’interno del suo intestino e del suo stomaco è stata trovata una grande quantità di plastica, l’equivalente di circa 30 borse di plastica. Non si trattava di un gigantesco capodoglio, ma di un cetaceo molto più piccolo, per dimensioni qualcosa di più di un delfino.Risultati immagini per plastic whale

Come spiega il documentario, le balene emettono dei sonar con i quali, tra le altre cose, riconoscono il cibo. Poiché il plancton di cui si nutrono, al sonar, appare molto simile alla plastica, questi animali la mangiano fino al momento in cui il loro stomaco ne è così pieno, che non possono più mangiare o evacuare e alla fine ne muoiono. Questo non è un problema solo delle balene. Nel 1994, per esempio, una tartaruga fu ritrovata in fin di vita con 54 sacchetti di plastica nell’esofago che le impedivano di mangiare e respirare. Secondo alcuni studi, in Olanda circa il 96% degli uccelli trovati morti aveva frammenti di plastica nello stomaco (circa 23 frammenti per uccello).

Risultati immagini per plastic whaleLa maggior parte delle specie animali non mangiano interi sacchi di plastica, ma la microplastica può essere ingerita assai più facilmente, accumulandosi allo stesso modo nello stomaco dei pesci o degli altri animali e da lì passando nell’intera catena alimentare, fino all’uomo.

 

Una soluzione per lo smaltimento naturale della plastica lo ha recentemente suggerito Federica Bertocchini, dell’Istituto di Biomedicina e Biotecnologia di Cantabria, in Spagna, che pulendo le larve che vivevano come parassite della cera delle api in uno degli alveari, dopo averle poste temporaneamente in un sacchetto di plastica, ha notato, che dopo poco tempo, sono apparsi sul sacchetto dei forellini. Mettendo quindi un centinaio Risultati immagini per larve della cera d'apidi larve in un sacchetto, dopo quaranta minuti ha notato i primi buchi. Dopo 12 ore, erano spariti 92 milligrammi di plastica. Alcuni batteri, invece, riescono a smaltire 0,13 milligrammi al giorno. Purtroppo parliamo di milligrammi smaltiti, contro milioni di tonnellate che ogni anno finiscono in mare. Di quanti batteri e quanti vermi avremmo bisogno per ripulire i nostri mari e le nostre terre?

 

Le plastiche sono tipicamente composte da polimeri sintetizzati artificialmente. La loro struttura non è disponibile in natura, quindi, come si scriveva prima, non sono biodegradabili. Peraltro, sono stati creati nuovi materiali con le proprietà e l’usabilità della plastica, ma biodegradabili.

La plastica biodegradabile si decompone completamente in anidride carbonica, metano, acqua, biomassa e composti inorganici, sotto l’azione di organismi viventi in condizioni aerobiche o anaerobiche.

Il processo trasforma i materiali artificiali come la plastica in componenti naturali. Il processo con il quale una sostanza organica, come un polimero, si converte in una sostanza inorganica, come l’anidride carbonica, si chiama mineralizzazione.Risultati immagini per plastica compostabile

Le plastiche compostabili si frammentano durante il ciclo di compostaggio e il processo di mineralizzazione comincia nel periodo richiesto per la degradazione degli scarti biologici (es. erba, rifiuti alimentari domestici).

Le plastiche compostabili sono un sottoinsieme delle plastiche biodegradabili e si decompongono biologicamente alle condizioni di compostaggio entro il tempo relativamente breve di un ciclo di compostaggio. Compostabile significa sempre biodegradabile, mentre biodegradabile non necessariamente significa compostabile.

Risultati immagini per plastica compostabileDovremmo, insomma, cercare di usare non semplicemente plastiche biodegradabili, ma possibilmente compostabili!

Anche se si degradano, le plastiche biodegradabili non devono essere gettate in natura! Come spiega www.plastice.org, le plastiche biodegradabili non sono estranee per l’ambiente naturale, come la plastica ordinaria, la cui influenza può essere diminuita ma non eliminata. Tuttavia, nonostante questi vantaggi, esse devono essere raccolte, solitamente insieme a rifiuti biologici, e processate aerobicamente o anerobicamente.

 

Secondo Polimerica, in Europa, delle 25,8 milioni di tonnellate di plastiche trasformatesiRisultati immagini per plastica compostabile in rifiuto nel 2014, il 29,7% è stato raccolto e riciclato (per un totale 7,7 milioni di tonnellate), un altro 39,5% è stato trasformato in energia (10,2 milioni di tonnellate), mentre il 30,8%, pari a 8 milioni di tonnellate di prezioso materiale, è finito in discarica, la peggiore delle opzioni a disposizione.

La nota positiva è che, dal 2006 al 2014, il ricorso alla discarica è crollato del 38%, da 12,9 a 10,2 milioni di tonnellate, mentre il riciclo meccanico è salito del 64%, da 4,7 a 7,7 milioni di tonnellate, e quello energetico del 46%, da 7 a 10,2 milioni di tonnellate. L’Italia si colloca in una posizione intermedia tra paesi europei che ricorrono alla discarica, con il 40% dei rifiuti plastici non recuperati altrimenti, non raggiungendo i livelli virtuosi di Svizzera, Germania, Austria o Benelux, che conferiscono in discarica meno del 10% delle plastiche a fine vita. Se si limita l’analisi ai soli imballaggi in plastica (oggetto della raccolta differenziata nel nostro Paese), l’Italia si posiziona al tredicesimo posto con oltre il 75% tra riciclo e termovalorizzazione, ben prima di Paesi come Francia o Regno Unito.

Purtroppo non tutta la plastica è correttamente smaltita.

Secondo Greenpeace, in media 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono ogni anno nei mari di tutto il mondo. Plastica che viene ingerita dalle balene e che potrebbe portarle all’estinzione, plastica che si degrada trasformandosi in micro-plastica, entrando nel ciclo alimentare di tutti gli esseri viventi.

La plastica insomma inquina? Così sembrerebbe, ma la risposta non è così semplice.

Come ci spiega Focus Junior, la plastica per essere prodotta richiede meno energia di quanta ne occorre per una bottiglia di vetro o un sacchetto di carta. Essendo più leggera di altri materiali da imballaggio richiede meno energia anche per il trasporto. Meno energia si consuma, dunque, meno s’inquina.  Il problema della plastica non è che è un materiale che inquina in quanto tale. Altri materiali inquinano di più, perché comportando un maggior dispendio di energia, determinano un maggior uso di combustibili. Siamo noi uomini, a inquinare e devastare l’ambiente lasciando in giro bottigliette, sacchetti e oggetti. Infatti, l’elevata resistenza agli agenti atmosferici e al passare del tempo di questo materiale fanno sì che duri disperso nell’ambiente per lungo tempo. E, se giunge in mare, rappresenta un grave pericolo per le creature marine che dovessero ingoiarlo. Per questa ragione, conclude Focus Junior, è importantissimo gettare tutta la plastica usata nei raccoglitori per la raccolta differenziata. Così facendo otterremo un doppio risultato: rispettare l’ambiente in cui viviamo e risparmiare energia e materie prime, trasformando le bottigliette vuote e i sacchetti in nuovi oggetti utili.

 

Negli ultimi 20 anni, l’uso della plastica nelle automobili è aumentato del 114% e si stima Risultati immagini per plastica automobiliche, senza questo materiale, le auto odierne peserebbero in media almeno 200 kg di più.

Si ritiene che, su una durata media di un’auto stimata in 150.000 km, la riduzione del peso ha contribuito a diminuire il consumo di carburante di circa 750 litri. A sua volta ciò riduce il consumo di petrolio di circa 12 milioni di tonnellate e le emissioni di CO2 di circa 30 milioni di tonnellate all’anno in Europa Occidentale. Insomma, gli effetti ambientali dell’uso della plastica nel settore automobilistico sono contrastanti, da una parte aumenta la plastica utilizzata, dall’altra migliora l’efficienza dei veicoli.

È la grande contraddizione della plastica, la cui leggerezza, resistenza ed economicità la rendono un materiale che abbassa i consumi energetici, con effetti benefici sull’inquinamento, ma la sua non biodegradabilità unità alla sua tendenza a deteriorarsi e frammentarsi la rendono un grave inquinante.

Il rapporto dell’uomo con la plastica è qualcosa che dovrà essere rivisto molto presto. Lo stesso esaurirsi della sua materia prima principale, il petrolio, le cui riserve sono da decenni sempre più prossime a raggiungere livelli di anti-economicità, potrebbero portare a una morte naturale della plastica. Se così non fosse e anche prima che questo avvenga dovremo immaginare un’uscita da quest’Età della Plastica, prima che il nostro pianeta ne rimanga soffocato.

La plastica è una delle varie sirene del nostro tempo, che ci ammalia con il suo canto, ma che nasconde insidie ormai sempre più evidenti.

Occorre ripensare l’intero rapporto con il pianeta e la natura per consentirne la sopravvivenza e per evitare l’estinzione della nostra specie che sempre più fattori stanno contribuendo a rendere un evento tutt’altro che fantascientifico.

 

IL TRADIMENTO AMERICANO

La devastazione provocata dall’uomo e, soprattutto, dalla civiltà industriale sulla Terra non ha impatti solo sul clima, ma riguarda anche la deforestazione, la perdita di biodiversità, l’inquinamento dell’aria e delle acque, l’alterazione o distruzione degli ecosistemi, l’estinzione di migliaia di specie animali e vegetali, l’esaurimento delle risorse naturali.

Il surriscaldamento globale è, comunque, uno dei drammi più sensibili del nostro tempo. L’ottenimento di accordi internazionali come quelli di Kyoto e di Parigi per limitarne i danni e cercare di farne regredire gli effetti ci aiutano a credere che la nostra razza non sia del tutto folle, incosciente e criminale. Ogni popolo e Paese civile e dotato di sensibilità e cultura, è ormai oggi consapevole che solo mediante una collaborazione internazionale potremo salvare questo nostro pianeta malato.Risultati immagini per accordo di Parigi

Il primo giugno 2017 il Presidente Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti d’America non parteciperanno più all’accordo sul clima di Parigi. La scusa è che gli accordi sono poco favorevoli agli Stati Uniti. Un passo indietro da parte di un Paese tanto importante su un simile tema è, oggettivamente pericoloso, allarmante come esempio per altri Paesi e del tutto vergognoso.Risultati immagini per trump

Chiudere pubblicamente gli occhi sui rischi ambientali è un autentico crimine politico. I danni che ne potranno derivare sono forse peggiori di un genocidio, sia perché le alterazioni climatiche possono renderci colpevoli anche di innumerevoli estinzioni di specie naturali che si troveranno private del loro clima abituale, sia perché i danni sulla stessa popolazione umana e sulle generazioni future sono inimmaginabili.

Che cosa prevede l’intesa di Parigi?

Secondo il sito della Commissione Europea, alla conferenza sul clima di Parigi (COP21) del dicembre 2015, 195 paesi hanno adottato il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale.

L’accordo definisce un piano d’azione globale, inteso a rimettere il mondo sulla buona strada per evitare cambiamenti climatici pericolosi limitando il riscaldamento globale al di sotto dei 2ºC.

Con l’accordo di Parigi i governi hanno concordato di:

  • mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali come obiettivo a lungo termine;
  • puntare a limitare l’aumento a 1,5°C, dato che ciò ridurrebbe in misura significativa i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici;
  • fare in modo che le emissioni globali raggiungano il livello massimo al più presto possibile, pur riconoscendo che per i paesi in via di sviluppo occorrerà più tempo;
  • procedere successivamente a rapide riduzioni in conformità con le soluzioni scientifiche più avanzate disponibili;
  • riunirsi ogni cinque anni per stabilire obiettivi più ambiziosi in base alle conoscenze scientifiche;
  • riferire agli altri Stati membri e all’opinione pubblica cosa stanno facendo per raggiungere gli obiettivi fissati;
  • segnalare i progressi compiuti verso l’obiettivo a lungo termine attraverso un solido sistema basato sulla trasparenza e la responsabilità;
  • rafforzare la capacità delle società di affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici;
  • fornire ai paesi in via di sviluppo un sostegno internazionale continuo e più consistente all’adattamento.

 

L’accordo, inoltre, riconosce:

  • l’importanza di scongiurare, minimizzare e affrontare le perdite e i danni associati agli effetti negativi dei cambiamenti climatici;
  • la necessità di cooperare e migliorare la comprensione, gli interventi e il sostegno in diversi campi, come i sistemi di allarme rapido, la preparazione alle emergenze e l’assicurazione contro i rischi:
  • il ruolo dei soggetti interessati che non sono parti dell’accordo nell’affrontare i cambiamenti climatici, comprese le città, altri enti a livello subnazionale, la società civile, il settore privato e altri ancora.

 

Essi sono invitati a:

  • intensificare i loro sforzi e sostenere le iniziative volte a ridurre le emissioni;
  • costruire resilienza e ridurre la vulnerabilità agli effetti negativi dei cambiamenti climatici;
  • mantenere e promuovere la cooperazione regionale e internazionale.

Risultati immagini per inquinamento

L’UE e altri paesi sviluppati continueranno a sostenere l’azione per il clima per ridurre le emissioni e migliorare la resilienza agli impatti dei cambiamenti climatici nei paesi in via di sviluppo. Altri paesi sono invitati a fornire o a continuare a fornire tale sostegno su base volontaria.

I paesi sviluppati intendono mantenere il loro obiettivo complessivo attuale di mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 e di estendere tale periodo fino al 2025. Dopo questo periodo sarà stabilito un nuovo obiettivo più consistente.

L’accordo è stato aperto alla firma per un anno il 22 aprile 2016.

Per entrare in vigore, almeno 55 paesi che rappresentino almeno il 55% delle emissioni globali dovevano depositare i loro strumenti di ratifica. Il 5 ottobre l’UE ha formalmente ratificato l’accordo di Parigi, consentendo in tal modo la sua entrata in vigore il 4 novembre 2016. Gli Stati Uniti nel 2016 rappresentavano da soli il 15% del pianeta. Con la Cina rappresentano il 45%. La loro uscita mette seriamente in crisi l’accordo e rende l’impegno cinese centrale, con evidenti ripercussioni.

 

La scelta di abbandono degli USA è dettata da considerazioni di tipo economico e da interessi specifici del Paese, dimostrando un forte miopia e un autolesionistico egoismo politico. La giustificazione di Trump è che “l’accordo negoziato da Obama impone target non realistici per gli Stati Uniti nella riduzione delle emissioni, lasciando invece a paesi quali la Cina un lasciapassare per anni”. Trump uscendo dall’accordo non ha certo fatto un colpo di mano, ma ha semplicemente mantenuto una promessa elettorale. Per un ritiro totale dall’accordo parigino, però, ci vorranno quattro anni e quindi la decisione finale sarà presa dal popolo americano in occasione delle elezioni del 2020 e rimane la speranza che l’elettorato americano nel frattempo riacquisti coscienza delle proprie responsabilità.

L’America, però, votando Trump già sapeva che questa sarebbe stata la sua posizione sul clima. Il tradimento degli accordi per la salvaguardia del pianeta e del nostro futuro è, dunque, un tradimento americano, confrontabile con il recente tradimento degli ideali di pacificazione e di unità europea realizzato con la Brexit dalla Gran Bretagna. Rimane sempre la speranza che questi popoli si ravvedano e riportino i rispettivi Paesi sulla giusta rotta, ma oggi si può quasi dire che il mondo ha smesso di parlare inglese. Con la Brexit e l’uscita dagli accordi di Parigi la guida morale e culturale anglosassone è finita. Il secolo americano si è concluso. L’innamoramento del mondo, dell’Europa e dell’Italia verso la comunità anglosassone ha subito un duro colpo. L’America, che negli ultimi decenni aveva guidato gran parte del mondo tenendo alte le bandiere della Libertà e della Democrazia, si è oggi dimostrata incapace di reggere le più moderne bandiere della Solidarietà e della Difesa dell’Ambiente. L’Europa e il mondo traditi devono procedere senza più l’antico amante e trovare una nuova strada. Questo non vuol dire cercare un nuovo Paese guida, ma costruire finalmente una comunità internazionale europea e non solo che sia multietnica e multilinguistica e non più anglocentrica. A onore degli Americani, va detto che molte città e molti stati USA hanno subito dichiarato che nonostante la posizione del Presidente, andranno avanti con gli obblighi dell’accordo di Parigi. Persino la Gran Bretagna della May in fuga dall’Europa ha dichiarato che non rinuncerà ai propri impegni. Abbiamo, dunque, ancora una speranza che l’antico amore verso i Paesi anglosassoni possa salvarsi nonostante la Brexit e la nuova follia dell’America First.

La fuga di Trump, comunque, non basta in sé a far saltare l’accordo di Parigi. La Cina, che proprio l’America di Obama aveva convinto ad aderire, ha assicurato che proseguirà con l’Europa sugli obiettivi di riduzione delle emissioni inquinanti, assumendo inaspettatamente una nuova levatura morale. L’Unione Europea e la Russia hanno confermato il loro impegno. Senza il secondo Paese più inquinante del mondo, raggiungere gli obiettivi, però, sarà assai più arduo e altri Paesi potrebbero essere indotti a seguire l’egoistico esempio americano.

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Secondo wikipedia, il surriscaldamento climatico (per favore, non chiamiamolo più “global warning) è il mutamento del clima terrestre sviluppatosi nel corso del XX secolo e tuttora in corso. Tale mutamento è attribuito in larga misura alle emissioni nell’atmosfera terrestre di crescenti quantità di gas serra e ad altri fattori comunque dovuti all’attività umana.

Nel corso della storia della Terra si sono registrate diverse variazioni del clima che hanno condotto il pianeta ad attraversare diverse ere glaciali alternate a periodi più caldi detti ere interglaciali. Queste variazioni sono riconducibili principalmente a mutamenti periodici dell’assetto orbitale del nostro pianeta, con perturbazioni dovute all’andamento periodico dell’attività solare e alle eruzioni vulcaniche (per emissione di CO2 e di polveri).

 

Sempre secondo wikipedia, per riscaldamento globale s’intende invece un fenomeno di incremento delle temperature medie della superficie della Terra non riconducibile a cause naturali e riscontrato a partire dall’inizio del XX secolo. Secondo il quarto rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) del 2007 la temperatura media della superficie terrestre è aumentata di 0.74 ± 0.18 °C durante il XX secolo. La maggior parte degli incrementi di temperatura sono stati osservati a partire dalla metà del XX secolo con la distribuzione del riscaldamento climatico che non è uniforme su tutto il globo, ma presenta un picco massimo nell’emisfero settentrionale a partire dalle medie e alte latitudini fino al polo nord, più accentuato sulla terraferma che sui mari e oceani  e un livello minore nell’emisfero sud, circondato dagli oceani, con la zona del polo sud con una tendenza opposta al raffreddamento. Sembrerebbe cioè esserci, anche a livello geografico, una correlazione stretta tra le zone più inquinanti del pianeta e gli incrementi di temperatura. Sarebbero, quindi, proprio i Paesi più industrializzati a generare l’innalzamento e a subirne le più immediate conseguenze.

Questo incremento medio globale sarebbe attribuibile all’aumento della concentrazione atmosferica dei gas serra, in particolare dell’anidride carbonica, dunque una conseguenza dell’attività umana, in particolare della generazione di energia per mezzo di combustibili fossili e della deforestazione, che genera a sua volta un incremento dell’effetto serra. L’oscuramento globale, causato dall’incremento della concentrazione in atmosfera di aerosol, blocca i raggi del sole, per cui, in parte, potrebbe mitigare gli effetti del riscaldamento globale. I report dell’IPCC suggeriscono che durante il XXI secolo la temperatura media della Terra potrà aumentare ulteriormente rispetto ai valori attuali, da 1,1 a 6,4 °C in più, a seconda del modello climatico utilizzato e dello scenario di emissione. E questo che l’accordo di Parigi cerca di impedire.

 

La temperatura media superficiale della terra al 2015

L’aumento delle temperature sta causando importanti perdite di ghiaccio e l’aumento del livello del mare. Sono visibili anche conseguenze sulle strutture e intensità delle precipitazioni, con conseguenti modifiche nella posizione e nelle dimensioni dei deserti subtropicali. La maggioranza dei modelli previsionali prevede che il riscaldamento sarà maggiore nella zona artica e comporterà una riduzione dei ghiacciai, del permafrost e dei mari ghiacciati, con possibili modifiche alla rete biologica e all’agricoltura. Il riscaldamento climatico avrà effetti diversi da regione a regione e le sue influenze a livello locale sono molto difficili da prevedere. Come risultato dell’incremento in atmosfera del diossido di carbonio gli oceani potrebbero diventare più acidi.

 

2016: Estensione dei ghiacci artici rispetto al 1981

 

 

2016: Livello medio del mare, dati satellitari

Sempre secondo wikipedia, la comunità scientifica è sostanzialmente concorde nel ritenere che la causa del riscaldamento globale sia di origine antropica.

Dal 2014 la Cina ha superato gli Stati Uniti d’America come maggior Paese inquinante della Terra. Nel 2016 Pechino è, infatti, responsabile del 28,21% delle emissioni di gas serra. Gli USA sono colpevoli per il 15,99%. La Cina, però, è ancora indietro nel suo processo di sviluppo economico e parrebbe giusto chiedere a chi ha già elevati PIL pro capite ed elevati tenori di vita come gli americani, uno sforzo maggiore che quello richiesto a un Paese ancora in crescita. È questo che l’America di Trump non vuole accettare.

Mettendo le emissioni in rapporto con le popolazioni dei singoli Paesi, gli Stati occidentali e quelli del Golfo Persico risultano in cima alla lista dei maggiori produttori di emissioni di gas serra. Ogni abitante di Australia, Canada e Stati Uniti produce oltre 20 tonnellate di gas nocivi ogni anno, più del doppio rispetto ai cinesi.

Al terzo posto della classifica dei Paesi inquinanti nel 2016 troviamo l’India con il 6,24% e al quarto la Russia con il 4,53%. Seguono il Giappone con il 3,67% e la Germania con il 2,23%. La Corea pesa poi 1,75% e l’Iran l’1,72%. Se consideriamo l’Europa a 27 più la Gran Bretagna, l’UE sarebbe al terzo posto con il 9%.

Appare evidente quanto sia rilevante un apporto americano all’iniziativa.

Come dimostra il recente sorpasso cinese, la situazione è in continua evoluzione e i Paesi occidentali in passato hanno contribuito in modo assai più significativo. Se si calcolano i dati a partire dall’inizio della Rivoluzione industriale del XVIII secolo, secondo Rai News, gli Stati Uniti sono i principali produttori di gas serra nei settori industriale ed energetico, con il 28% del totale. Seguono la Cina al 9,9%, la Russia al 6,9%, il Regno Unito al 5,9% e la Germania al 5,6%.

Nel 1751, il primo anno in cui sono disponibili dati, sono state prodotte circa 11 milioni di tonnellate di biossido di carbonio in tutto il mondo. Negli anni ’60, il livello di CO2 era 1.000 volte superiore e nel 2015 sono state emesse a livello globale circa 36,2 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio.

Secondo il rapporto IPCC (“Intergovernmental Panel on Climate Change”) “le emissioni pro capite nei Paesi altamente industrializzati restano in media cinque volte più alte che negli Stati meno ricchi”.

Secondo il sito di RAI News, la produzione di energia è la principale causa di emissioni di gas serra, circa un terzo del totale. Fra i combustibili fossili, a generare la maggiore quantità di inquinanti è il carbone, seguito dal petrolio e dal gas naturale.

L’agricoltura, la selvicoltura e altri tipi di sfruttamento del terreno rappresentano il 24% delle emissioni totali. Altri settori molto inquinanti sono i trasporti, che producono il 13% dei gas serra mondiali, e l’edilizia, con il 7%.

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Mario Sanchez Nevado

Secondo il V Rapporto dell’IPCC, AR5, “È estremamente probabile che l’influenza umana sia stata la causa dominante del riscaldamento osservato dalla metà del 20° secolo”. I cambiamenti osservati mostrano che il riscaldamento del sistema climatico è inequivocabile, e che dal 1950 molti dei cambiamenti osservati sono senza precedenti nei millenni trascorsi. L’atmosfera e gli oceani si sono riscaldati, le quantità di neve e ghiaccio sono diminuite, il livello del mare è aumentato e le concentrazioni di gas serra sono aumentate. Ciascuno degli ultimi tre decenni è stato nell’ordine il più caldo sulla superficie della Terra rispetto a qualsiasi decennio precedente a partire dal  1850.

Nell’emisfero settentrionale il periodo 1983-2012 è stato probabilmente il trentennio più caldo degli ultimi 1400 anni.Risultati immagini per accordo di Parigi

Secondo il Comitato Scientifico della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, le emissioni pro capite cinesi sono ora circa alla pari con quelle dell’UE a circa 7 tC/py. Nel 2012, le emissioni di CO2 degli Stati Uniti sono diminuite del 4% e sono scese di oltre il 12% dal 2005. Le emissioni pro capite americane sono tuttavia molto superiori, pari a 16.4 tC/py, il peggior valore del pianeta.

In Cina le emissioni di pro capite sono pari a quelle europee, e quasi la metà degli Stati Uniti, le sue efficienza energetica è invece circa  la metà degli Stati Uniti e dell’Europa, ed è pari a quella della Federazione russa. Il grande pacchetto di stimolo economico della Cina, finalizzato ad evitare un rallentamento della crescita economica durante la crisi globale, è all’esaurimento.

 

2016: Concentrazione della CO2 in atmosfera

Che cosa occorre fare? Innanzitutto, serve un grande sforzo collettivo della comunità internazionale per far capire al governo e al popolo americano le conseguenze della loro decisione di abbandono e invitarli a mantenere responsabilmente gli impegni presi. Poi, si dovrà ricercare una sempre maggior presa di coscienza in tutto il mondo delle esigenze di salvaguardia ambientale del pianeta, che come detto all’inizio non possono limitarsi alla difesa delle temperature e del clima, ma che devono considerare questo come un punto minimale di partenza per l’impegno comune di tutti i popoli e di tutte le nazioni di questo piccolo pianeta errante nella vastità dell’universo che è la nostra sola casa e dal quale non siamo in alcun modo in grado di fuggire o vivere senza.

Dobbiamo dire basta a tutti gli egoismi, alle America First e a tutte le forme di nazionalismo autoreferenziale. Al primo posto non deve essere mai un singolo Paese, ma l’intero mondo, il terzultimo pianeta viaggiando verso il Sole.

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